L’inflazione americana viaggia ancora troppo veloce

I dati sui prezzi al consumo negli Stati Uniti confermano un quadro scomodo per la Federal Reserve: sia l’indice headline sia quello core si collocano ben al di sopra del ritmo mensile dello 0,17%, la soglia tecnica necessaria per riportare l’inflazione annua verso l’obiettivo del 2%.

Il CPI di agosto 2026 è salito 0,4% su base mensile e 3,4% su base annua, perfettamente in linea con il consenso degli analisti. La sorpresa arriva invece dalla componente core (che esclude alimentari ed energia), cresciuta dello 0,3% mensile e del 2,4% annuo, contro uno 0,2% mensile atteso dal mercato. Guardando al dato con maggiore precisione, la lettura effettiva è stata dello 0,290% mensile: quasi il doppio del ritmo compatibile con la stabilità dei prezzi.

Perché lo 0,17% mensile è la soglia da monitorare

Il calcolo è semplice ma decisivo per chi opera sui mercati: un incremento medio dello 0,17% al mese, composto su dodici mesi, produce un’inflazione annua intorno al 2%. Ogni lettura superiore allontana il raggiungimento del target e riduce lo spazio di manovra della banca centrale. Con il core al di sopra di questa soglia per diversi mesi consecutivi, la disinflazione si è di fatto arenata.

Cosa spinge i prezzi: la lettura delle componenti

  • Energia: +2,1% mensile, trascinata da un balzo del 3,9% dei prezzi della benzina.
  • Trasporti aerei: +2,7%, effetto diretto del rincaro del carburante sui costi delle compagnie.
  • Istruzione e comunicazioni: +1,6%, una delle voci più dinamiche del paniere.
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  • Abbigliamento, tempo libero, alimentari e abitazione: dinamiche contenute, che hanno limitato il rialzo complessivo.

Va inoltre ricordato che l’indicatore preferito dalla Fed — il deflatore dei consumi personali core (core PCE) — corre ancora più veloce, attestandosi intorno al 3,3% annuo. È un dettaglio tecnico con implicazioni pesanti: il mandato della banca centrale è formalmente tarato su quella metrica, non sul CPI.

Il mercato prezza il rialzo: 85% di probabilità

La reazione dei mercati è stata immediata. I contratti futures sui Fed funds scontano ora una probabilità dell’85% di un rialzo di 25 punti base nella riunione della prossima settimana, uno scenario che riteniamo il più plausibile.

Il fattore Warsh

Il cambio di tono alla guida della Fed è centrale. Il presidente Kevin Warsh, nel suo intervento a Jackson Hole, ha adottato una linea decisamente hawkish, sottolineando tre elementi: l’inflazione resta sopra il target da troppo tempo, l’economia opera in condizioni di pieno impiego e le condizioni finanziarie non sono restrittive. Con queste premesse, è realistico attendersi una maggioranza ampia all’interno del FOMC a favore di una stretta.

Una correzione una tantum, non un ciclo restrittivo

Il mercato, tuttavia, sembra andare oltre: la curva dei futures incorpora fino a tre ulteriori rialzi nei prossimi dodici mesi. Su questo punto la nostra lettura è diversa. Riteniamo più probabile un intervento isolato, una sorta di ricalibrazione della politica monetaria, paragonabile al rialzo deciso dalla Fed di Alan Greenspan nel 1997: un aggiustamento preventivo, non l’avvio di un ciclo restrittivo prolungato.

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Gli argomenti a favore di una disinflazione futura

  • Energia: un miglioramento dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz nei prossimi mesi ridurrebbe rapidamente la pressione sui prezzi dei carburanti, che è oggi il principale motore del dato headline.
  • Costo del lavoro: la debole crescita salariale limita la trasmissione dei rincari sui prezzi finali.
  • Dazi: i rimborsi tariffari offrono un sollievo diretto sui costi aziendali, attenuando la componente importata dell’inflazione.
  • Immobiliare: il raffreddamento del mercato della casa continuerà a comprimere la voce shelter, che pesa per oltre un terzo del paniere CPI.

Implicazioni per dollaro, obbligazioni e azioni

Per chi opera sul forex, una Fed più aggressiva del previsto rappresenta un fattore di sostegno per il dollaro americano, in particolare contro le valute delle aree in cui le banche centrali mantengono un orientamento neutrale o accomodante. Il cambio EUR/USD resta il termometro più immediato del differenziale di politica monetaria fra Washington e Francoforte.

Sul fronte obbligazionario, la parte a breve della curva dei Treasury è la più esposta al repricing delle attese sui tassi, mentre i rendimenti a lunga scadenza potrebbero muoversi meno se il mercato accetta la tesi del rialzo isolato. Per l’equity, il rischio principale non è tanto la mossa di 25 punti base, quanto la comunicazione che l’accompagnerà: un linguaggio che lasci aperta la porta a ulteriori strette sarebbe il vero elemento di volatilità.

Fonte dei dati: Macrobond, elaborazioni ING.