La crisi del Mar Rosso è l’ennesima crisi politica scoppiata in questi anni convulsi. Non ha assunto i contorni di una guerra a tutti gli effetti, per quanto si siano registrati attacchi militari da un lato e dall’altro.

Tuttavia, la questione ha radici molto profonde e si intreccia con le ben note difficoltà di convivenza tra arabi e israeliani, ma anche con le dinamiche commerciali.

Fatto sta che si temono ripercussioni per l’economia, e in particolare un radicale aumento dei prezzi dell’energia.

Vale la pena dunque fare il punto della situazione e parlare delle conseguenze che già ci sono state, se ci sono state, ed elaborare uno scenario per il futuro, a beneficio anche e soprattutto degli investitori.

Crisi del Mar Rosso: cosa sta accadendo

La crisi del Mar Rosso vede due schieramenti ben definiti. Da un lato l’asse USA- Regno Unito, che sostiene Israele; e dall’altro i ribelli yemeniti Houthi, che sono sostenuti dall’Iran, a sua volta in combutta contro Israele.

La situazione attuale vede i ribelli Houthi attaccare le navi che passano dagli stretti del Mar Rosso, che sono importantissimi snodi commerciali in quanto garantiscono l’accesso al Canale di Suez, che a sua volta collega l’Oceano Indiano con il Mediterraneo.

In risposta, Usa e Regno Unito stanno bombardando alcune postazioni Houthi con azioni non già di guerriglia, bensì di totale carattere militare. Il rischio di una escalation, a giudicare dalla progressione dell’intensità degli attacchi, è molto elevato.

La crisi del Mar Rosso mette in apprensione il mondo intero. In primis, perché vi è il concreto pericolo che scoppi una guerra ben più che regionale. In secondo luogo, per l’impatto che tutto ciò potrebbe avere sull’economia e in particolare sui i costi dell’energia. Dal Canale di Suez, infatti, passa circa il 12% del commercio mondiale.

Perché le conseguenze sono minime

Quali conseguenze sta avendo la crisi del Mar Rosso? La domanda non è peregrina, in quanto gli attacchi alle navi commerciali si susseguono a un ritmo frenetico e molte compagnie hanno deciso, piuttosto, di circumnavigare l’Africa.

Ebbene, per ora di conseguenze non se ne vedono, o se ne vedono ben poche. Il prezzo del petrolio, per esempio, tiene botta, non sta salendo e anzi si sta posizionando a un livello inferiore a quello di dicembre 2023.

Strano, viste l’effetto domino scatenato da un’altra guerra regionale, ancorché gravante su un territorio dal minore impatto commerciale, ovvero quella tra Russia e Ucraina.

Cosa sta succedendo? Perché ancora si registra una calma “quasi” piatta?

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Una questione di stretti

L’accesso al Canale di Suez è ostacolato dai disordini negli stretti più a sud. Tuttavia, lo stretto che sta subendo più di tutti la crisi è quello di Bab el-Mandeb, che è importante ma non così importante. Di base, la scappatoia per le navi commerciali ci sarebbe: lo stretto di Hormuz. Per ora, questo non è oggetto di scontri rilevanti.

Una diversificazione salvifica

Un altro motivo per cui un impatto sui prezzi dell’energia ancora non si è visto riguarda la risposta dell’Occidente alla guerra in Ucraina. A partire dal 2022, quando la Russia ha iniziato a chiudere i rubinetti e la UE a sciorinare sanzioni, le economie occidentali si sono impegnate a diversificare le fonti di energia.

Ciò ha provocato, quasi a cascata, un aumento della produzione petrolifera da parte di paesi ritenuti più sicuri dal punto di vista geopolitico: Stati Uniti, Canada, Brasile, Guyana etc. 

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Queste dinamiche potrebbe consentire un affrancamento dalle dinamiche geopolitiche del Medio Oriente, persino da quelle destinate a sfociare in tensioni di carattere bellico.

La capacità produttiva inutilizzata

C’è infine una dinamica da considerare, una dinamica passata in sordina. Tra il 2022 e il 2023, in un contesto di schermaglie tra Occidente e paesi vicini alla Russia, alcuni grandi produttori di petrolio hanno tagliato la produzione a mo’ di ritorsione. Il contesto attuale, dunque, si caratterizza per un’elevata capacità produttiva inutilizzata. Un concetto molto noto in economia, e che funge quasi da garanzia “psicologica” per gli investitori. Questi, confortati dalla reale e allo stesso tempo teorica capacità del produttori di fronteggiare rischi di contrazione dell’offerta, si comportano come se tali rischi non ci fossero. Da qui, la stabilità dei prezzi.

Cosa aspettarsi

E’ difficile fare previsioni sul futuro. Di certo, se le tensioni politiche non peggioreranno, o addirittura andranno incontro a una diminuzione, il mercato dell’energia e quindi le economie energivori potranno tirare un sospiro di sollievi. Alcuni dei motivi che abbiamo descritto nei paragrafi precedenti, infatti, vantano un carattere semi-strutturale.

Di certo, se le tensioni dovessero degenerare in un conflitto vero e proprio, allora le pressioni sull’offerta potrebbero rivelarsi soverchianti e quindi impattare sui prezzi.

Per ora, anche a giudicare dal cauto ottimismo manifestato dai policy maker (in particolare quelli dell’Unione Europea) le nuvole che si vedono all’orizzonte sono meno nere rispetto a qualche settimana fa.