Il PIL (Prodotto Interno Lordo), in inglese GDP (Gross Domestic Product), è l’indicatore economico più citato e più influente al mondo. Quando si parla di “crescita economica”, “recessione”, o di quale sia l’economia più grande del pianeta, si sta parlando di PIL. I telegiornali lo citano, i politici ci costruiscono le loro campagne, i mercati finanziari reagiscono alle sue variazioni. Eppure, nonostante la sua onnipresenza, il PIL è anche uno degli indicatori più fraintesi, e capire cosa misura davvero (e cosa non misura) è fondamentale.

Molte persone hanno un’idea vaga del PIL come “quanto un paese produce” o “quanto è ricco un paese”, ma la realtà è più sfumata e interessante. In questa guida vediamo cos’è esattamente il PIL, i diversi modi in cui si calcola, la cruciale differenza tra PIL nominale e reale, e soprattutto i limiti di questo indicatore, che spiegano perché il PIL da solo non racconta mai tutta la storia di un’economia.

Cos’è il PIL: la definizione

Il PIL è il valore monetario di tutti i beni e servizi finali prodotti all’interno dei confini di un paese in un determinato periodo di tempo, solitamente un anno o un trimestre. Analizziamo questa definizione parola per parola, perché ogni elemento è importante.

“Valore monetario” significa che tutto viene misurato in denaro, il che permette di sommare cose molto diverse tra loro (automobili, tagli di capelli, software, pane) in un unico numero. “Beni e servizi finali” è cruciale: si contano solo i prodotti finiti destinati al consumatore finale, non i beni intermedi usati per produrli. Se si contassero sia l’acciaio sia l’automobile fatta con quell’acciaio, si conterebbe due volte lo stesso valore. “All’interno dei confini di un paese” significa che conta dove avviene la produzione, non la nazionalità di chi produce: la produzione di una fabbrica tedesca in Italia conta nel PIL italiano.

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Questo ultimo punto distingue il PIL dal PNL (Prodotto Nazionale Lordo), un indicatore meno usato oggi. Il PIL misura la produzione all’interno dei confini geografici, mentre il PNL misura la produzione dei cittadini e delle aziende di un paese ovunque essa avvenga nel mondo. Per la maggior parte delle economie la differenza è piccola, ma per paesi con molti lavoratori all’estero o molti investimenti esteri può essere significativa.

I tre modi di calcolare il PIL

Un aspetto affascinante del PIL è che può essere calcolato in tre modi diversi, che teoricamente dovrebbero dare tutti lo stesso risultato. Questo perché ogni transazione economica ha sempre due lati: la spesa di qualcuno è il reddito di qualcun altro, ed entrambi corrispondono al valore di ciò che è stato prodotto. I tre approcci sono quello della spesa, quello del reddito, e quello della produzione (o valore aggiunto).

L’approccio della spesa è il più comune e il più intuitivo. Somma tutta la spesa fatta nell’economia per beni e servizi finali. La formula classica è: PIL = C + I + G + (X – M), dove C sono i consumi delle famiglie, I sono gli investimenti delle imprese, G è la spesa pubblica del governo, e (X – M) sono le esportazioni nette (esportazioni meno importazioni). Vedremo questa formula in dettaglio più avanti perché è la più importante da capire.

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L’approccio del reddito somma invece tutti i redditi generati nella produzione: gli stipendi dei lavoratori, i profitti delle imprese, gli interessi, le rendite. La logica è che tutto il valore prodotto deve finire nelle tasche di qualcuno sotto forma di reddito. L’approccio della produzione (o del valore aggiunto) somma il valore aggiunto da ogni settore dell’economia in ogni fase della produzione, evitando il doppio conteggio dei beni intermedi. In teoria, i tre metodi danno lo stesso risultato; nella pratica ci sono piccole discrepanze statistiche dovute alle difficoltà di misurazione.

La formula della spesa: C + I + G + (X – M)

La formula del PIL secondo l’approccio della spesa merita un’analisi dettagliata, perché è quella più usata e più citata. Ogni componente racconta qualcosa dell’economia.

La “C” rappresenta i consumi delle famiglie: tutto ciò che le persone spendono per beni e servizi, dal cibo all’affitto, dai vestiti alle vacanze. Nelle economie sviluppate, i consumi sono di gran lunga la componente più grande del PIL, rappresentando spesso il 60-70% del totale. È per questo che la salute dei consumatori è così importante per l’economia: quando le persone smettono di spendere, l’intera economia rallenta.

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La “I” rappresenta gli investimenti delle imprese: l’acquisto di macchinari, la costruzione di fabbriche, l’accumulo di scorte, e anche la costruzione di nuove abitazioni. Attenzione: in questo contesto “investimenti” non significa investimenti finanziari come azioni o obbligazioni (quelli sono solo trasferimenti di proprietà, non nuova produzione), ma investimenti reali in capacità produttiva. La “G” è la spesa pubblica: tutto ciò che il governo spende per beni e servizi, dalle infrastrutture agli stipendi dei dipendenti pubblici. Non include i trasferimenti come pensioni e sussidi (che sono solo redistribuzione, non produzione).

Infine, “(X – M)” rappresenta le esportazioni nette. Le esportazioni (X) aggiungono al PIL perché sono produzione nazionale venduta all’estero. Le importazioni (M) vengono sottratte perché rappresentano spesa per beni prodotti altrove, che non fa parte della produzione nazionale. Se un paese importa più di quanto esporta, questa componente è negativa e riduce il PIL. Questo spiega perché i paesi si preoccupano dei loro deficit commerciali.

PIL nominale contro PIL reale: la differenza cruciale

Una delle distinzioni più importanti da capire è quella tra PIL nominale e PIL reale. È una differenza che confonde molte persone ma che è essenziale per interpretare correttamente i dati economici. Il PIL nominale misura la produzione ai prezzi correnti dell’anno in cui viene calcolato. Il PIL reale invece aggiusta per l’inflazione, misurando la produzione a prezzi costanti di un anno di riferimento.

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Perché questa distinzione è così importante? Immagina un’economia che produce esattamente la stessa quantità di beni e servizi in due anni consecutivi, ma nel secondo anno tutti i prezzi sono saliti del 10% a causa dell’inflazione. Il PIL nominale mostrerebbe una crescita del 10%, ma in realtà l’economia non ha prodotto nulla di più: è solo aumentato il livello dei prezzi. Il PIL reale, aggiustando per l’inflazione, mostrerebbe correttamente una crescita dello 0%.

Ecco perché, quando si parla di “crescita economica”, ci si riferisce quasi sempre al PIL reale. È l’unico modo per capire se un’economia sta davvero producendo di più, o se l’aumento del PIL nominale è solo un’illusione causata dall’inflazione. Lo strumento usato per convertire il PIL nominale in reale si chiama “deflatore del PIL”, che è essenzialmente una misura del livello generale dei prezzi nell’economia.

Questa distinzione ha implicazioni pratiche enormi. Un paese con alta inflazione potrebbe vantare una crescita del PIL nominale a due cifre, ma se l’inflazione è altrettanto alta, la crescita reale potrebbe essere minima o addirittura negativa. Confrontare il PIL nominale tra paesi o nel tempo senza aggiustare per l’inflazione porta a conclusioni completamente sbagliate.

PIL pro capite: una misura più utile per il benessere

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Il PIL totale di un paese dice quanto è grande la sua economia in assoluto, ma dice poco sul benessere dei suoi cittadini. Per questo si usa spesso il PIL pro capite, cioè il PIL diviso per il numero di abitanti. Questo dà un’idea molto migliore del tenore di vita medio.

Prendiamo un esempio. L’India ha un PIL totale enorme, tra i più grandi al mondo, perché ha oltre un miliardo di abitanti. Ma il suo PIL pro capite è relativamente basso, perché quel PIL totale è diviso tra moltissime persone. Un piccolo paese come la Svizzera o il Lussemburgo ha un PIL totale molto inferiore a quello indiano, ma un PIL pro capite tra i più alti al mondo, riflettendo un tenore di vita medio molto elevato. Quindi il PIL totale misura la dimensione dell’economia, il PIL pro capite si avvicina di più al benessere medio.

Anche il PIL pro capite, però, ha limiti importanti. È una media, e le medie possono nascondere enormi disuguaglianze. Un paese con un PIL pro capite alto ma con una ricchezza concentrata in poche mani potrebbe avere gran parte della popolazione in condizioni di povertà. Il PIL pro capite non ci dice nulla su come la ricchezza è distribuita, un limite che vedremo essere solo uno dei tanti di questo indicatore.

I limiti del PIL: cosa non misura

Qui arriviamo forse all’aspetto più importante da capire sul PIL: nonostante la sua utilità, il PIL ha limiti profondi e misura solo una parte ristretta di ciò che rende un’economia e una società sane. Capire questi limiti è fondamentale per non attribuire al PIL più significato di quanto ne abbia.

Il PIL non misura il lavoro non retribuito. Il lavoro domestico, la cura dei figli e degli anziani fatta in famiglia, il volontariato: tutte attività di enorme valore economico e sociale che non compaiono nel PIL semplicemente perché non c’è una transazione monetaria. Paradossalmente, se si pagasse qualcuno per fare ciò che molti fanno gratis in casa, il PIL aumenterebbe, anche se la quantità reale di lavoro svolto rimanesse identica.

Il PIL non distingue tra spesa “buona” e “cattiva”. Un disastro naturale che distrugge case e infrastrutture può paradossalmente far aumentare il PIL, perché la ricostruzione genera attività economica. Le spese per ripulire l’inquinamento, per curare malattie causate da stili di vita insalubri, o per riparare i danni di un incidente, tutte fanno aumentare il PIL, anche se non riflettono un miglioramento del benessere. Il PIL conta l’attività economica, non se questa attività migliora effettivamente la vita delle persone.

Il PIL non misura la sostenibilità ambientale. Un paese può gonfiare il suo PIL sfruttando in modo insostenibile le sue risorse naturali, inquinando, e distruggendo l’ambiente. Il PIL registrerebbe la crescita economica, ma non il costo ambientale che si sta accumulando per il futuro. Inoltre, il PIL non cattura la disuguaglianza, la qualità della vita, la salute, l’istruzione, la felicità, o la coesione sociale: tutti fattori cruciali per il benessere di una società che nessun numero di PIL può rappresentare.

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Perché il PIL rimane comunque importante

Nonostante tutti questi limiti, il PIL rimane un indicatore fondamentale, e c’è una ragione per cui è così usato. Il PIL è, con tutti i suoi difetti, la migliore misura sintetica disponibile dell’attività economica complessiva. Nessun altro indicatore singolo cattura in modo così efficace la dimensione e l’andamento generale di un’economia.

Le variazioni del PIL reale sono il modo standard per definire concetti come crescita e recessione. Una recessione viene spesso definita tecnicamente come due trimestri consecutivi di PIL reale in calo (anche se la definizione ufficiale, soprattutto negli USA, è più sfumata e considera vari fattori). Il PIL permette confronti nel tempo (l’economia sta crescendo o contraendosi?) e tra paesi (quali economie sono più grandi?), fornendo un linguaggio comune per il discorso economico globale.

Per i mercati finanziari, i dati sul PIL sono importanti perché influenzano le decisioni delle banche centrali e le aspettative sugli utili aziendali. Una crescita del PIL più forte del previsto può segnalare un’economia robusta ma anche potenziali pressioni inflazionistiche; una crescita più debole può segnalare problemi ma anche possibili tagli dei tassi. I trader seguono i dati del PIL come uno dei tanti tasselli per capire la direzione dell’economia e dei mercati.

Le alternative e i complementi al PIL

Proprio a causa dei limiti del PIL, negli anni sono stati sviluppati indicatori alternativi o complementari che cercano di catturare aspetti del benessere che il PIL ignora. Questi non sostituiscono il PIL, ma lo integrano per dare un quadro più completo.

L’Indice di Sviluppo Umano (ISU o HDI) delle Nazioni Unite, per esempio, combina il reddito pro capite con l’aspettativa di vita e il livello di istruzione, cercando di catturare dimensioni del benessere oltre il puro reddito. Altri indicatori tentano di misurare la felicità o il benessere soggettivo, la sostenibilità ambientale, la disuguaglianza. Alcuni economisti hanno proposto misure come il “PIL verde” che sottrae i costi ambientali, o indicatori di “benessere economico sostenibile”.

La tendenza generale è verso il riconoscimento che nessun singolo numero può catturare la complessità del benessere di una società, e che il PIL va usato insieme ad altri indicatori piuttosto che come misura unica del progresso. Tuttavia, per la sua semplicità, disponibilità, e comparabilità, il PIL rimane il punto di riferimento centrale del discorso economico, e probabilmente lo rimarrà ancora a lungo.

Uno strumento potente ma da interpretare con cautela

Il PIL è uno degli strumenti più potenti e utili dell’economia, ma è anche uno dei più fraintesi. Capire come si calcola (i tre approcci, la formula C + I + G + (X – M)), la differenza cruciale tra nominale e reale, e soprattutto i suoi limiti, è essenziale per interpretare correttamente i dati economici che sentiamo ogni giorno.

La lezione fondamentale è che il PIL misura l’attività economica, non il benessere. Un PIL in crescita è generalmente un buon segno, ma non garantisce che le persone stiano effettivamente meglio, che la ricchezza sia distribuita equamente, che l’ambiente sia rispettato, o che la qualità della vita stia migliorando. Il PIL è una misura della quantità di attività economica, non della sua qualità o dei suoi effetti sul benessere umano.

Per il trader, l’investitore, o semplicemente il cittadino informato, il PIL rimane un indicatore da seguire e capire, ma sempre con la consapevolezza dei suoi limiti. Interpretarlo correttamente significa usarlo per quello che è (una misura sintetica dell’attività economica) senza attribuirgli significati che non ha (una misura del benessere o della felicità di una società). Come tutti gli strumenti, il PIL è prezioso quando usato con intelligenza e comprensione dei suoi limiti, fuorviante quando preso come misura unica e definitiva del successo di un’economia.