La guerra in Iran non sta scuotendo solo le coscienze, ma anche i mercati. La domanda che sorge spontanea, quando un conflitto di questo genere esplode in Medio Oriente, è: cosa succederà al petrolio?
Tuttavia, altre domande meritano di avere risposta. Anche perché i mercati coinvolti sono tanti. Alcuni nel bene, altri nel male. Insomma, alcuni (molti) investitori stanno soffrendo per la guerra in Iran, altri (forse pochi) ne stanno beneficiando. Da qui, la necessità di interrogarsi su chi sta perdendo e su chi sta vincendo. Partiamo da questi ultimi.
Chi si sta avvantaggiando
Il primo settore che tende a beneficiare di una guerra in Iran è, quasi inevitabilmente, quello energetico. Se una crisi mette in discussione la sicurezza delle rotte marittime del Golfo, il mercato prezza subito il rischio di scarsità. Ragione per cui, in queste settimane i prezzi del petrolio hanno mostrato forti rialzi e i greggi fisici destinati a Europa e Asia hanno registrato impennate molto marcate, proprio perché il mercato teme interruzioni o rallentamenti prolungati nei flussi.
Questo si traduce, almeno nel breve, in un vantaggio per produttori e società energetiche che vendono fuori dall’area più colpita o che possono intercettare la maggiore domanda di forniture alternative.
Un altro comparto che può trarre beneficio relativo è quello della difesa. Non perché la guerra sia “positiva” per il sistema economico, ma perché nelle fasi di instabilità gli Stati aumentano la spesa militare, per la sicurezza, per il controllo marittimo.
Si può poi parlare di un vantaggio relativo per alcuni esportatori energetici alternativi. Reuters segnala, per esempio, che gli Stati Uniti stanno assorbendo meglio lo shock rispetto a Europa e Asia grazie a riserve, maggiore disponibilità interna e nuovi flussi di approvvigionamento.
Questo non implica un’immunità totale, ma suggerisce che alcuni operatori legati alla filiera energetica nordamericana possano trovarsi in una posizione meno vulnerabile rispetto ai concorrenti più esposti al Golfo.
Chi sta perdendo
Come potete intuire, il fronte dei perdenti è più ampio. Il primo comparto sotto pressione è quello dei trasporti, della logistica e dello shipping.
Lo Stretto di Hormuz è chiuso o fortemente limitato, almeno nel momento in cui stiamo scrivendo (fine aprile 2026). In virtù di ciò, aumentano tempi, costi assicurativi, premi di rischio e incertezza operativa.
Sia chiaro, affinché si rivelino effetti negativi non è necessario che uno stretto sia chiuso completamente. Non serve arrivare a un blocco totale e permanente: basta che il mercato percepisca il passaggio come instabile per far salire i costi in tutti gli anelli della catena. È uno dei motivi per cui la crisi colpisce non solo il petrolio, ma anche merci, materie prime, semilavorati e prodotti deperibili.
Subito dopo vengono i settori energivori e quelli che vivono di margini sottili. Il riferimento è alle industrie manifatturiera e chimica, dei fertilizzanti, del trasporto aereo, del comparto alimentare e dei beni di consumo.
La guerra è iniziata a marzo, ma molte aziende europee stanno già segnalando pressioni sui costi, ritardi nelle spedizioni e rischi per gli utili.
Emblematico è il caso Lactalis: ha indicato rincari su energia, packaging e trasporti, oltre a problemi logistici che coinvolgono anche prodotti deperibili. Quando il costo dell’energia sale e la supply chain si inceppa, questi comparti non beneficiano del caos. Semplicemente, lo subiscono.
Anche il turismo e le compagnie aeree sono tra i candidati naturali a soffrire. Il motivo è semplice: il carburante pesa molto sui conti del settore, e in più le guerre aumentano l’incertezza, frenano la fiducia dei consumatori e complicano le rotte. In scenari del genere, il mercato tende a scontare non solo i costi più alti, ma anche un possibile indebolimento della domanda.
C’è poi un perdente meno scontato: l’insieme dei paesi e delle economie importatrici di energia. Il Fondo Monetario Internazionale ha avvertito che la crisi avrà effetti molto disomogenei nella regione MENA e che i paesi importatori subiranno il colpo dei rincari delle commodity e delle ricadute macro.
Questo conta anche per il forex: valute di economie fragili e dipendenti dall’energia possono diventare più vulnerabili, mentre inflazione e squilibri esterni rischiano di aggravarsi.
Qualche consiglio per i trader
La prima regola è non semplificare troppo. Dire “la guerra in Iran fa salire il petrolio” non basta. Bisogna chiedersi chi riesce a trasferire i maggiori costi sul cliente finale e chi invece vede comprimersi i margini. Bisogna distinguere tra vantaggi immediati e vantaggi sostenibili.
Un titolo energetico può reagire bene allo shock iniziale, ma poi ritracciare se il mercato inizia a prezzare negoziati, tregue o riaperture parziali delle rotte.
Non a caso il petrolio, pur restando molto sensibile al rischio, ha già mostrato movimenti anche al ribasso quando sono emerse ipotesi di colloqui diplomatici.
La seconda regola è osservare i settori prima ancora dei singoli nomi. In contesti bellici, il flusso di capitale segue logiche macro: energia, difesa e asset rifugio possono attirare interesse; consumo discrezionale, trasporti, aviazione e industria energivora possono invece perdere appeal. Il ragionamento settoriale aiuta a evitare errori di lettura e a capire dove si concentra davvero il rischio.
La terza regola è ricordare che un vantaggio di borsa non coincide con un vantaggio economico generale. Se un comparto sale perché beneficia del rincaro delle materie prime, ciò non significa che l’economia reale stia andando bene. Anzi, spesso è il contrario: alcuni titoli guadagnano proprio perché il sistema nel suo complesso si sta facendo più fragile.
