L’Euro Dollaro è di gran lunga la coppia più tradata del Forex. Non potrebbe essere altrimenti, vista l’importanza che ricoprono le economie cui le due monete in questione si riferiscono: quella statunitense e quella dell’Eurozona, che sono le più grandi del pianeta. Questo primato è testimoniato anche dal giro d’affari che, limitatamente al Forex, l’Euro Dollaro muove: una cifra superiore persino al debito pubblico italiano.

Benché l’Euro Dollaro sia oggetto di interesse da parte di analisti ed esperti, più di quanto non lo siano le altre coppie, non è una coppia facile sui cui fare trading. Per facilitare il lavoro dei trader, specie quelli con minore esperienza, è bene fare un riepilogo, categoria per categoria, dei market mover che incidono sulla coppia. Per inciso, i market mover rappresentano un elemento di fondamentale importanza, in quanto, dall’esterno, sotto forma di notizie, impattano profondamente sul rapporto tra le valute.

Politica monetaria

La politica monetaria ha un impatto diretto sul valore delle monete. Il motivo di ciò è semplice: le banche centrali, che sono le uniche titolate a decidere sulla politica monetaria, agendo sulle leve a loro disposizione, modificano di fatto l’offerta di valuta, ossia la quantità di denaro in circolo. Queste leve sono essenzialmente due: tassi di interesse ed eventuale Quantitative Easing. I primi determinano il costo del denaro, il secondo consiste invece in un programma di acquisti di titoli di debito che, di fatto, immette nel sistema della liquidità.

Quando i tassi di interesse vengono innalzati, il denaro “costa di più”, quindi si registra un restringimento della massa monetaria. Insomma, gira meno denaro e per la legge della domanda e dell’offerta il suo valore tende a salire. Dunque, se la Banca Centrale Europea alza i tassi, una tale iniziativa va intesa in senso rialzista sull’euro dollaro. Se accade l’inverso, il senso è ribassista. Ciò vale, a parti inverse, anche per la Federal Reserve Se la banca centrale americana aumenta i tassi, l’Euro Dollaro subisce una spinta ribassista; se abbassa i tassi, la spinta è rialzista.

Ovviamente, questa è la teoria. Nella pratica, intervengono svariati fattori a ritardare o a smorzare le dinamiche. Per esempio, il grado di attesa della politica monetaria. Se gli investitori si aspettano una determinazione modifica dei tassi, tendono a comportarsi come se questa modifica sia già stata apportata, quindi quando i tassi vengono realmente ritoccati il mercato ha già scontato ciò che doveva scontare e non si ravvisano effetti di sorta.

Attualmente, le politiche monetarie delle due banche centrali sono divergenti. La BCE persevera in una politica molto espansiva, sebbene abbia avviato il Quantitative Easing a morte naturale; la Fed è invece posizionata su un percorso di progressivo inasprimento.

Inflazione

Per capire il ruolo che l’inflazione gioca nel Forex, in qualità di market mover, è necessario comprendere il modus operandi delle banche central. Esse, infatti, hanno un obiettivo principale: tenere sotto controllo i prezzi. Questi dovrebbero aumentare del 2% all’anno, o giù di lì (almeno in Occidente, altre banche centrali mirano a variazioni diverse). Una inflazione maggiore causerebbe una perdita del potere di acquisto e una erosione dei rendimenti degli investimenti finanziari a tutti livelli. Una inflazione minore, o addirittura una deflazione (i prezzi scendono) bloccherebbe di fatto l’economia.

In che modo le banche centrali cercano di controllare l’inflazione? con la politica monetaria, appunto. Ciò significa che ogni qualvolta un dato sull’inflazione viene pubblicato, i trader ricevono un segnale circa le future iniziative della banca centrale, sulla prossima politica monetaria.

In genere, per leggere l’impatto di un dato sull’inflazione, si fa riferimento al medio periodo. Dunque, non tanto alla direzione che i prezzi stanno prendendo (stanno salendo o stanno scendendo?), bensì a quanto si stanno avvicinando o allontanando dal target del 2%.

Dunque, una inflazione che, in un senso e nell’altro, si avvicina all’obiettivo, è considerato un segnale positivo, e impatta favorevolmente sulla valuta. Di contro, una inflazione che si allontana va inteso in senso ribassista.

Tradotto nella realtà, quando l’inflazione degli Stati Uniti si allontana dal 2%, l’euro si rafforza. Quando invece si avvicina, l’euro di indebolisce.

Accade la stessa cosa, ma all’inverso, con l’inflazione dell’Eurozona. Se questa si avvicina al 2%, l’euro si apprezza; altrimenti, si deprezza.

Attualmente, gli Stati Uniti vantano una inflazione vicina al target, mentre l’Eurozona è anche molto lontana.

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Bilancia commerciale

La bilancia commerciale è un parametro che, per quanto snobbato da molti, è decisivo. Proprio come i tassi di interesse, infatti, incidono direttamente sulla massa monetaria e quindi sul valore relativo di una moneta. Ma cos’è la bilancia commerciale? E’ la differenza tra il valore dei beni esportati e il valore dei beni importati. Se tale differenza è negativa, e quindi le importazioni superano le esportazioni, si parla di deficit o disavanzo. Se tale differenza è positiva, e quindi sono le esportazioni a superare le importazioni, si parla di avanzo o di surplus.

Quando la bilancia commerciale migliora, e quindi diminuisce il deficit o aumenta l’eventuale surplus, la valuta di riferimento trae una spinta verso l’alto. Se la bilancia commerciale peggiora, la valuta tende a deprezzarsi.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, essi vivono quasi da sempre una condizione di disavanzo: gli USA sono un paese importatore. La faccenda si complica, se invece si guarda all’Europa. Se la politica dei prezzi è comune, e l’inflazione tende a essere considerata complessivamente, ciò non è valido per la bilancia dei pagamenti. Insomma, in linea teorica va analizzata la bilancia dei singoli stati membri. Tuttavia, per acquisire evidenze in prospettiva del trading, è possibile fare riferimento alle quatto economiche più grandi dell’Eurozona: Germania, Francia, Italia, Spagna. Ora, in mezzo a questo range di paesi, ce ne sono due a forte vocazione esportatrice: la Germania e l’Italia.

PIL

Il Prodotto Interno Lordo è il market mover che è ritenuto universalmente più in grado di sintetizzare le condizioni economiche di un paese. Questo suo ruolo è praticamente arbitrario, poiché il PIL, per sua stessa natura, dice molto ma non dice tutto. Ad ogni modo, è considerato in questo modo e quindi va inteso come un market mover estremamente forte.

Ovviamente, quando il PIL aumenta, la valuta di riferimento trae una spinta positiva. Quando il PIL diminuisce, la valuta di riferimento tende a deprezzarsi. Attualmente, gli Stati Uniti se la cavano meglio dell’Eurozona da questo punto di vista, e lo fanno da più di un paio d’anni. C’è da dire che però l’Eurozona sta intensificando il suo percorso di crescita.

Limitatamente all’Europa, quale PIL va considerato? Quello dell’Eurozona nel suo complesso o quello dei paesi membri? In linea di massima, sono valide entrambe le alternative. Il consiglio è di monitorare sia il PIL dell’Eurozona che quello delle quattro economie più importante che, ripetiamo, sono Germania, Francia, Italia, Spagna.

Dati sul lavoro

Sotto la categoria “dati sul lavoro” si trova una pletora di market mover. La ratio, comunque, è quella di ritenere prioritario ai fini analitici e strategici l’economia reale, e l’economia reale è fatta soprattutto di lavoro. In generale, è quindi necessario tenere d’occhio il tasso di disoccupazione, il tasso di occupazione, le variazioni dell’occupazione in senso assoluto (quindi con i numeri nudi e crudi, non in percentuale). Ovviamente, se i dati migliorano, la valuta si apprezza.

In riferimento agli Stati Uniti, oltre al classico tasso di disoccupazione, si segnala un market mover di fondamentale importanza, che però non viene attenzionato, non nelle medesime forme almeno, dagli organismi europei: la variazione dell’occupazione non agricola, il cosiddetto ADP. Questo parametro è completato dai Non-Farm Payrolls, ossia dalla variazione del numero delle buste paga corrisposte in tutti i settori eccetto quello agricolo.

Dal punto di vista del lavoro, gli Stati Uniti se la passano molto meglio dell’Eurozona. Gli outlook sono comunque stazioni in entrambi i casi, sebbene questa evidenza vada letta in modo differente. Agli Stati Uniti, potrebbe andare bene già così, dal momento che sono vicini alla piena occupazione. Svariati paesi membri dell’Eurozona, invece, e tra questi c’è sfortunatamente l’Italia, soffrono di una disoccupazione elevata e che sta scendendo troppo lentamente.

Fiducia e sentiment

Svariati istituti, nelle due sponde dell’atlantico, realizzano sondaggi ufficiali circa il sentimento di fiducia degli attori economici. Essi possono essere semplici consumatori, imprese, investitori istituzionali. Si tratta di dati importanti in quanto danno un’idea di come essi si comporteranno in futuro, delle aspettative che muoveranno le loro azioni. E’ evidente: se un individuo crede che l’economia peggiorerà, tenderà a risparmiare e in questo modo i consumi diminuiscono, diminuisce il fatturato dell’imprese e di conseguenza peggiorerà l’economia reale. La stessa dinamica psicologica può essere ricondotta agli imprenditori e agli investitori istituzionali.

E’ ovvio che dati esprimenti fiducia producono un apprezzamento della valuta di riferimento, e dati che invece esprimono sfiducia producono un deprezzamento. Per quanto riguarda l’Eurozona, è bene guardare soprattutto agli studi tedeschi. Sono proprio i dati sulla fiducia dei tedeschi a incidere maggiormente sull’euro. Ad ogni modo, si può affermare che il Vecchio Continente, almeno per ora, è pervaso da un cauto ottimismo, mentre negli Stati Uniti la situazione è stazionaria anche da questo punto di vista.

Imprese

Decisivi sono anche i market mover che riguardano le imprese dei principali settori: manifatturiero, servizi, costruzioni. I market mover più importanti da questo punto di vista sono quelli della serie PMI. Acronimo di Purchase Manager Index, nei calendari economici spesso noti come “indice dei direttori all’acquisto”, il PMI è in genere strutturato intorno al valore 50, che funge da linea di demarcazione tra pessimismo e ottimismo. L’indice è ricavato, anche in questo caso, con il metodo del sondaggio.

L’importanza del PMI è testimoniata, oltre che dalla ricca letteratura in merito, anche da un fatto molto banale: i direttori agli acquisti, che sono oggetto dello studio, rappresentano figure chiave, le uniche ad avere sempre e comunque il polso della situazione, soprattutto per ciò che riguarda il futuro a breve e medo termine. Decidono, infatti, gli input sulla scorta degli out.

E’ evidente: se il PMI è in crescita o magari è semplicemente superiore alle attese, la valuta trae giovamento. Se invece il PMI è in diminuzione o comunque delude, la valuta tende a perdere valore.

Da questo punto di vista, sia l’Eurozona che gli Stati Uniti godono di indici PMI discreti, comunque sopra al 50. Anche se, a ben vedere, non viene mai pubblicato un PMI unico per tutta l’Eurozona. Dunque, il consiglio si ripete: fate riferimento ai PMI tedesco, francese, italiano, spagnolo.