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A quasi cinque mesi dal primo caso registrato in Europa (autoctono) il coronavirus fa ancora paura. E lo fa non solo dal punto di vista sanitario, com’è ovvio e comprensibile, ma anche dal punto di vista economico. La paura, nello specifico, riguarda il futuro.

I timori per il futuro possono essere riassunti con due semplici parole: seconda ondata.

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La prima ondata di coronavirus, che tra le altre cose in alcuni paesi non si è ancora conclusa, ha causato da sola la più spaventosa crisi economica degli ultimi cento anni, in grado di superare per impatto micro e macroeconomico la terribile crisi del 2008.

È ovvio che se la storia si ripetesse per l’economia sarebbe una batosta davvero insopportabile, secondo alcuni persino irreversibile. C’è però chi ha indagato scenari e prospettive da un punto di vista il più possibile scientifico e statistico, offrendo una stima di quello che potrebbe accadere e delle conseguenze che una seconda ondata potrebbe causare.

Tra questi spicca Shamik Dhar di BNY Mellon, una delle più grandi banche d’affari del mondo. L’economista, conto dell’istituzione per cui lavora, ha pubblicato un’interessante editoriale su Wallstreetitalia.com nel quale esplora le possibili conseguenze di una seconda ondata e “calcola” le probabilità che essa si verifichi realmente. Ne parliamo in questo articolo.

Cosa sta succedendo nel mondo

Prima di dare voce all’economista di BNY Mellon è bene fare il punto di quello che sta accadendo in queste settimane nel mondo, dell’emergenza sanitaria che ancora imperversa nei cinque continenti. Specifichiamo che stiamo scrivendo a inizio agosto, una nota doverosa se si considera la fluidità della situazione e la velocità con cui essa si evolve.

Attualmente in Europa, se si esclude l’Italia, si segnala un deciso aumento dei casi di coronavirus, per quanto il contagio appaia per ora sotto controllo. In ogni caso, si sono intensificati i timori per una seconda ondata, per forza e per virulenza simile alla prima.

Nel resto del mondo, più o meno comunque, la situazione è ancora peggiore. Gli Stati Uniti stanno affrontando numeri del tutto simili a quelli di aprile, Sebbene non si possa parlare di una seconda andata: Semplicemente, la prima negli Stati Uniti non si è mai conclusa. Tuttavia è stato comunque deciso di dare un taglio ai vari lockdown per far ripartire l’economia. decisione sulla quale molti stati stanno ritornando, a giudicare dalle chiusure parziali che sono state indetti in alcune località.

Situazione praticamente identica nel sud America, dove a fare la parte del leone, suo malgrado è il Brasile.

In Asia la situazione è più fluida è, per certi versi, simile a quella europea: in generale la situazione sembra abbastanza sotto controllo, per quanto si segnalino sparuti ed episodici aumenti di casi. Tutto ciò si sta rivelando sufficiente a tenere la guardia ben alzata e a intensificare i timori, anche in questo caso di una seconda Ondata.

Le consegue per l’economia di una seconda ondata di Coronavirus

Ma cosa si intende per seconda ondata di coronavirus? Molto banalmente, una ripresa dei contagi simile a quella registrata nei mesi di marzo e aprile (almeno nell’emisfero nord) e con un tasso di mortalità simile. La seconda ondata è prevista dai più pessimisti per l’autunno, con l’arrivo dei primi freddi e il conseguente abbassamento delle difese immunitarie. In questa prospettiva, seconda ondata fa rima con lockdown. In effetti, è proprio questo il timore maggiore dal punto di vista economico: che le attività produttive e sociali vengano di nuovo sospese dalla cosiddetta “chiusura all’italiana”.

Stando a questa definizione di seconda ondata, quali sarebbero le conseguenze per l’economia? A risposta a questa domanda è stato Shamik Dhar di BNY Mellon in un editoriale pubblicato su Wall Street Italia.

Secondo l’economista si andrebbe incontro a un’accelerazione del già presente trend di deglobalizzazione, ovvero alla riduzione degli scambi internazionali e dell’integrazione tra le varie filiere produttive a livello internazionale. Una conseguenza logica, se si pensa alle difficoltà che le stesse filiere hanno incontrato durante il primo lockdown.

Sempre secondo l’economista, il PIL andrebbe incontro a un ennesimo crollo, e l’economia globale nel suo complesso tornerebbe a livelli pre-crisi non prima della metà del 2022.

Per quanto riguarda i mercati, si assisterebbe a una discesa simile a quella riscontrata nei giorni peggiori di marzo e aprile. Da questo punto di vista, si raggiungerà un minimo già a metà del 2021.

Lo scenario più probabile secondo BNY Mellon

Ma quanto è probabile che si verifichi una seconda andata? Sempre secondo l’economista di BNY Mellon, questa probabilità dovrebbe attestarsi intorno al 30%. Si tratta quindi di una possibilità reale, checché ne dicano gli ottimisti e chiunque voglia credere ciecamente alla tesi del “virus scomparso”.

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Tuttavia, non si può definire il 30% come una probabilità elevatissima. Di certo non si tratta di una sentenza.

Però l’economista non spiega i calcoli dietro a questa stima, ma è facile immaginare perché una seconda ondata possa definirsi possibile ma non probabile. A prescindere dal comportamento del virus e dall’evoluzione epidemiologica, il mondo è oggi molto più attrezzato ad affrontare il Covid di quanto non lo fosse a gennaio, febbraio e marzo.

Questa constatazione riguarda sia le terapie, oggi molto più avanzate di qualche mese fa, sia lo spinoso tema della prevenzione. La verità è che attualmente esistono strumenti, risorse e prassi per curare meglio la malattia e per isolare per tempo i focolai. Anche questi sono elementi che vanno analizzati quando si pensa una seconda andata.

Shamik Dhar ha però fatto di più: ha fornito delle stime circa le probabilità che si verifichino eventi ancora più particolari. Per esempio, assegna all’intensificarsi del trend di deglobalizzazione una probabilità del 15%. Contestualmente, assegna una probabilità del 50% al verificarsi di una ripresa a V, dunque abbastanza lineare in quanto possibile solamente in assenza di una seconda ondata.

Ne consegue che secondo il BNY Mellon lo scenario più probabile, per quanto niente affatto certo, è proprio quello di una ripresa certo difficoltosa ma lineare, non gravata da una seconda ondata di contagio. 

La palla alle banche centrali

In questo contesto, assumono un ruolo di fondamentale importanza le banche centrali, forse ancora più importante di quello ricoperto dai vari governi.

Secondo l’economista, in caso di secondo andata, le banche centrali si troverebbero in gravissima difficoltà. Infatti, già ora la maggior parte di loro ha utilizzato quasi tutto lo spazio a propria disposizione. I tassi di interesse sono a zero quasi ovunque, o comunque vicini a questa soglia.

Il ritorno drammatico dei lockdown all’italiana renderebbe di fatto impotenti le banche centrali, aprendo scenari davvero preoccupanti.

Per quanto riguarda l’ipotesi più confortante, ovvero quella di una ripresa a V, lineare per quanto difficoltosa e non gravata da una seconda ondata, l’economista si aspetta un comportamento conseguente da parte delle banche centrali.

Nello specifico, ci si attende che le massime autorità monetarie continuino a sostenere la seppur debole riprese, perseverando nelle politiche estremamente accomodanti che hanno caratterizzato questi primi mesi dell’anno. Il riferimento e ovviamente al mantenimento dei tassi di interesse a un livello pari o vicino allo zero e ai sostanziosi programmi di quantitative easing.

D’altronde molte autorità, monetarie e non, hanno dimostrato di poter andare oltre il semplice stimolo monetario, improntando iniziative veramente forti, capaci persino di rompere alcuni tabù e consolidate prassi. L’economista non ne fa menzione nel suo articolo, ma il pensiero ovviamente va al Recovery Fund recentemente varato dall’Unione Europea.

Shamik Dhar conclude l’editoriale fornendo qualche stima su quello che probabilmente è l’asset più importante del mondo: il dollaro. Paradossalmente, nonostante gli Stati Uniti siano uno dei paesi “messi peggio”, Il dollaro dovrebbe essere ancora visto come una specie di termometro globale. Se la situazione a livello internazionale dovesse peggiorare, il dollaro dovrebbe andare incontro a un rialzo, secondo gli ormai assodati meccanismi del bene rifugio. A questi meccanismi, si aggiungerebbe la dinamica di stimolo monetario della Fed, che non ha posto limiti alla sua azione accomodante. Discorso inverso nel caso in cui la situazione internazionale dovesse migliorare.

In linea di massima, però, Shamik Dhar prevede un dollaro tutto sommato stabile, per quanto gravato da una volatilità superiore al normale, come si confà a un contesto che è destinato a rimanere incerto per parecchi mesi.

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