Il greggio arretra ma chiude la settimana con un rialzo a due cifre

Seduta di correzione per il mercato petrolifero nell’ultima giornata della settimana, dopo un movimento che ha riportato le quotazioni del greggio oltre la soglia psicologica dei 100 dollari al barile per la prima volta da metà maggio.

I futures sul Brent, benchmark di riferimento internazionale, hanno ceduto il 2,4% scendendo a 105,03 dollari al barile, dopo aver toccato nella sessione precedente un massimo in area 108 dollari. Il West Texas Intermediate (WTI) statunitense si è mosso attorno ai 99,66 dollari, dopo un picco superiore ai 104 dollari.

Nonostante il ripiegamento, il bilancio settimanale resta ampiamente positivo: +9% per il Brent e +8,9% per il WTI. Il calo odierno interrompe cinque sedute consecutive di rialzi per il contratto europeo e una serie di otto giorni positivi per quello americano.

Il fattore diplomatico: i colloqui in Oman sullo Stretto di Hormuz

La spinta ribassista è arrivata dopo che i media statali iraniani hanno annunciato un incontro tra Teheran e i Paesi del Golfo in Oman, dedicato al dossier dello Stretto di Hormuz. Un segnale di apertura diplomatica che ha raffreddato, almeno temporaneamente, il premio per il rischio geopolitico incorporato nei prezzi.

Lo Stretto di Hormuz rappresenta il collo di bottiglia energetico più sensibile al mondo: attraverso questo corridoio marittimo transita circa un quinto del petrolio consumato a livello globale, oltre a volumi rilevanti di gas naturale liquefatto. Qualsiasi ipotesi di interruzione del traffico si traduce immediatamente in un’impennata delle quotazioni.

Perché il mercato prezza un conflitto prolungato

Gli operatori si stanno posizionando per uno scenario di crisi duratura. Secondo una ricostruzione del Wall Street Journal, alcuni consiglieri della Casa Bianca avrebbero discusso con il presidente Donald Trump la possibilità che il confronto con l’Iran si estenda oltre l’attuale mandato presidenziale.

Trump ha invece dichiarato che la crisi si chiuderà dopo le elezioni di midterm di novembre e che i prezzi di petrolio e gas scenderanno una volta superato il voto. Un’affermazione che il mercato, per ora, sembra accogliere con cautela.

Mar Rosso e produzione saudita: i due fronti di tensione

«Di nuovo, sono i timori geopolitici a guidare tutto», ha osservato Jim Reid, strategist di Deutsche Bank, in una nota diffusa venerdì mattina.

Due elementi in particolare hanno alimentato il rally:

  • Sicurezza delle rotte nel Mar Rosso: i ribelli Houthi hanno conquistato la città portuale yemenita di Mokha, situata nei pressi dello Stretto di Bab el-Mandeb, all’estremità meridionale del Mar Rosso. Un fronte che mette a rischio anche le esportazioni petrolifere saudite.
  • Crollo dell’output saudita: la produzione dell’Arabia Saudita è scesa ai livelli più bassi dal 1990, riducendo drasticamente il cuscinetto di capacità inutilizzata su cui il mercato ha storicamente contato nei momenti di stress.
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Deficit di offerta: strutturale o temporaneo?

Per Tamas Varga, analista di PVM Oil Associates, la vera domanda per gli investitori riguarda la natura dell’attuale squilibrio tra domanda e offerta.

«Ulteriori impennate non possono essere escluse e un ritorno al picco di aprile a 126 dollari resta possibile, dato che le scorte petrolifere globali e regionali continuano a ridursi», ha spiegato l’analista. «Va però sottolineato che più i prezzi salgono, più la domanda viene distrutta».

Il confronto con la crisi del 1990

Varga individua una differenza sostanziale rispetto allo shock della prima Guerra del Golfo: «Oggi il petrolio è molto più elastico rispetto a 35 anni fa». Le fonti rinnovabili, secondo l’analista, sono «più che capaci» di sostituire determinate componenti del barile, in particolare nella generazione elettrica.

«Sembra soltanto una questione di tempo prima che il divario tra domanda e offerta globale si restringa, sia per un aumento dell’offerta in caso di tregua, sia per una contrazione della domanda legata alla diffusione di fonti energetiche alternative», ha aggiunto. «Nel frattempo, ulteriore forza dei prezzi è del tutto possibile, ma sarebbe sorprendente vederla proseguire oltre il 2026».

Cosa monitorare nelle prossime sedute

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Per chi opera su commodity, forex e indici, alcuni elementi meritano attenzione particolare:

  • Esito dei colloqui in Oman: un’intesa, anche parziale, sulla navigabilità di Hormuz potrebbe innescare una rapida compressione del premio geopolitico.
  • Dinamica delle scorte: il continuo drawdown degli inventari globali rappresenta il pilastro fondamentale del rialzo.
  • Effetti di secondo impatto sull’inflazione: un greggio stabilmente sopra i 100 dollari alimenta le pressioni sui prezzi al consumo e complica il percorso di allentamento monetario di Fed e BCE. Per l’area euro, importatrice netta di energia, si tratta di un canale di trasmissione particolarmente rilevante.
  • Cambio euro-dollaro: il petrolio quotato in dollari amplifica l’effetto del rincaro sui bilanci energetici europei quando il biglietto verde si rafforza.

In un contesto dominato dalla geopolitica, la volatilità resta elevata: i movimenti a doppia cifra su base settimanale segnalano un mercato che reagisce in modo violento ai titoli di cronaca più che ai fondamentali di breve periodo.