Le tasse sul trading ci sono, e vanno pagate. Anche se fanno male, anche se incidono direttamente sul rendimento effettivo delle vostre operazioni.

Ovviamente, non esistono sistemi leciti per eliminare arbitrariamente l’imposizione. Esistono però alcune scelte che consentono di evitare pagamenti superiori al dovuto. Ne parliamo qui.

Tasse sul trading: un cruccio da gestire

Quando valutate i risultati della vostra attività, non dovete osservare soltanto il profitto lordo mostrato dalla piattaforma. Il rendimento realmente disponibile dipende anche dalle commissioni, dagli eventuali costi valutari e, soprattutto, dalle imposte applicate ai guadagni.

In Italia, per numerose plusvalenze e per gli altri redditi diversi di natura finanziaria realizzati da persone fisiche al di fuori dell’attività d’impresa è prevista un’imposta sostitutiva del 26%.

Ciò significa che un profitto lordo di 1.000 euro non corrisponde necessariamente a 1.000 euro realmente disponibili. Prima dovete considerare i costi sostenuti e, successivamente, l’imposizione fiscale. Per chi applica strategie caratterizzate da margini limitati e numerose operazioni, questa differenza può diventare rilevante.

Come ridurre le tasse sul trading in modo legale

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Una precisazione: ridurre legalmente le tasse sul trading non può e non deve nascondere operazioni, omettere conti esteri o scegliere intermediari che non comunicano automaticamente i dati al fisco. Questi comportamenti producono un risparmio illecito e possono determinare imposte aggiuntive, sanzioni e interessi.

La vera ottimizzazione fiscale consiste nel conoscere le regole prima di operare. Dovete sapere quali guadagni possono essere compensati con le perdite, quali costi partecipano al calcolo e quale trattamento viene applicato allo strumento selezionato. Ecco come fare.

Utilizzare correttamente le minusvalenze

La prima tattica consiste nel recuperare le minusvalenze fiscalmente utilizzabili. Una minusvalenza si verifica quando vendete uno strumento a un prezzo inferiore rispetto al relativo costo fiscalmente riconosciuto. Non rappresenta soltanto una perdita economica: in presenza delle condizioni previste dalla normativa, può ridurre le plusvalenze imponibili.

Se, per esempio, realizzate una plusvalenza fiscalmente compensabile di 3.000 euro e disponete di una minusvalenza utilizzabile di 1.000 euro, l’imposta viene calcolata sul risultato netto di 2.000 euro. Non ricevete quindi un rimborso per la perdita, ma riducete la base sulla quale viene applicata l’aliquota.

Quando le minusvalenze superano le plusvalenze compatibili realizzate nello stesso anno, l’eccedenza può essere utilizzata nei periodi d’imposta successivi, ma non oltre il quarto, purché sia correttamente indicata nella dichiarazione o certificata dall’intermediario.

Dovete però evitare una semplificazione frequente: non tutte le perdite compensano qualsiasi guadagno. Il sistema fiscale distingue tra redditi di capitale e redditi diversi e prevede ulteriori separazioni tra categorie. Alcuni risultati positivi, quindi, non possono essere ridotti utilizzando le minusvalenze presenti nel vostro dossier.

Per questa ragione è utile controllare periodicamente la posizione fiscale fornita dal broker. Verificate l’ammontare delle minusvalenze, l’anno in cui sono state generate e la relativa scadenza. Potrete così programmare con maggiore consapevolezza la chiusura delle posizioni, senza vendere uno strumento valido soltanto per ottenere un vantaggio fiscale.

La compensazione deve essere frutto di una decisione finanziariamente sensata. Realizzare un guadagno inutile, assumere nuovi rischi o acquistare prodotti complessi al solo scopo di consumare una minusvalenza potrebbe costarvi più del risparmio fiscale ottenuto.

Includere tutti i costi ammessi nel calcolo

La seconda tattica consiste nel determinare correttamente la base imponibile. L’imposta non viene sempre calcolata sulla semplice differenza visibile tra il prezzo di vendita e quello di acquisto. La normativa considera anche gli oneri direttamente inerenti all’operazione. Oneri che possono essere dedotti al fine di ridurre il reddito imponibile.

Tra questi possono rientrare, secondo il tipo di transazione, le commissioni di intermediazione e altri costi direttamente collegati alla produzione della plusvalenza. Date un’occhiata alle linee guida dell’Agenzia delle Entrate, ovvero quelle che descrivono le commissioni come elementi rilevanti nel calcolo. Ad ogni modo, gli interessi passivi sono esclusi dagli oneri deducibili secondo queste regole.

Ma facciamo un esempio: supponete di acquistare uno strumento a 5.000 euro e di rivenderlo a 5.600 euro. Considerare una plusvalenza di 600 euro senza includere le commissioni ammesse significherebbe calcolare l’imposta su una base superiore a quella corretta. Il risparmio prodotto da questa tattica può essere limitato per una singola operazione, ma diventa più importante quando effettuate numerosi ingressi e uscite.

Nel regime amministrato è normalmente l’intermediario italiano a eseguire i calcoli e ad applicare l’imposta. Nel regime dichiarativo, invece, dovete prestare maggiore attenzione alla documentazione e alla corretta indicazione dei risultati. La patata bollente, in questo caso, è in mano vostra.

Il consiglio è conservare estratti conto, contabili, report annuali, certificazioni delle minusvalenze e prospetti relativi ai costi.

Valutare strumenti con tassazione agevolata

La terza possibilità consiste nel considerare, all’interno di una strategia coerente, strumenti ai quali viene applicata un’aliquota inferiore. Il principale esempio è rappresentato dai titoli di Stato italiani e dai titoli equiparati, per i quali il trattamento fiscale può prevedere l’aliquota del 12,5%, anziché quella ordinaria del 26%.

A parità di rendimento lordo, una tassazione inferiore produce un risultato netto maggiore. Su un guadagno imponibile di 1.000 euro, un’aliquota del 26% comporta teoricamente 260 euro di imposta, mentre un’aliquota del 12,5% ne comporta 125. La differenza è significativa, ma non rende automaticamente conveniente lo strumento.

I titoli di Stato presentano infatti caratteristiche specifiche in termini di durata, sensibilità ai tassi, volatilità e rischio dell’emittente. Acquistare un’obbligazione esclusivamente perché gode di una tassazione favorevole potrebbe esporvi a una perdita di prezzo superiore al beneficio fiscale.

Ad ogni modo, analizzate e confrontate rendimento netto, rischio, liquidità, orizzonte temporale e costi. Le conseguenze fiscali non possono e non devono essere l’unico criterio di scelta.