La Fed riconosce un peggioramento del quadro inflazionistico

Il passaggio più significativo del Rapporto sulla Politica Monetaria di luglio della Federal Reserve è insolitamente diretto: le misure sulle variazioni dei prezzi al consumo “hanno iniziato a salire lo scorso anno per poi accelerare ulteriormente in primavera”.

Si tratta di una caratterizzazione molto più netta rispetto alla consueta formula secondo cui l’inflazione “rimane elevata”. La banca centrale statunitense ammette esplicitamente che il quadro inflazionistico è peggiorato: l’inflazione PCE headline è salita al 4,1% a maggio, dal 2,5% di un anno prima, mentre l’indice core è passato dal 2,8% al 3,4%.

Le cause dell’accelerazione dei prezzi

Il documento attribuisce l’aumento a una combinazione di fattori:

  • Dazi commerciali e loro trasmissione ai prezzi al consumo;
  • Shock energetico legato all’escalation del conflitto in Medio Oriente;
  • Domanda straordinaria di tecnologia high-tech collegata all’intelligenza artificiale.

I prezzi dell’energia sono cresciuti del 24% su base annua, ma non si tratta soltanto di una questione legata al petrolio. L’inflazione dei beni core è accelerata al 2,4% dallo 0,6%, mentre i prezzi di computer, software ed elettronica sono stati spinti al rialzo dalla forte domanda di semiconduttori e infrastrutture per data center.

Alcuni segnali incoraggianti

Non mancano elementi positivi. L’inflazione dei servizi abitativi (housing services) è rallentata al 3,2% dal 4,1%, e la misura trimmed-mean PCE della Fed di Dallas si è attenuata al 2,4%. Anche le aspettative di inflazione a lungo termine restano sostanzialmente ancorate.

Tuttavia, le aspettative di breve termine sono aumentate e l’inflazione dei servizi core non abitativi rimane sostenuta al 3,9%, un livello che continua a preoccupare i policymaker.

Perché la Fed ha abbandonato l’orientamento accomodante

Il linguaggio del rapporto spiega chiaramente il motivo per cui la Fed si è allontanata in modo così deciso da un bias espansivo. La proiezione mediana colloca ora il tasso sui fed funds al 3,8% a fine 2026, contro il 3,4% indicato a marzo.

Questo significa, di fatto, la possibilità di un rialzo di 25 punti base rispetto all’attuale intervallo del 3,50–3,75%. Il documento sottolinea inoltre che diverse regole standard di politica monetaria suggeriscono un tasso leggermente superiore all’attuale corridoio.

Un’economia solida, ma con una crescita sempre più concentrata

La Fed continua a descrivere l’attività economica come in espansione a un “ritmo solido”, anche se i dettagli sottostanti raccontano una realtà meno brillante.

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Il PIL è cresciuto del 2,1% annualizzato nel primo trimestre, ma gli acquisti finali domestici privati — un indicatore più affidabile della domanda di fondo — sono aumentati solo dell’1,7%. Il reddito interno lordo è salito appena dell’1,2%, mentre la spesa dei consumatori ha rallentato a un ritmo dell’1,3% annualizzato nei primi cinque mesi dell’anno.

Il vero motore: gli investimenti nell’AI

Il reale traino della crescita sono gli investimenti in capitale. Gli investimenti fissi delle imprese sono balzati dell’11% annualizzato nel primo trimestre, dopo il +5,5% del 2025. La costruzione di data center, gli apparecchi high-tech e il software rappresentano la parte più consistente di questa forza. Anche la produzione manifatturiera è migliorata, trainata da computer, elettronica, metalli e macchinari.

Al di fuori degli investimenti legati all’intelligenza artificiale, il quadro è decisamente più debole. La spesa per uffici e strutture manifatturiere è fiacca, il mercato immobiliare resta stagnante, le vendite di case esistenti sono vicine ai minimi storici e i cantieri per abitazioni monofamiliari sono in calo.

La Fed stima il tasso sui mutui a 30 anni al 6,4%, mentre la maggior parte dei mutuatari esistenti resta bloccata su tassi inferiori al 4% — un fenomeno che congela la mobilità nel mercato immobiliare.

Il mercato del lavoro regge grazie al crollo dell’offerta

Il tasso di disoccupazione si è attestato al 4,2% a giugno, sostanzialmente invariato dalla scorsa estate. I licenziamenti restano contenuti, le posizioni aperte si sono stabilizzate e la crescita degli occupati nel settore privato è migliorata fino a quasi 100.000 unità al mese nel secondo trimestre.

In condizioni normali, un ritmo di assunzioni del genere apparirebbe debole. Tuttavia, il forte rallentamento dell’immigrazione e l’invecchiamento demografico stanno riducendo la partecipazione alla forza lavoro. Con un’offerta di manodopera che cresce a fatica, una modesta creazione di posti di lavoro è sufficiente a evitare un aumento della disoccupazione.

Produttività e salari reali

La produttività rappresenta un ulteriore fattore di resilienza. Dalla fine del 2019, la produttività del settore imprenditoriale è cresciuta a un ritmo medio annuo del 2,1%, contro l’1,5% del ciclo economico precedente.

Nonostante ciò, i salari aggregati non hanno tenuto il passo con l’ultimo rialzo dei prezzi al consumo, e la crescita dei salari reali è tornata in territorio negativo. Le finanze delle famiglie restano nel complesso solide, ma emergono segnali di tensione:

  • il tasso di risparmio è sceso al 3,9%;
  • i ritardi sui prestiti auto sono aumentati tra i mutuatari a reddito basso e medio;
  • la fiducia dei consumatori resta debole;
  • le piccole imprese ricorrono sempre più al costoso credito revolving.

Le pressioni sui consumi delle famiglie

La spesa reale dei consumatori è cresciuta ad appena l’1,3% annualizzato nei primi cinque mesi del 2026, dopo aver rallentato a circa il 2% nel 2025. Il rapporto individua quattro pressioni principali:

  • rallentamento della crescita salariale;
  • immigrazione e crescita della popolazione nettamente inferiori;
  • prezzi più elevati derivanti dai dazi;
  • costi elevati della benzina.

Uno scenario che lascia aperta la porta a un rialzo dei tassi

Il rapporto ritrae un’economia che rallenta a livello delle famiglie, ma che resta sostenuta dagli investimenti nell’AI, dalla crescita della produttività e da un mercato del lavoro stabile. Questa combinazione offre alla Fed lo spazio per concentrarsi sull’inflazione.

Le proiezioni di giugno confermano questa lettura. La Fed ha rivisto solo marginalmente al ribasso la stima di crescita per il 2026, al 2,2% dal 2,4%, ma ha alzato in modo significativo le previsioni di inflazione: headline al 3,6% dal 2,7% e core al 3,3% dal 2,7%. Contestualmente, la proiezione sul tasso di disoccupazione è stata abbassata al 4,3%.

L’impegno ribadito dal Comitato a “garantire la stabilità dei prezzi” lascia dunque aperta la porta a un possibile rialzo dei tassi, qualora l’accelerazione dell’inflazione registrata in primavera dovesse rivelarsi persistente.