L’oro entra in territorio ribassista ma gli esperti guardano oltre
Il metallo prezioso ha subito un’ondata di vendite significativa che lo ha spinto ufficialmente in un bear market, con un calo di circa il 21% rispetto al picco di fine gennaio a 5.594,82 dollari l’oncia. Tuttavia, alcuni dei più autorevoli strateghi del settore finanziario non solo mantengono le proprie previsioni rialziste di lungo periodo, ma considerano l’attuale correzione come un’opportunità di ingresso. Nella giornata di martedì, il prezzo spot dell’oro ha registrato un ribasso fino al 2% prima di recuperare parzialmente, attestandosi a 4.335,97 dollari l’oncia con una perdita dell’1,5%. I futures sono scesi di circa il 2% a 4.317,80 dollari, mentre anche l’argento ha seguito la stessa traiettoria discendente.
Ed Yardeni conferma il target a 10.000 dollari entro fine decennio
Nonostante la pressione ribassista, Ed Yardeni, presidente di Yardeni Research, ha ribadito la sua visione di lungo termine in modo inequivocabile: “Manteniamo il nostro obiettivo di 10.000 dollari entro la fine del decennio”, ha dichiarato a CNBC via email. Yardeni ha tuttavia rivisto al ribasso la sua previsione per fine 2026, portandola da 6.000 a 5.000 dollari l’oncia, un livello che rappresenterebbe comunque un rialzo di circa il 15% rispetto alle quotazioni attuali. Si tratta di un aggiustamento tattico, non di un cambio di strategia: i fondamentali strutturali che sostengono l’oro restano intatti secondo l’analista.
Le cause della recente correzione
L’ultima fase di debolezza è stata innescata da una combinazione di fattori tecnici e macroeconomici:
Rafforzamento del dollaro statunitense
Il Dollar Index si è apprezzato di circa il 3% dall’inizio del conflitto il 28 febbraio, esercitando una pressione naturale sull’oro, che è denominato in dollari e tende a muoversi in direzione opposta rispetto al biglietto verde. Questo rafforzamento ha probabilmente innescato prese di profitto da parte degli investitori che avevano accumulato posizioni lunghe sul metallo prezioso.
Allentamento delle tensioni geopolitiche
Il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato lunedì una pausa di cinque giorni sugli attacchi pianificati contro le infrastrutture energetiche iraniane, un segnale che i mercati hanno interpretato come un possibile allentamento delle tensioni. Questo ha ridotto temporaneamente il premio per il rischio geopolitico incorporato nel prezzo dell’oro, tradizionalmente considerato un bene rifugio nei periodi di instabilità.
Ribilanciamento dei portafogli
La debolezza simultanea dei mercati azionari ha spinto diversi investitori istituzionali a liquidare posizioni sull’oro per coprire perdite su altri asset, generando un effetto a cascata sulle quotazioni del metallo.
Global X ETFs: obiettivo a 6.000 dollari resta valido
Justin Lin, investment strategist di Global X ETFs, ha confermato il suo scenario base di 6.000 dollari l’oncia entro fine 2026, definendo il recente calo come “un punto di ingresso interessante per gli investitori”. Secondo Lin, il selloff è stato alimentato da una combinazione di sensibilità ai tassi di interesse più elevati, ribilanciamento dei portafogli e un certo grado di compiacenza riguardo al conflitto in corso con l’Iran. Un aspetto cruciale della sua analisi è che la previsione rialzista non dipende dal premio per il rischio bellico. “Si fonda piuttosto sul contesto più ampio di incertezza geopolitica persistente, sulla domanda continua delle banche centrali e sugli afflussi sostenuti da parte degli investitori asiatici in ETF sull’oro”, ha spiegato Lin. L’analista ha inoltre sottolineato che esiste un’elevata probabilità che le banche centrali intensifichino gli acquisti dopo la recente correzione, contribuendo a stabilizzare il mercato e a creare un pavimento sotto i prezzi.
Standard Chartered vede un rimbalzo verso 5.375 dollari
Anche Standard Chartered mantiene una visione costruttiva sull’oro, basata su driver strutturali di lungo periodo. Rajat Bhattacharya, Senior Investment Strategist della banca, ha indicato che l’istituto prevede un rimbalzo verso 5.375 dollari l’oncia nei prossimi tre mesi, una volta che l’attuale fase di deleveraging si sarà esaurita. Dal punto di vista dell’analisi tecnica, Standard Chartered identifica un supporto chiave intorno a 4.100 dollari, un livello che potrebbe fungere da base per una ripresa qualora le vendite dovessero proseguire nel breve termine.
I pilastri della tesi rialzista di lungo periodo
Bhattacharya ha evidenziato i fattori strutturali che continuano a sostenere la visione positiva sull’oro: Domanda delle banche centrali dei mercati emergenti: la diversificazione delle riserve valutarie resta una priorità strategica per molte economie in via di sviluppo, che stanno progressivamente riducendo la dipendenza dal dollaro statunitense. Questo trend, accelerato dopo il congelamento delle riserve russe nel 2022, rappresenta un cambiamento epocale nella gestione delle riserve globali. Diversificazione degli investitori: in un contesto di rischi geopolitici elevati e incertezza macroeconomica, l’oro continua a svolgere il suo ruolo storico di strumento di protezione del portafoglio. Prospettive di indebolimento del dollaro: i mercati anticipano che la Federal Reserve procederà eventualmente a un taglio dei tassi di interesse, un fattore che tenderebbe a indebolire il dollaro e, di conseguenza, a sostenere le quotazioni dell’oro. “Un dollaro statunitense più debole dovrebbe tornare a supportare i prezzi dell’oro”, ha affermato Bhattacharya.
Cosa significa per gli investitori nel 2026
Il quadro che emerge dalle analisi degli esperti è chiaro: la correzione attuale, per quanto significativa, viene interpretata come una dislocazione temporanea piuttosto che un’inversione di tendenza strutturale. I fondamentali che hanno spinto l’oro ai massimi storici — domanda istituzionale, incertezza geopolitica, politiche monetarie accomodanti — restano sostanzialmente invariati. Per gli investitori italiani, è importante considerare anche l’effetto del tasso di cambio EUR/USD: un eventuale indebolimento del dollaro, se da un lato sosterrebbe il prezzo dell’oro in termini assoluti, dall’altro potrebbe attenuare i guadagni per chi detiene posizioni denominate in euro. La gestione del rischio valutario resta quindi un elemento fondamentale nella costruzione di un’esposizione efficiente al metallo prezioso. Il consenso tra gli analisti suggerisce che i livelli attuali, nell’intorno dei 4.300 dollari, potrebbero rappresentare un’area di accumulo strategico per chi condivide la visione rialzista di medio-lungo termine, con target che spaziano dai 5.000 ai 10.000 dollari l’oncia a seconda dell’orizzonte temporale considerato.
