L’inflazione torna a correre: l’indice PCE segna il livello più alto in oltre tre anni

L’indice dei prezzi delle spese per consumi personali (PCE) — la misura dell’inflazione preferita dalla Federal Reserve — è cresciuto a un ritmo annuo del 4,1% a maggio, mettendo in evidenza la difficoltà della banca centrale americana nel riportare sotto controllo la dinamica dei prezzi.

Il dato ha rispecchiato perfettamente le attese degli analisti, che secondo il servizio di dati finanziari FactSet pronosticavano proprio un incremento del 4,1% su base annua. Il valore segna un’accelerazione rispetto al 3,8% registrato ad aprile e rappresenta il livello più elevato dall’aprile 2023.

L’indice PCE core, che esclude le componenti più volatili legate a energia e alimentari, è salito del 3,4%, leggermente al di sopra del 3,3% previsto dagli economisti. Si tratta di un segnale che la pressione inflazionistica non riguarda soltanto i prezzi energetici, ma si è estesa a una platea più ampia di beni e servizi.

Il ruolo del conflitto con l’Iran e il petrolio

La principale spinta al rialzo è arrivata dal conflitto in Iran, che ha fatto schizzare i prezzi del greggio e della benzina, costringendo gli automobilisti statunitensi a pagare i carburanti più cari degli ultimi tre anni.

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Tuttavia, il report sul PCE di maggio potrebbe rappresentare il picco dell’ultima ondata inflazionistica. A giugno, infatti, le quotazioni del petrolio si sono allentate grazie alle speranze di una rapida riapertura dello Stretto di Hormuz, lo snodo strategico del Golfo Persico attraverso cui transita circa il 20% del flusso petrolifero mondiale. Questo calo dei costi energetici, tuttavia, non è ancora riflesso nei dati più recenti.

Le previsioni degli analisti

«Ci aspettiamo che l’inflazione inizi a scendere ora che lo Stretto di Hormuz è stato riaperto e i prezzi del petrolio stanno calando: questo potrebbe alleviare parte della pressione sulla Fed. Ma affinché ciò accada, i dati del prossimo mese dovranno essere inferiori a quelli che vediamo oggi», ha spiegato Chris Zaccarelli, chief investment officer di Northlight Asset Management.

I prezzi del greggio sono crollati avvicinandosi ai livelli precedenti l’inizio del conflitto a febbraio. Il Brent, benchmark internazionale, ha ceduto giovedì 34 centesimi (-0,5%) attestandosi a 73,40 dollari al barile, in calo di oltre il 35% rispetto al recente massimo di circa 114 dollari, secondo i dati FactSet.

«Stimiamo che l’inflazione headline abbia raggiunto il suo picco e tenderà a scendere nella seconda metà dell’anno, a condizione che lo Stretto di Hormuz resti aperto», ha aggiunto Kathy Bostjancic, chief economist di Nationwide.

I consumi americani restano solidi

Nonostante l’accelerazione dei prezzi, i dati confermano che i consumatori statunitensi hanno continuato a spendere con decisione a maggio. Corretta per l’inflazione, la spesa è aumentata dello 0,3% rispetto ad aprile.

Un elemento particolarmente incoraggiante riguarda i redditi: al netto dell’inflazione, sono cresciuti per la prima volta in quattro mesi, segnando un +0,3% che potrebbe sostenere i consumi nei mesi a venire.

«La spesa reale delle famiglie sta crescendo a un ritmo coerente con il tasso di crescita tendenziale del PIL. È una buona notizia!», ha commentato Carl Weinberg, chief economist di High Frequency Economics.

Le famiglie hanno beneficiato dei rimborsi fiscali più generosi di quest’anno e dei guadagni sui mercati azionari, fattori che, secondo Bostjancic, hanno «contribuito ad ammortizzare l’impatto negativo dei prezzi più elevati della benzina».

Cosa significa per i tassi di interesse

All’inizio del mese, il presidente della Federal Reserve Kevin Warsh ha ribadito l’impegno a contrastare l’inflazione, dichiarando nella sua prima riunione di politica monetaria che la banca centrale è determinata a riportare l’inflazione all’obiettivo del 2% annuo. Nel meeting del 17 giugno la Fed ha mantenuto invariato il tasso di riferimento, lasciando però aperta la porta a un possibile rialzo entro la fine dell’anno.

Le pressioni che alimentano i prezzi

Il rincaro dei carburanti non è l’unico fattore in gioco. L’espansione delle infrastrutture legate all’intelligenza artificiale ha reso più costosi i componenti informatici: la scorsa settimana Apple ha annunciato un aumento dei prezzi per computer e iPad a causa dei maggiori costi. Anche i prezzi dei servizi sono saliti con forza, trainati dal rincaro di ristorazione, hotel, riparazioni auto e sanità.

Un’economia in crescita

Un report governativo separato, diffuso giovedì, ha mostrato che l’economia americana è cresciuta a un ritmo annualizzato del 2,1% nel primo trimestre, in revisione al rialzo rispetto alla stima precedente dell’1,6%. Le richieste di sussidi di disoccupazione sono inoltre diminuite la scorsa settimana, segnale che i licenziamenti restano contenuti.

La combinazione di una crescita del PIL più robusta e di prezzi energetici in calo potrebbe spingere la Fed a mantenere fermi i tassi ancora per diverso tempo. «I dati odierni ricordano che l’inflazione resta ben al di sopra dell’obiettivo e che la crescita rimane solida», ha osservato Ellen Zentner, chief economic strategist di Morgan Stanley Wealth Management. «Questo manterrà la Fed in attesa per parecchio tempo, fino a quando le condizioni non permetteranno un taglio.»