Gli Emirati Arabi Uniti lasciano l’OPEC+: una posizione unica nel cartello

Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno occupato per anni una posizione del tutto particolare all’interno dell’OPEC+, grazie a un prezzo di pareggio fiscale ed esterno del petrolio tra i più bassi del gruppo e a una considerevole capacità produttiva inutilizzata. Una combinazione che, secondo gli analisti, rendeva il Paese del Golfo difficilmente paragonabile agli altri membri del cartello.

È quanto sostenuto da James Davis, responsabile del servizio Short-Term e delle previsioni sulla produzione di greggio presso FGE, che in una recente intervista ha sottolineato come “gli altri membri non si trovino nella stessa situazione”. Davis ha tuttavia chiarito che l’addio degli EAU non rappresenta l’inizio della fine per l’OPEC.

Impatto immediato sul mercato petrolifero globale

Effetti limitati nel breve termine

Secondo Davis, l’uscita degli Emirati dall’OPEC non avrà un impatto significativo sull’equilibrio tra domanda e offerta nel breve periodo, dal momento che gran parte della capacità produttiva del Paese resta vincolata dalla sua collocazione geografica, alle spalle dello Stretto di Hormuz.

Possibili tensioni sui prezzi a lungo termine

L’analista mette però in guardia: la decisione potrebbe avere implicazioni negative sulla parte lunga della curva dei prezzi. Una volta normalizzati i flussi attraverso lo Stretto di Hormuz, infatti, gli EAU potrebbero aumentare la produzione oltre i livelli target precedentemente concordati con OPEC+, generando pressioni ribassiste sulle quotazioni future del greggio.

OPEC+ perde il 10% della capacità produttiva

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Con l’uscita degli Emirati, il gruppo OPEC+ ha visto evaporare circa il 10% della propria capacità produttiva complessiva. Secondo Davis, questo significa che gli altri membri “dovranno lavorare con maggiore impegno per mantenere la stabilità del mercato”, una sfida non banale in un contesto di volatilità geopolitica persistente.

La reazione di Donald Trump

Anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha commentato la decisione degli Emirati, durante un incontro nello Studio Ovale con gli astronauti della missione Artemis II. Interpellato dai giornalisti, Trump si è detto entusiasta della scelta: “Penso sia una mossa eccellente. Conosco molto bene Mohamed bin Zayed Al Nahyan, è una persona molto intelligente e probabilmente vuole semplicemente seguire la propria strada”.

Le motivazioni ufficiali degli Emirati Arabi Uniti

Il Ministero dell’Energia e delle Infrastrutture degli EAU ha annunciato il ritiro dall’OPEC e dall’OPEC+ con effetto dal 1° maggio, attraverso un comunicato pubblicato sul proprio profilo X. La decisione, spiega la nota, “si allinea con la visione strategica ed economica di lungo periodo degli Emirati e con l’evoluzione del settore energetico nazionale, incluso l’accelerato investimento nella produzione domestica”.

Una scelta motivata da interessi nazionali

Il comunicato sottolinea come il ritiro sia avvenuto dopo un’attenta revisione della politica produttiva e delle capacità attuali e future del Paese, alla luce degli interessi nazionali e delle persistenti turbolenze geopolitiche nel Golfo Arabico e nello Stretto di Hormuz, che continuano a condizionare le dinamiche dell’offerta.

“La stabilità del sistema energetico globale dipende dalla disponibilità di forniture flessibili, affidabili e a prezzi ragionevoli”, prosegue il documento, evidenziando come gli EAU abbiano investito per rispondere efficacemente ai cambiamenti della domanda, dando priorità a stabilità delle forniture, costi e sostenibilità.

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Le decisioni dell’OPEC+ dopo l’uscita degli Emirati

L’aumento di produzione di giugno

In una riunione virtuale tenutasi il 3 maggio, i Paesi rimanenti del nucleo OPEC+ – Arabia Saudita, Russia, Iraq, Kuwait, Kazakhstan, Algeria e Oman – hanno deciso di incrementare la produzione di 188.000 barili al giorno a giugno. Si tratta della prima riunione del cartello dopo l’annuncio del ritiro emiratino.

Le quote produttive di giugno

Secondo la tabella allegata al comunicato OPEC, le quote di produzione richieste per giugno sono così suddivise:

  • Arabia Saudita: 10,291 milioni di barili al giorno
  • Russia: 9,762 milioni di barili al giorno
  • Iraq: 4,352 milioni di barili al giorno
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  • Kuwait: 2,628 milioni di barili al giorno
  • Kazakhstan: 1,599 milioni di barili al giorno
  • Algeria: 989.000 barili al giorno
  • Oman: 826.000 barili al giorno

Confronto con le quote di maggio

A inizio aprile, l’OPEC aveva annunciato un aumento produttivo di 206.000 barili al giorno per maggio, quando gli EAU erano ancora parte del gruppo con una quota di 3,447 milioni di barili al giorno. Le altre quote di maggio prevedevano 10,228 milioni per l’Arabia Saudita, 9,699 milioni per la Russia, 4,326 milioni per l’Iraq, 2,612 milioni per il Kuwait, 1,589 milioni per il Kazakhstan, 983.000 barili per l’Algeria e 821.000 barili per l’Oman.

Cosa aspettarsi dal mercato petrolifero

Gli EAU hanno fatto sapere che, anche dopo l’uscita dall’OPEC, continueranno a svolgere “un ruolo responsabile attraverso un aumento graduale e ponderato della produzione, in linea con la domanda e le condizioni di mercato”. Per gli investitori e gli operatori del settore energy, la mossa apre scenari complessi: nel breve termine l’impatto resta contenuto, ma nel medio-lungo periodo la maggiore autonomia degli Emirati potrebbe alterare gli equilibri storici del cartello e influenzare significativamente le quotazioni del Brent e del WTI sui mercati internazionali.