Proof of word e proof of stake sono espressioni note agli appassionati di criptovalute, a chi è in possesso non solo delle conoscenze per investire in un mercato così complesso, ma anche delle dinamiche e dei meccanismi di funzionamento.

In effetti, chi parla di proof of work e proof of stake si lascia spesso andare ai tecnicismi più opachi. In questa guida, invece, cercheremo di dare loro un significato utilizzando un linguaggio semplice, comprensibile anche a chi non si è mai approcciato al mondo crypto dal punto di vista tecnico.

Proof of Work e Proof of Stake, una panoramica dei meccanismi di consenso nel mondo crypto

Il proof of work e il proof of stake sono entrambi meccanismi di consenso, o per meglio dire metodi per convalidare gli scambi di criptovalute. L’impiego di metodi di consenso “alternativi” è necessario per un semplice motivo: le criptovalute non hanno alle spalle un’entità che possa fungere da convalidatore e certificatore, come possono essere le banche centrali per le valute normali. Insomma, sono completamente decentralizzate. 

Da qui, la necessità di imbastire meccanismi automatici, che permettono di raggiungere almeno tre obiettivi.

  • Sicurezza, ovvero l’inviolabilità delle transazioni. Nessun elemento “terzo” deve introdursi nella transazione e fuggire con il malloppo (avocando a sé la proprietà).
  • Efficacia, ovvero la certezza che la transazione venga “metabolizzata” correttamente, senza errori formali o sostanziali (es. confusione tra le proprietà).
  • Sostenibilità, ovvero la certezza che il meccanismo in questione non renda le transazioni eccessivamente pesanti, energivore e lunghe.

Le differenze tra Proof of Work e Proof of Stake

I due metodi in questione, ovvero il proof of work e il proof of stake, sono entrambi validi. Semplicemente, ciascuno di loro risulta più adatto a contesti specifici. In particolare, il proof of work è indicati nei contesti semplici, in cui gli unici scambi sono transazioni base, che prevedono un cambio di proprietà delle criptovalute.

Fatte queste precisazioni, possiamo spiegare in cosa consistono e in cosa funzionano.

Nel proof of work tutti i nodi, ovvero i partecipanti al sistema (i possessori di una determinata criptovaluta) partecipano alla convalida. La successione degli eventi è la seguente: individui o gruppi di individui, spesso in possesso di una rete computazionale enorme, eseguono calcoli complessi per scoprire – letteralmente “minare” – il codice di un’unità di criptovaluta. Una volta scoperto il codice la criptovaluta entra nelle loro disponibilità. Successivamente la immettono nel mercato, dove questa criptovaluta verrà scambiata più e più volte. A ogni scambio, viene aggiunto un “blocco”, da qui il termine blockchain, che per essere convalidato deve chiamare in causa tutti i nodi, i quali devono ripetere il calcolo iniziale. Si tratta di un metodo decisamente energivoro in tutte le sue fasi, ma funzionale fino a quando l’unico scambio possibile coinvolge le proprietà.

Nel proof of stake le dinamiche di convalida sono diverse. Non vengono coinvolti tutti i nodi, ma solo una parte di essi, ovvero coloro che impegnano – quasi in una forma di garanzia – parte del proprio capitale. In questo modo, l’energia consumata è molto ridotta e anche i tempi. A tutti gli effetti, un metodo agile, perfetto quando gli scambi sono complessi e non si riducono al mero passaggio di proprietà.

I due metodi sono entrambi diffusi. Giusto per dare qualche coordinata, il primo caratterizza il Bitcoin, il secondo caratterizza Ethereum.

Proof of Stake e Staking, un’occasione di guadagno?

Come abbiamo appena specificato, affinché il proof of stake possa verificarsi, è necessario che una parte dei nodi, ovvero dei partecipanti al sistema, impegni una parte di capitale. Ebbene, questa attività prende il nome di staking. Nella maggior parte dei casi, lo staking dà accesso a delle ricompense in criptovaluta. D’altronde, si tratta di un impegno nel vero senso della parola. Le valute concesse in staking, infatti, non possono essere utilizzate.

Alcuni paragonano lo staking a una sorta di investimenti in un conto corrente redditizio o in un conto deposito. Semplicemente, si blocca una parte del proprio capitale per maturare un guadagno, in genere espresso in percentuale, dunque paragonabile a degli interessi.

Con queste premesse, non stupisce che una quota sempre più imponente di proprietari di criptovalute si dia allo staking. Tuttavia, non è tutto quello che luccica.

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I rischi dello staking

Lo staking comporta alcuni rischi. In primis, non è un’attività regolamentata, sicché si può cadere facilmente preda di truffe o semplicemente di erogatori di servizi opachi, che mantengono poco di ciò che promettono.

In secondo luogo, blocca le criptovalute sempre e comunque, ancorché per tempi circoscritti. Ciò significa che se il mercato va incontro a una fase di svalutazione importante, come capita spesso, il possessore di criptovalute in staking non può fare nulla per salvaguardare il suo capitale.

Infine, si segnala l’estrema variabilità delle condizioni, la quale può causare qualche fraintendimento. Alcune piattaforme di staking offrono guadagni interessanti, altri meno (comunque tutti nell’ordine dei pochi punti percentuali). Altri rilasciano le ricompense con cadenza settimanale, altre con cadenza mensile o addirittura trimestrale.

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