Il dollaro riprende quota: Fed e greggio spingono il biglietto verde

Il dollaro americano guadagna terreno in modo generalizzato all’apertura della settimana, sostenuto da una combinazione di fattori: l’impennata delle attese per un rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve nella riunione in calendario questa settimana e la persistente forza delle quotazioni petrolifere. Dopo i dati su PPI e CPI statunitensi, le probabilità implicite di una stretta monetaria sono salite a circa l’87%, dal 60% precedente: un riprezzamento aggressivo che ha ridisegnato in poche sedute il posizionamento sul mercato valutario.

Fa eccezione la Cina: la People’s Bank of China ha fissato il tasso di riferimento del dollaro su un nuovo minimo di tre anni e mezzo, segnalando tolleranza verso un apprezzamento graduale dello yuan.

Il trilemma dei mercati

Gli investitori sono spesso affascinati dai cosiddetti “trilemmi”, ed è il caso di segnalarne uno che si sta materializzando proprio ora. Non possono coesistere simultaneamente tre condizioni: il proseguimento del conflitto in Medio Oriente, un tetto ai rendimenti decennali statunitensi e un pavimento sotto lo yen giapponese. Qualcosa, prima o poi, dovrà cedere.

Sul fronte dell’offerta energetica, la produzione petrolifera saudita è crollata mentre, secondo le indiscrezioni di mercato, la Cina è rientrata negli acquisti per ricostituire le scorte strategiche. Parallelamente, l’amministrazione Trump ha invitato l’Ucraina a sospendere gli attacchi contro le raffinerie russe, uno dei fattori che ha alimentato il rincaro del gasolio – input critico per il trasporto su gomma, i treni merci e i mezzi agricoli, con ricadute dirette sull’inflazione dei beni alimentari.

Sul piano geopolitico, il presidente Trump ha dichiarato che il conflitto con l’Iran potrebbe concludersi attorno alle elezioni di midterm e che un accordo commerciale con il Canada potrebbe essere raggiunto “abbastanza presto”.

blank

Valute G10: dove si muove il mercato

Euro/Dollaro sotto pressione

L’euro aveva segnato un nuovo minimo settimanale prima del fine settimana, per poi recuperare da area 1,1570 verso 1,1600 dopo la chiusura europea. Oggi la moneta unica è stata venduta fino a 1,1535 dollari, il livello più basso da metà agosto, avvicinando il ritracciamento del 50% del rally iniziato a fine luglio (circa 1,1355). Il successivo obiettivo di ritracciamento si colloca in prossimità di 1,1490. Gli indicatori di momentum intraday appaiono tuttavia tirati: una prima resistenza è individuabile nella fascia 1,1560-1,1570.

Dollaro/Yen: la BoJ verso la stretta

La violenta discesa del dollaro contro yen osservata all’inizio del mese si è attenuata nelle ultime tre sedute. Il cambio si è mosso lateralmente, seppur in modo nervoso, tra circa 152,90 e 154,65, avvicinandosi oggi all’estremo superiore del range. Il mercato sconta ormai quasi integralmente un rialzo dei tassi della Bank of Japan questa settimana, oltre a un ulteriore intervento entro fine anno. Area 154 offre il primo supporto; la soglia di 155, in passato supporto per il biglietto verde, si è ora trasformata in resistenza chiave. Il superamento aprirebbe la strada verso 155,75-156,25.

Sterlina in bilico sul supporto tecnico

blank

La sterlina ha recuperato dal nuovo minimo settimanale (circa 1,3480) toccando il massimo di seduta vicino a 1,3535 nella mattinata nordamericana, disegnando una outside day il cui significato dipenderà dal livello di chiusura. La trendline che unisce i minimi di fine giugno e luglio converge con la media mobile a 200 giorni attorno a 1,3455: una rottura di quest’area potrebbe proiettare il cambio verso 1,3350.

Dollaro canadese e australiano in difficoltà

Il dollaro canadese ha sottoperformato prima del weekend, con una perdita dello 0,25% superata solo dal franco svizzero (-0,50%). Il biglietto verde è salito a un nuovo massimo di sette sedute vicino a 1,3885, portando a tre le sessioni consecutive di rialzo – la serie più lunga da giugno – ed estendendo i guadagni oltre 1,39. Il massimo del mese, registrato dopo l’interruzione dei negoziati commerciali, resta a 1,3940.

Il dollaro australiano, dopo il rimbalzo da 0,7150 fino a quasi 0,7190, ha imboccato una nuova gamba ribassista raggiungendo 0,7125 nella mattinata europea, poco sopra il minimo mensile. Questo livello coincide con il ritracciamento del 38,2% del rally partito a fine luglio; una rottura punterebbe verso 0,7080.

Mercati emergenti: peso messicano e yuan

Il peso messicano ha consolidato prima del fine settimana all’interno del range della seduta precedente, ma il consolidamento sta assumendo i contorni di una correzione. Il dollaro ha raggiunto oggi 17,0865 pesos, massimo dal 12 agosto, con il prossimo obiettivo tecnico in area 17,1175-17,1200.

Contro lo yuan offshore il dollaro resta schiacciato sui minimi di tre anni, appena sopra 6,70. Il cambio non chiude sopra la media mobile a 20 giorni (ora vicino a 6,7185) da due mesi. Nonostante la forza generalizzata del biglietto verde, la PBOC ha fissato oggi il riferimento ufficiale sotto quota 6,70 per la prima volta da diversi anni (6,7698 contro 6,7743), quarto fixing consecutivo in discesa.

I mercati indiani restano chiusi per festività nazionale.

Azionario, obbligazionario e materie prime

Equity: i timori sull’AI tornano protagonisti

Le notizie provenienti da Microsoft e Oracle, unite al parziale ripiegamento del petrolio, avevano sostenuto Wall Street prima del fine settimana, con effetti positivi sulle borse asiatiche. La scorsa settimana l’MSCI Asia Pacific Index ha però ceduto per la prima volta in quattro settimane, mentre lo Stoxx 600 europeo ha perso l’1,65%, la flessione più ampia in due mesi.

Oggi i timori legati alle valutazioni del comparto intelligenza artificiale tornano a pesare: Cina, Taiwan e Corea del Sud in calo, Stoxx 600 in flessione dello 0,2%, futures statunitensi nettamente negativi con il Nasdaq a -1,6% e l’S&P 500 attorno a -0,70%.

blankblank

Obbligazionario: la correlazione petrolio-rendimenti ai massimi

I rendimenti decennali sono per lo più arretrati in Europa e Nord America prima del weekend, dopo il balzo della seduta precedente. Un dato da tenere d’occhio: la correlazione rolling a 30 giorni tra le variazioni del WTI e il decennale americano è salita a circa 0,80, il massimo degli ultimi cinque anni. Il rendimento del JGB decennale si mantiene poco sotto il 3%, i tassi europei salgono di 1-3 punti base con premi periferici in ampliamento, mentre il Treasury decennale viaggia attorno al 4,96%.

Oro e argento in ritirata

L’oro aveva recuperato dal minimo di sette sedute (circa 4.293,50 dollari) superando brevemente quota 4.400 durante la sessione nordamericana, prima di arretrare di 50-55 dollari. Oggi il metallo giallo è nuovamente pesante, scivolando poco sotto 4.279 dollari, nuovo minimo dall’inizio di agosto. Il supporto grafico successivo è individuabile in area 4.200.

L’argento è sceso ai minimi di quasi quattro settimane (leggermente sotto 63 dollari), ha rimbalzato fino a quasi 65,30 e oggi è tornato sotto pressione a circa 62,35 dollari, anch’esso minimo da inizio agosto. Sotto questi livelli il grafico offre scarso sostegno fino a quota 60.

Petrolio oltre i 100 dollari

Il WTI con scadenza ottobre ha toccato un nuovo massimo di contratto a quasi 104,50 dollari nelle prime ore della sessione asiatica, per poi ripiegare verso 98,50 in mattinata nordamericana, chiudendo comunque sopra i 100 dollari al barile. Oggi il greggio consolida nella parte alta dei massimi della scorsa settimana.

Agenda macro: cosa guardare

Canada: inflazione di agosto

Il Canada pubblica oggi l’indice dei prezzi al consumo di agosto. I rischi sono orientati al rialzo, considerando i nuovi dazi statunitensi (entrati in vigore il 22 agosto) e le turbolenze legate al conflitto mediorientale. Il calo dello 0,1% registrato ad agosto dell’anno precedente uscirà dal calcolo tendenziale, spingendo meccanicamente il dato annuo.

Con i tassi core sottostanti vicini al 2,0%, la Bank of Canada non sembra però avere fretta di modificare la politica monetaria. Il mercato dei swap sconta circa il 40% di probabilità di un rialzo alla riunione di fine ottobre – una stima che a nostro avviso appare eccessiva – mentre una stretta risulta quasi interamente prezzata per l’ultimo appuntamento dell’anno a dicembre.

Giappone: produzione industriale e stretta BoJ

La stima preliminare di un incremento dello 0,1% della produzione industriale giapponese di luglio è stata rivista oggi in un calo dello 0,2% (il consenso Bloomberg indicava inizialmente -0,7%), dopo il balzo dell’1,9% di giugno. Il Ministero dell’Industria prevede un’impennata del 6,4% ad agosto seguita da un arretramento del 4,2% a settembre.

Nonostante la delusione sui consumi delle famiglie, il rafforzamento dei redditi da lavoro e la revisione al rialzo del PIL del secondo trimestre (1,4% contro 1,1%) rafforzano la convinzione che la Bank of Japan alzerà i tassi questa settimana, con un ulteriore intervento a dicembre. Dall’intervento valutario di fine luglio, il rendimento del biennale giapponese è salito di circa 35 punti base all’1,85%.

Cina: credito debole e yuan forte

I dati sui finanziamenti di agosto hanno deluso: la domanda più fiacca da parte di imprese e famiglie ha compensato l’incremento dell’indebitamento pubblico. Domani è prevista la consueta tornata mensile di dati ad alta frequenza sull’economia reale e sui prezzi immobiliari.

Al di là delle singole rilevazioni, l’economia cinese manca di slancio prospettico e, al netto della recente ricapitalizzazione di banche e assicurazioni, le autorità appaiono ancora riluttanti a varare stimoli di rilievo. Paradossalmente, mentre lo sconto del decennale cinese rispetto a quello americano supera i 325 punti base – un apparente record in epoca moderna – Pechino ha accettato un apprezzamento dello yuan del 4,15% da inizio 2026. La valuta cinese si trova oggi sui massimi contro il dollaro da gennaio 2023.