Lo Stretto di Hormuz resta bloccato: l’Iran impone il controllo sui transiti
Il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran non ha riaperto lo Stretto di Hormuz al traffico marittimo. È quanto ha dichiarato con forza Sultan Ahmed Al Jaber, CEO di ADNOC (Abu Dhabi National Oil Company), la compagnia petrolifera di Stato degli Emirati Arabi Uniti, in un intervento pubblicato sui social media giovedì. «Questo momento richiede chiarezza», ha scritto Al Jaber. «Lo Stretto di Hormuz non è aperto. L’accesso è limitato, condizionato e controllato.» Secondo il CEO, l’Iran ha reso esplicito che le navi devono ottenere il suo permesso per transitare attraverso lo stretto. «Non si tratta di libertà di navigazione. Si tratta di coercizione», ha aggiunto.
Il contesto: guerra, petrolio e blocco navale
Il conflitto e le sue conseguenze sul mercato energetico
Il conflitto è scoppiato il 28 febbraio 2026, provocando un crollo drastico del traffico di petroliere attraverso lo stretto a causa degli attacchi iraniani alle navi commerciali. L’interruzione delle forniture che ne è derivata è stata definita dagli analisti la più grande crisi di approvvigionamento petrolifero della storia. Prima dello scoppio del conflitto, gli Emirati Arabi Uniti producevano 3,4 milioni di barili al giorno, posizionandosi come terzo produttore OPEC per volumi. Lo Stretto di Hormuz, che collega i produttori del Golfo Persico ai mercati globali, era responsabile del transito di circa il 20% dell’offerta mondiale di petrolio.
Il traffico marittimo non è ripreso
Nonostante l’accordo di tregua di due settimane, gli analisti del settore dei trasporti marittimi hanno confermato a CNBC che il traffico attraverso lo stretto non ha mostrato alcun segnale di ripresa. I volumi restano ai livelli minimi osservati durante la fase più acuta del conflitto. Il presidente americano Donald Trump aveva dichiarato martedì che il cessate il fuoco era subordinato all’accordo dell’Iran per una riapertura completa, immediata e sicura dello stretto. Tuttavia, la situazione sul campo racconta una storia diversa.
L’allarme di ADNOC: mercati fisici e futures a confronto
Al Jaber ha avvertito che gli ultimi carichi di petrolio transitati prima dell’inizio del conflitto stanno ora raggiungendo le loro destinazioni finali. Questo significa che il mercato fisico si troverà presto a fare i conti con la realtà concreta della crisi di approvvigionamento, mentre i futures petroliferi — crollati dopo l’annuncio del cessate il fuoco — potrebbero non riflettere ancora appieno la gravità della situazione. «Ogni giorno in cui lo Stretto rimane bloccato, le conseguenze si moltiplicano», ha dichiarato il CEO. «Le forniture si ritardano, i mercati si contraggono, i prezzi salgono. L’impatto si estende ben oltre i mercati energetici, colpendo economie, industrie e famiglie in tutto il mondo.»
230 petroliere in attesa nel Golfo
Un dato particolarmente significativo: secondo Al Jaber, circa 230 petroliere cariche di petrolio sono attualmente ferme nel Golfo in attesa di poter salpare. Si tratta di un volume enorme di greggio immobilizzato, con implicazioni dirette per i prezzi spot e per la stabilità delle catene di approvvigionamento globali.
Il diritto internazionale e la posta in gioco
Il CEO di ADNOC ha ricordato che lo Stretto di Hormuz è una via di passaggio naturale regolata dal diritto internazionale, che garantisce il transito come un diritto, non come un privilegio da concedere, negare o usare come arma. «La stabilità dipende ora dal ripristino di flussi reali», ha concluso Al Jaber. «Non un accesso parziale, non misure temporanee, non un passaggio controllato, ma un’offerta piena e affidabile.» Il messaggio è chiaro: finché l’Iran manterrà il controllo discrezionale sui transiti, la crisi energetica globale non potrà considerarsi risolta, indipendentemente da qualsiasi accordo diplomatico sulla carta.
