L’analisi tecnica non basta. Studiare il grafico, lavorare sugli indicatori e ottenere segnali copre solo metà del lavoro. Il restante va fatto sull’analisi fondamentale, quindi puntano lo sguardo al di fuori, nel mercato reale, nell’economia reale. Insomma, è necessario fare trading sui dati economici. Uno dei dati economici più importanti è senz’altro l’inflazione. Vera e propria ossessione per alcuni paesi (pensiamo alla Germania, che ancora sconta il trauma per l’iperinflazione di quasi un secolo fa), è per le banche centrali il perno della politica monetaria, la stella polare che orienta il loro operato.

In questo articolo tratteremo l’argomento inflazione dalla prospettiva del Forex Trading. Daremo una definizione esaustiva dell’inflazione e descriveremo l’impatto, diretto e indiretto, a breve e a lungo termine, sul mercato valutario.

Immagine Che Cos’è l’Inflazione è Perché è Importante per il Forex Trading

Cos’è l’inflazione

L’inflazione è, molto banalmente, la variazione dei prezzi rilevati espressa in termini percentuali, rilevata all’interno di un periodo di riferimento e nel punto più basso della filiera: il commercio al dettaglio. Molto banalmente, l’inflazione viene elaborata studiando i prezzi come essi si trovano “nei negozi”, se si parla di prodotti, o presentati ai clienti finali, se si tratta di servizi.

Ovviamente, l’inflazione non prende in considerazione tutti i prezzi. O, per meglio dire, non prende in considerazione tutti i prodotti, bensì un paniere. Tale paniere viene elaborato selezionano i prodotti con la maggiore diffusione. Tuttavia, possono esistere più panieri, in base alla tipologia di inflazione. Ecco le tipologie di inflazione più importanti.

Inflazione complessiva. Nota semplicemente come “inflazione”, in inglese “head line inflation”, è l’inflazione che prende in considerazione il paniere standard.

Inflazione core. E’ l’inflazione che non prende in considerazione i prodotti che si caratterizzano per un prezzo eccessivamente volatile. Infatti, dal paniere dell’inflazione core vengono esclusi sia il cibo che l’energia, e in particolare il petrolio. Pur non essendo menzionata spesso nell’informazione generalista, è proprio l’inflazione core a rappresentare il punto di riferimento più genuino per le banche centrali e gli investitori, anche perché è l’unica in grado di dare una reale panoramica dei prezzi. Falsi positivi, se non si usa l’inflazione core e si predilige esclusivamente quella complessiva, è facile che emergano. Pensiamo all’anno scorso, quando l’inflazione sembrava sul punto di tornare alla normalità in Europa, e invece era semplicemente gonfiata dal prezzo del cibo e da quello dell’energia.

L’inflazione ha un impatto enorme sul mercato valutario, ma anche sull’economia reale. E’ ovvio, se i prezzi salgono, la gente – fino a quando non raggiunge un punto di rottura, il quale porta al mercato nero – tende a comprare perché sa che se ritarda l’acquisto rischia di perdere denaro. Se i prezzi invece scendono, e la prospettiva è chiara, i consumatori tendono a ritardare l’acquisto perché sanno che, nel prossimo futuro, potranno spendere di meno per acquistare il medesimo prodotto.

Gli squilibri nell’inflazione, sia in un senso che nell’altro, generano pesanti conseguenze nella vita economica. Se i prezzi aumentano a dismisura, il potere di acquisto delle famiglie si riduce e queste si impoveriscono. Se i prezzi decrescono, per le dinamiche di “ritardo” che abbiamo citato poco fa, le vendite soffrono, le aziende chiudono e i posti di lavoro vanno persi.

Per questo motivo, l’inflazione è oggetto di intervento da parte delle banche centrali, che la manipolano utilizzando la leva dei tassi di interesse. E’ proprio in base a questo meccanismo che si realizza uno degli impatti di cui andremo a parlare tra poco, quello diretto.

L’impatto diretto dell’inflazione

L’inflazione ha un impatto diretto, o quasi, sul mercato valutario. Ce l’ha per un motivo semplice: orienta le azioni delle banche centrale, e questa modificano in maniera notevole i rapporti tra le valute. Per comprendere questo meccanismo è bene entrare dettagliatamente in quelli che sono i compiti della banca centrale.

Eccetto rari casi, il loro scopo è portare l’inflazione verso un livello desiderabile, che favorisca le normali attività economiche, il cosiddetto target. Ora, su quale sia l’inflazione migliore per l’economia il dibattito è ancora aperto, ma per adesso un po’ dappertutto è stata accettata la misura convenzionale del 2%. Insomma, se i prezzi aumentano del 2% all’anno, si instaurano le migliori condizioni per una crescita equilibrata. Fanno eccezione l’Australia, il Brasile e pochi altri, che puntano a una inflazione compresa tra il 2 e il 3%, o addirittura superiore al 3%.

Ora, che accade se l’inflazione si allontana dal target?

Se si allontana nel senso della decrescita, e quindi i prezzi rallentano, allora la banca centrale adotta una politica monetaria espansiva: immette denaro a buon mercato, gli interessi si abbassano a tutti i livelli e circola più moneta. E, per la legge della domanda e dell’offerta, il valore della moneta scende.

Se l’inflazione si allontana nel senso della crescita, e quindi i prezzi salgono, la banca centrale adotta una politica monetaria restrittiva. I prestiti si fanno più costosi, circola meno denaro, si restringe l’offerta. E, per la legge della domanda dell’offerta (ancora lei), le quotazioni della valuta salgono.

L’impatto indiretto dell’inflazione

Se l’impatto diretto, o quasi diretto, descritto in precedenza si basa su logiche e numeri incontrovertibili, lo stesso non si può dire dell’impatto indiretto. Il legame, in questo caso, si fa più fumoso, meno stabile, più soggetto agli innumerevoli fattori esterni. Eppure è proprio vero: l’inflazione ha un impatto anche indiretto sul mercato valutario, e quindi sul valore delle monete.

Il principio di base che giustifica questa affermazione non è nemmeno tanto complicato: un paese che vive un forte momento di difficoltà sul fronte dei prezzi, viene giudicato poco affidabile, poco in grado di rispondere alle sfide del presente, quindi viene progressivamente abbandonato dagli investitori. Da tutte le tipologie di investitori, anche quelli del Forex Trading.

Ecco, quindi, che se un paese ha una inflazione troppo alta o troppo bassa, la sua moneta perderà valore. Di contro, se l’inflazione si muove verso il target, la valuta si apprezza. Ovviamente, occorre valutare l’impatto dell’inflazione anche alla luce di altri dati economici, come quelli del PIL, del lavoro, della produzione. Alla fine, tutto si lega.

In realtà, non sempre l’impatto, diretto o indiretto che sia, è rilevabile. Può accadere che la pubblicazione del dato dell’inflazione passi in sordina, che non sortisca nessuno effetto nel Forex. Accade spesso, ma solo a una condizione: che in quel dato momento storico i prezzi non rappresentino un problema, in quanto stabilmente posizionati nella fascia desiderata, quella che gravita (a esclusione di paesi come il Brasile e l’Australia) intorno al 2%.

Ad ogni modo, non è questo il momento. Un po’ ovunque, come strascico della ormai passata crisi economica, l’inflazione è vittima di distorsioni. Lo è sicuramente in Europa, che fatica a raggiungere il tanto agognato 2% nonostante le politiche monetaria ultraespansive messe in campo dalla Bce di Mario Draghi.

L’impatto nel breve periodo

L’inflazione è una materia importante ma complessa, se si intende studiarne la correlazione con il mercato del Forex. Anche perché non esiste solo la dicotomia tra impatto diretto e indiretto, ma anche quello tra breve e lungo termine. Forse, è proprio questa tipologia di differenziazione che deve interessare maggiormente i trader del Forex.

L’inflazione impatta nel breve periodo, e quindi va presa in considerazione da chi mantiene le sue posizioni aperte per un lasso di tempo ristretto, e addirittura da chi si cimenta nell’intraday. Da questo punto di vista, l’inflazione si compone esattamente come un market mover di media-alta potenza: nell’immediato, sconvolge (ma solo se non si verifica la condizione di “calma piatta” descritta nel paragrafo precedente).

Quando viene pubblicato il dato dell’inflazione, il prezzo reagisce subito, il mercato sconta già nell’immediato gli effetti “reali” di una variazione dei prezzi (che si riducono spesso alla manipolazione in un senso specifico dei tassi di interesse da parte della banca centrale).

Nel brevissimo periodo comunque, quando l’inflazione si rivela più bassa o alta del necessario, e si allontana in questo modo dal target, la valuta tende a reagire negativamente e a deprezzarsi.

Se invece l’inflazione è migliore del previsto, e quindi concretizza un passo in avanti deciso nel cammino verso il target, allora la valuta reagisce positivamente e si apprezza.

E’ bene ripetiamolo, ciò accade a prescindere dalla direzione. L’inflazione può aumentare o diminuire, ma tutto dipende dal fatto che si stia avvicinando o meno all’obiettivo.

L’impatto nel lungo periodo

Le dinamiche dell’inflazione nel lungo periodo sono molto più complicate, anche perché coinvolgono elementi di natura prettamente tecnica. E’ difficile, in realtà, non prevedono il “come” dell’impatto, bensì il “quando”. Il mercato sconterà anche nel lungo termine una inflazione buona o cattiva, ma lo farà, appunto, in un tempo lungo e in maniera forse meno prevedibile, più dispersiva.

Ad ogni modo, in questo caso a contare non è solo il percorso di avvicinamento/allontanamento dal target, ma anche la direzione.

Se l’inflazione è troppo bassa, e si allontana quindi dal target, la banca centrale adotterà una politica espansiva, quindi la moneta – ma lo farà nel lungo periodo – si deprezzerà. E’ successo con l’euro qualche anno fa. E’ bene, per chiarirci un po’ le idee, riesumare questa case history. A gennaio del 2015 i prezzi dell’Eurozona hanno toccato il loro punto più basso: -0,6%. Da quel momento, la BCE ha intrapreso una politica fortemente espansiva. Ebbene, cosa è accaduto nel medio lungo periodo? L’euro si è deprezzato, proprio per l’effetto di questa politica (che comunque era già espansiva ed è stata “solo” esacerbata, e infatti la moneta unica era in discesa, sebbene meno ripida, da qualche mese). Sono bastati meno di due anni, e l’euro si è deprezzato (sul dollaro) di circa il 20%, sfiorando la parità. E’ successo quanto abbiamo descritto in teoria poco fa: a una inflazione troppo bassa, è seguito nel lungo periodo un deprezzamento della valuta.

Se l’inflazione è troppo alta, e si allontana per questo motivo dal target, la banca centrale adotterà una politica restrittiva e la moneta – sempre nel lungo periodo – si apprezzerà.

I movimenti sono questi, e vanno presi in considerazione soprattutto da chi fa trading a lungo termine o da chi pratica lo swing trading.

Ad ogni modo, dopo tanti decenni di monitoraggio e di storia comune, l’impatto dell’inflazione sul mercato valutario è un dato di fatto. A provarlo sono gli esempi. Peccato che la faccenda sia molto complessa e, come abbiamo vista, ricca di sfaccettature.