Due fragili ragioni di ottimismo per i mercati
L’apertura di martedì a Wall Street si è basata su due catalizzatori positivi, entrambi tutt’altro che solidi. Da un lato, i titoli dei semiconduttori proseguivano il recupero dopo una fase di vendite particolarmente violenta; dall’altro, i mediatori internazionali tentavano di rilanciare un cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran.
Il Nasdaq appariva il principale beneficiario di questa combinazione, ma il ritorno del prezzo del greggio intorno ai 90 dollari al barile lasciava intendere che gli investitori fossero ben lontani dall’essere convinti di un reale allentamento della crisi mediorientale.
La tregua diplomatica e le tensioni sul campo
La proposta di cessate il fuoco avrebbe una durata di 10 giorni e potrebbe aprire uno spazio per ripristinare l’accordo provvisorio raggiunto il mese scorso. L’Iran ha inoltre chiesto al Pakistan di riprendere il proprio ruolo di mediazione.
La diplomazia, tuttavia, deve fare i conti con gli eventi sul terreno. Le forze militari statunitensi hanno colpito l’Iran per 10 notti consecutive, mentre Teheran ha attaccato alleati americani come Kuwait e Bahrein. Dallo scorso venerdì sono stati uccisi tre soldati statunitensi, spingendo Donald Trump a minacciare che l’Iran avrebbe “pagato cento volte tanto” per ogni vittima americana.
Il fronte si allarga oltre il Golfo Persico
Il conflitto si è esteso ben oltre il Golfo Persico. Gli Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno minacciato un blocco navale dell’Arabia Saudita, riaccendendo il timore di nuovi attacchi nell’area dello Stretto di Bab el-Mandeb, la porta d’accesso al Mar Rosso. Tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024, il gruppo aveva già dimostrato di poter compromettere una delle rotte marittime più strategiche al mondo con risorse relativamente limitate.
Il rischio per le esportazioni petrolifere saudite
Il momento è particolarmente delicato. Dall’inizio del conflitto, alla fine di febbraio, l’Arabia Saudita ha fatto crescente affidamento sui propri terminali sul Mar Rosso per aggirare lo Stretto di Hormuz. Lungo questa rotta possono transitare fino a 7 milioni di barili al giorno, pari a circa il 7% della produzione petrolifera globale. Secondo i dati di Kpler, le spedizioni da Yanbu hanno recentemente raggiunto una media di circa 4 milioni di barili al giorno.
Un’interruzione che colpisse contemporaneamente Hormuz e Bab el-Mandeb metterebbe quindi a rischio una quota consistente delle esportazioni saudite. I mercati hanno ormai preso l’abitudine di interpretare ogni proposta di tregua come un segnale per acquistare azioni e vendere petrolio, ma questa reazione automatica inizia ad assomigliare a un ottimismo eccessivo.
Il segnale ambiguo del Brent
Il Brent è inizialmente sceso sotto i 90 dollari, mentre gli investitori si concentravano sugli sforzi di mediazione, per poi risalire oltre tale soglia. Questa inversione ha fotografato il nodo centrale: un cessate il fuoco è possibile, ma ricostruire la fiducia tra armatori, assicuratori e operatori del settore energetico richiederebbe tempi ben più lunghi. ING ha sottolineato come restino profonde divergenze tra Washington e Teheran, un modo diplomatico per dire che i negoziatori hanno ancora molto da discutere.
L’impatto del petrolio su inflazione e tassi
Il rialzo dei prezzi petroliferi ha ripercussioni che vanno ben oltre il mercato energetico. Prezzi più alti potrebbero rallentare la discesa dell’inflazione proprio nel momento in cui le banche centrali segnalano scarsa urgenza nel tagliare i tassi di interesse.
UBS prevede un impatto solo limitato sull’inflazione di fondo, il che consentirebbe agli utili aziendali di restare il principale motore delle azioni. La tesi potrebbe rivelarsi corretta, ma il mercato obbligazionario mantiene una copertura prudenziale: il rendimento del Treasury a 10 anni si attesta vicino ai massimi dell’anno.
I semiconduttori trainano il Nasdaq
Per la seduta di martedì, tuttavia, sono ancora una volta i chip a fare la parte del leone. L’iShares Semiconductor ETF è salito di circa il 4% nelle contrattazioni pre-mercato, dopo il guadagno del giorno precedente. In rialzo AMD, Applied Materials, Micron Technology, Intel e Marvell Technology. Il Nasdaq 100 avanzava dell’1,4% in pre-market.
Le trimestrali sotto osservazione
I prossimi banchi di prova saranno le trimestrali di Alphabet, Intel, Tesla e IBM. I conti di Alphabet verranno analizzati con attenzione per verificare se gli investimenti nell’intelligenza artificiale si stiano traducendo in ricavi effettivi, mentre Intel dovrà dimostrare di saper beneficiare del boom del settore, e non di limitarsi ad osservarlo.
Per Tesla le attese indicano utili per circa 54 centesimi per azione su ricavi di 27,4 miliardi di dollari, ma i commenti di Elon Musk potrebbero pesare più dei numeri stessi. In agenda anche i risultati di General Motors, Danaher e Charles Schwab, seguiti da Interactive Brokers dopo la chiusura.
Movimenti societari e umore selettivo del mercato
Alcune reazioni preliminari hanno anticipato l’atteggiamento selettivo degli investitori:
- 3M: +5% dopo aver rivisto al rialzo le stime di utile annuale.
- Nebius: in forte crescita dopo che Nvidia ha reso nota una partecipazione passiva del 9,3% nella società di cloud dedicata all’AI.
- Equifax: in netto ribasso a seguito di una guidance sugli utili annuali inferiore alle attese.
- Novartis: ritorno alla crescita delle vendite, con farmaci come Kisqali, Pluvicto e Kesimpta a compensare la pressione derivante dai medicinali che hanno perso la protezione brevettuale.
Nuovi dazi e tensioni commerciali
Sul fronte commerciale, Trump ha imposto un dazio aggiuntivo del 50% su circa 20 miliardi di dollari di beni canadesi, tra cui vino, mazze da hockey e cemento, motivando la decisione con il trattamento riservato dal Canada ai prodotti americani. Sono stati esentati energia, potassa, pesce e minerali critici.
Ulteriori dazi verso decine di Paesi potrebbero essere annunciati prima della scadenza, fissata a venerdì, dell’attuale prelievo globale del 10%, aprendo un nuovo canale attraverso il quale l’inflazione potrebbe mantenersi persistente.
Il nuovo governo britannico e il quadro macroeconomico
Nel Regno Unito, Andy Burnham è diventato il settimo primo ministro in dieci anni, subentrando a Keir Starmer con la promessa di un intervento statale più ampio e attivo per rilanciare l’economia e ripristinare la stabilità.
Il contesto economico, tuttavia, non gioca a suo favore: il tasso di disoccupazione resta al 4,9%, la crescita salariale si mantiene solida e l’indebitamento pubblico, pur inferiore rispetto a un anno prima, continua a superare l’obiettivo fiscale.

