Per la maggior parte delle persone, sentire dire “i prezzi stanno scendendo” suona come una buona notizia. Chi non vorrebbe pagare meno per la spesa, per l’affitto, per la macchina? In realtà la deflazione — la diminuzione generalizzata dei prezzi nell’economia — è uno degli scenari economici più temuti, talmente pericoloso che le banche centrali di tutto il mondo preferiscono un’inflazione moderata piuttosto che rischiare di entrare in territorio deflazionistico.

L’esempio più studiato è il Giappone, che ha vissuto trent’anni di deflazione e stagnazione dopo il crollo della bolla immobiliare del 1990. Il PIL giapponese nel 2020 era praticamente identico a quello del 1995 in termini reali, mentre gli USA nello stesso periodo erano cresciuti dell’80%. In questa guida vedremo cos’è esattamente la deflazione, perché è così pericolosa nonostante sembri positiva, come si innesca la “spirale deflazionistica”, e perché le banche centrali fanno di tutto per evitarla.

Cos’è la deflazione e come si misura

La deflazione è il fenomeno opposto dell’inflazione: una diminuzione generalizzata e sostenuta del livello dei prezzi nell’economia. Tecnicamente, si parla di deflazione quando l’indice dei prezzi al consumo (CPI) registra valori negativi per almeno due trimestri consecutivi. Una singola misurazione mensile negativa non è deflazione — può essere semplicemente volatilità statistica o un effetto stagionale.

È importante distinguere la deflazione da due fenomeni simili ma diversi. La disinflazione è semplicemente un rallentamento del tasso di inflazione: se l’inflazione passa dal 5% al 2%, c’è stata disinflazione, ma i prezzi continuano a salire (solo più lentamente). La disinflazione è generalmente vista come positiva, soprattutto quando partiva da livelli alti. La deflazione invece è quando l’inflazione diventa negativa: i prezzi non rallentano la salita, scendono proprio.

L’altro fenomeno da non confondere è la diminuzione dei prezzi in settori specifici. Se i prezzi dell’elettronica scendono del 5% all’anno perché la tecnologia migliora (la classica “deflazione tecnologica”), questo non è deflazione macroeconomica. È un fenomeno settoriale positivo che indica progresso tecnologico. La deflazione vera coinvolge l’intero paniere dei beni e servizi, non singoli prodotti.

Perché la deflazione sembra positiva ma non lo è

Il ragionamento intuitivo è semplice: se i prezzi scendono, il mio stesso stipendio compra più cose, quindi sto meglio. È vero per il singolo consumatore in un dato momento, ma è completamente sbagliato quando guardi l’effetto sistemico sull’intera economia. Il problema è che la deflazione innesca una serie di reazioni a catena che paralizzano l’attività economica.

Primo effetto: i consumatori posticipano gli acquisti. Se sai che la lavatrice che oggi costa 600 euro tra sei mesi costerà 570, e tra un anno 540, perché comprarla adesso? Aspetti. Questo ragionamento, moltiplicato per milioni di consumatori e per tutti i beni durevoli, riduce drasticamente la domanda aggregata. Le aziende vendono meno, riducono la produzione, licenziano lavoratori.

Secondo effetto: il valore reale del debito aumenta. Se hai un mutuo da 200.000 euro contratto quando i prezzi erano stabili, e ora c’è deflazione del 2% all’anno, il valore reale di quel debito cresce del 2% all’anno. Il tuo stipendio probabilmente non sale (o addirittura scende), ma la rata del mutuo rimane uguale in valore nominale, quindi consuma una percentuale maggiore del tuo reddito. Molti debitori non riescono più a pagare, falliscono, e questo crea problemi alle banche.

Terzo effetto: le aziende rinviano gli investimenti. Se i prezzi futuri saranno più bassi di quelli attuali, ogni progetto di investimento diventa meno profittevole. Un macchinario che oggi costa 1 milione di euro e produrrà beni venduti a prezzi crescenti è un investimento sensato. Lo stesso macchinario in un’economia deflazionistica produrrà beni venduti a prezzi sempre minori, riducendo i margini. Le aziende preferiscono tenere i soldi in cassa.

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La spirale deflazionistica: il meccanismo che si autoalimenta

Il vero problema della deflazione è che innesca una spirale auto-rinforzante. Il meccanismo è questo: i prezzi scendono, i consumatori posticipano gli acquisti, la domanda cala, le aziende riducono la produzione e licenziano, la disoccupazione sale, gli stipendi vengono tagliati, il reddito disponibile diminuisce, la domanda cala ulteriormente, i prezzi scendono ancora di più, e così via in un circolo vizioso.

Una volta innescata, la spirale deflazionistica è estremamente difficile da fermare. Le banche centrali possono abbassare i tassi di interesse per stimolare l’economia, ma quando i tassi sono già a zero (come è stato negli ultimi anni in Europa e Giappone), non c’è più margine per abbassarli ulteriormente. Si entra nel territorio dei tassi negativi, che hanno effetti collaterali importanti sul sistema bancario e sui risparmiatori.

Il Giappone è il caso di studio per eccellenza. Dopo lo scoppio della bolla immobiliare e azionaria del 1990, il Giappone è entrato in una fase di deflazione cronica. Il Nikkei 225, che aveva toccato i 39.000 punti nel dicembre 1989, è poi crollato fino ai 7.000 nel 2009 (-82% in vent’anni) ed è tornato sopra i 39.000 solo nel 2024, dopo 34 anni. Generazioni intere di giapponesi sono cresciute pensando che gli asset finanziari “non rendono mai”, con conseguenze culturali e demografiche enormi.

Il caso del Giappone: trent’anni di deflazione

Il Giappone è probabilmente l’esempio più estremo di deflazione persistente nella storia economica moderna. Tra il 1995 e il 2020, l’indice dei prezzi al consumo giapponese è cresciuto di appena il 5% totale in 25 anni — una media annua dello 0.2%, praticamente piatta con frequenti periodi negativi. Negli stessi anni l’indice USA è cresciuto del 75%, quello europeo del 60%.

Le conseguenze sono state devastanti per la crescita economica. Il PIL giapponese in dollari nel 1995 era circa 5.5 trilioni di dollari. Nel 2020, 25 anni dopo, era ancora intorno ai 5 trilioni di dollari. Gli USA nello stesso periodo sono passati da 7.6 a 21 trilioni. La Cina, partita molto più indietro, ha superato il Giappone diventando la seconda economia mondiale nel 2010.

La Bank of Japan ha provato di tutto per uscire dalla deflazione: tassi di interesse a zero dal 1999 (con brevi interruzioni), tassi negativi dal 2016, quantitative easing massiccio (acquisti di bond governativi per oltre 700 trilioni di yen, l’equivalente del 100% del PIL), persino l’acquisto di azioni tramite ETF. Niente ha veramente risolto il problema fino al 2022-2023, quando finalmente l’inflazione è tornata positiva grazie a fattori esterni (la guerra in Ucraina, il rincaro dell’energia, l’indebolimento dello yen).

Perché le banche centrali preferiscono inflazione moderata

Ecco perché la Fed, la BCE, e praticamente tutte le banche centrali del mondo hanno come target ufficiale un’inflazione del 2% annuo, non lo zero. A prima vista sembra strano: perché vogliono che i prezzi salgano del 2%? La risposta è che il 2% è un “cuscinetto di sicurezza” contro la deflazione.

Se il target fosse lo 0% (prezzi stabili) e ci fosse una recessione, l’inflazione potrebbe facilmente scendere sotto lo zero e l’economia entrerebbe in deflazione. Avendo come target il 2%, anche durante una recessione l’inflazione tende a rimanere positiva, mantenendo l’economia lontana dal pericolo deflazionistico.

Il 2% è anche considerato abbastanza basso da non causare distorsioni significative nelle decisioni economiche. Sopra il 3-4% l’inflazione inizia a creare problemi: i contratti devono essere indicizzati, i risparmiatori cercano protezioni, l’economia diventa instabile. Sotto l’1% si avvicina pericolosamente alla deflazione. Il 2% è il “punto dolce” identificato dagli economisti come ottimale per la stabilità macroeconomica.

Inflation expectations: la psicologia che conta più dei numeri

Una delle cose più importanti che gli economisti hanno imparato sulla deflazione è che le aspettative contano più dei dati attuali. Se i consumatori e le imprese si aspettano che i prezzi scenderanno, agiscono di conseguenza (posticipano acquisti, rinviano investimenti), e questo da solo può causare deflazione effettiva. È una profezia che si autoavvera.

Per questo le banche centrali pongono enorme attenzione alle “inflation expectations”. Indicatori come il TIPS spread (la differenza di rendimento tra i Treasury normali e quelli indicizzati all’inflazione), il survey delle aspettative dei consumatori (il famoso “Michigan Consumer Survey”), e i forecast degli analisti professionali sono monitorati settimanalmente. Quando le aspettative iniziano a scendere verso lo zero, le banche centrali intervengono aggressivamente per riancorarle al target del 2%.

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Questo spiega molti dei comportamenti apparentemente strani delle banche centrali. Quando la Fed comunica che terrà i tassi bassi “per un periodo prolungato”, non sta solo manipolando i tassi attuali, sta cercando di influenzare le aspettative future. Se i mercati credono al messaggio, le aspettative di inflazione futura salgono, le aziende investono di più oggi, e il ciclo virtuoso si autoalimenta.

I rari casi di deflazione “buona”

Per essere precisi, non tutta la deflazione è cattiva. Gli economisti distinguono tra “deflazione cattiva” (causata dal crollo della domanda) e “deflazione buona” (causata dall’aumento dell’offerta o dal progresso tecnologico). La deflazione tecnologica nei settori elettronica e informatica è generalmente positiva: i prezzi scendono perché la produttività aumenta, non perché la domanda crolla.

Esempio: nel 1985 un computer IBM con 640 KB di RAM costava circa 4.000 dollari. Oggi un computer infinitamente più potente costa 500 dollari. È deflazione settoriale, ma è “buona”: riflette l’enorme miglioramento tecnologico. I consumatori comprano lo stesso (anzi, comprano di più), e l’industria continua a crescere in volumi anche se i prezzi unitari scendono.

La deflazione “cattiva” è invece quella causata dal crollo della domanda aggregata, come nel Giappone post-1990 o negli USA durante la Grande Depressione del 1929-1933. In quei casi, i prezzi scendono perché nessuno compra, non perché la produzione è più efficiente. La distinzione è fondamentale: la prima è un sintomo di progresso, la seconda è un sintomo di malattia economica.

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Perché temere la deflazione

La deflazione è uno degli scenari peggiori che un’economia possa affrontare, peggiore della maggior parte degli scenari inflazionistici. Una volta innescata, la spirale deflazionistica è estremamente difficile da fermare, come dimostrano i 30 anni del Giappone. I costi per uscirne sono enormi: tassi negativi, quantitative easing massiccio, distorsioni strutturali del sistema finanziario.

Per il trader e l’investitore retail, capire la deflazione è importante perché spiega molte delle azioni delle banche centrali che a prima vista sembrano controintuitive. Quando la Fed mantiene i tassi bassi “troppo a lungo”, non sta solo stimolando l’economia attuale: sta cercando di evitare che l’inflazione scenda troppo. Quando la BCE fa QE massicci, non sta solo aiutando i governi: sta combattendo le pressioni deflazionistiche strutturali in Europa.

La prossima volta che senti qualcuno lamentarsi “l’inflazione mi sta uccidendo, vorrei che i prezzi scendessero”, ricordati del Giappone. Un’inflazione moderata e controllata è scomoda ma gestibile. La deflazione è una trappola dalla quale, una volta caduti dentro, è quasi impossibile uscire. Le banche centrali lo sanno, e per questo combattono molto più aggressivamente la deflazione che l’inflazione.