La Francia nel mirino dei mercati: il decennale vola al 5%
Il mercato obbligazionario ha emesso il suo verdetto sulla Francia. Il rendimento dell’OAT decennale ha superato in giornata la soglia psicologica del 5%, toccando i livelli più elevati dal 2002. Un movimento che non è il frutto di una singola notizia, ma la somma di tre pressioni che stanno convergendo nello stesso momento: tensioni sociali nelle principali aree metropolitane, paralisi politica e un deterioramento strutturale dei conti pubblici.
Il timing è tutt’altro che favorevole per l’Eliseo: mancano circa sei mesi alle elezioni presidenziali, e ogni nuovo episodio di instabilità sembra rafforzare il consenso delle forze di destra, con Marine Le Pen favorita nei sondaggi.
Disordini urbani e tenuta dell’ordine pubblico
Nel fine settimana, manifestazioni e scontri promossi da gruppi dell’estrema sinistra hanno degenerato in saccheggi di esercizi commerciali — dalle piccole attività di quartiere alle boutique del lusso — incendi e scontri con le forze dell’ordine. Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha ammesso pubblicamente che in alcune aree urbane la polizia ha temporaneamente perso il controllo del territorio, arrivando a offrire le proprie dimissioni, respinte dal presidente Emmanuel Macron.
Perché la piazza interessa agli investitori
Per chi opera sui mercati, i disordini non sono un fatto di cronaca ma una variabile di rischio: rendono politicamente impossibile approvare misure di consolidamento fiscale. Ogni ipotesi di taglio alla spesa sociale diventa carburante per la protesta, e ogni rinuncia ai tagli alimenta il premio al rischio richiesto dagli investitori. È il classico circolo vizioso tra instabilità sociale e credibilità fiscale.
Il nodo dei conti pubblici: deficit, debito e rating
I numeri spiegano la reazione del mercato. Il deficit pubblico francese si attesta attorno al 5,4% del PIL, ben oltre la soglia del 3% prevista dalle regole europee, mentre il debito pubblico ha raggiunto il 119% del PIL, il livello più alto dal 1946, con una traiettoria ancora in salita.
Va ricordato un dato che pesa più di qualsiasi commento politico: la Francia non presenta un bilancio in pareggio dal 1974. Mezzo secolo di deficit ininterrotti, amplificati dalla stagione del “whatever it takes” post-pandemico, ha lasciato il Paese esposto proprio nel momento in cui i tassi d’interesse sono tornati a livelli storicamente normali e il costo del servizio del debito è diventato una delle principali voci di spesa dello Stato.
La revisione di Moody’s
Entro la fine della settimana è attesa la revisione del rating sovrano da parte di Moody’s, che assegna alla Francia il giudizio Aa3 con outlook negativo. La valutazione arriva mentre il governo fatica a far approvare la legge di bilancio, in un Parlamento frammentato in cui nessuno schieramento dispone di una maggioranza autonoma. Un eventuale declassamento non avrebbe effetti meccanici drammatici sulla domanda di titoli, ma consoliderebbe la narrativa di un Paese in deriva fiscale.
Lo spread OAT-Bund torna ai livelli della crisi dell’euro
Il termometro più immediato dello stress è il differenziale tra OAT francesi e Bund tedeschi sulla scadenza decennale, salito in area 160 punti base: valori che non si vedevano dai tempi della crisi del debito sovrano dell’Eurozona. Per avere un metro di paragone, fino a pochi anni fa quello spread oscillava stabilmente tra i 40 e i 60 punti base, e la Francia era percepita come un emittente quasi equivalente alla Germania.
Secondo lo strategist di Citigroup Jamie Searle, il rapporto OAT-Bund ha rotto livelli tecnici rilevanti e il premio al rischio specifico sulla Francia si muove ormai in “territorio inesplorato”. Gli scontri dell’ultimo fine settimana, aggiunge, hanno ulteriormente complicato i negoziati sul bilancio.
Il ruolo degli investitori esteri
Un elemento da monitorare con attenzione è il progressivo disimpegno degli investitori internazionali dal debito francese. Storicamente, una quota molto elevata delle OAT è detenuta all’estero: quando questa base si assottiglia, la volatilità dei rendimenti aumenta e la domanda deve essere assorbita da banche e assicurazioni domestiche, con l’effetto collaterale di rafforzare il famigerato “doom loop” tra rischio sovrano e sistema bancario.
Francia come epicentro di una possibile “crisi dell’euro 2.0”
L’economista senior di Deutsche Bank Yacine Rouimi colloca la Francia al primo posto per vulnerabilità tra i 18 Paesi dell’area euro in termini di rischio di crisi del debito sovrano. L’indicatore utilizzato aggrega cinque dimensioni: finanze pubbliche, saldi con l’estero, debito privato, solidità del sistema bancario e mercato del lavoro.
Il confronto storico è impietoso: dal 2010 a oggi, Irlanda, Grecia e Portogallo — i Paesi al centro della crisi del decennio scorso — hanno registrato i miglioramenti più significativi, grazie a riforme strutturali e risanamento di bilancio. Al contrario, Francia, Belgio e Finlandia si sono mosse nella direzione opposta.
Perché conta per l’Italia e per i risparmiatori europei
La differenza rispetto al 2011 è la dimensione sistemica: la Francia è la seconda economia dell’Eurozona e il suo mercato obbligazionario è tra i più liquidi del continente. Un eventuale contagio non resterebbe confinato oltralpe e si rifletterebbe su BTP, spread periferici, settore bancario europeo e, sul fronte valutario, sul cambio EUR/USD. Paradossalmente, un allargamento dello spread francese riduce il “vantaggio relativo” della Germania come unico rifugio e rende più complicata la gestione della politica monetaria della BCE, che dispone sì di strumenti anti-frammentazione come il TPI, ma il cui utilizzo è condizionato al rispetto delle regole di bilancio europee — proprio il terreno su cui Parigi è oggi più esposta.
Lo scenario: austerità inevitabile e rischio politico
La questione di fondo è semplice quanto scomoda: come finanziare uno Stato sociale molto generoso in un contesto di tassi elevati e crescita debole. Le proposte di bilancio alternative avanzate dall’opposizione di destra, inclusa quella presentata da Marine Le Pen, prevedono tagli consistenti alla spesa e una revisione dei trasferimenti pubblici per evitare che il Paese scivoli in una crisi del debito.
Qualunque sia la maggioranza che emergerà dalle urne, la direzione appare obbligata: una fase di consolidamento fiscale, con misure impopolari destinate ad alimentare ulteriormente la conflittualità sociale. Per gli investitori, questo significa convivere con un premio al rischio francese strutturalmente più alto rispetto all’ultimo decennio, almeno finché il quadro politico non produrrà un governo in grado di approvare un bilancio credibile.
I prossimi appuntamenti da monitorare
Tre catalizzatori meritano attenzione nelle prossime settimane: l’esito della revisione di Moody’s, l’andamento delle aste di collocamento delle OAT (con particolare attenzione ai rapporti di copertura e alla domanda estera) e, soprattutto, il percorso parlamentare della manovra di bilancio. Sul fronte tecnico, la tenuta o il superamento stabile della soglia dei 170-180 punti base sullo spread OAT-Bund rappresenterebbe il segnale che il mercato sta prezzando non più un rischio politico temporaneo, ma un riposizionamento strutturale del merito di credito francese.



