OpenAI rallenta la crescita: i numeri non convincono in vista dell’IPO
Secondo un’inchiesta pubblicata dal Wall Street Journal, OpenAI starebbe mancando le proprie stime interne in termini di ricavi e crescita degli utenti. Una notizia che solleva interrogativi rilevanti sulla capacità della società guidata da Sam Altman di sostenere gli ambiziosi piani di investimento nei data center, in un momento cruciale che precede l’attesa quotazione in Borsa prevista entro il 2026.
Le preoccupazioni interne sui costi di compute
Stando alle fonti citate dal quotidiano americano, il Chief Financial Officer Sarah Friar avrebbe espresso dubbi concreti sulla capacità dell’azienda di finanziare i futuri accordi di compute qualora il rallentamento dei ricavi dovesse proseguire. La dirigente starebbe collaborando con altri executive per implementare un piano di contenimento dei costi, mentre il consiglio di amministrazione sottopone a un esame più rigoroso i contratti di calcolo siglati con i partner tecnologici.
La replica ufficiale del management
La risposta dei vertici non si è fatta attendere. In una dichiarazione congiunta rilasciata a CNBC, Sam Altman e Sarah Friar hanno definito le ricostruzioni del WSJ “ridicole”, sottolineando come la leadership sia “totalmente allineata sull’acquistare quanta più capacità di calcolo possibile, lavorando insieme ogni giorno con grande impegno”.
Reazione dei mercati: tonfo per i titoli del settore AI
L’effetto sui listini è stato immediato. I titoli dei produttori di chip e delle big tech esposte alla filiera dell’intelligenza artificiale, tra cui Oracle, hanno registrato cali significativi a seguito della pubblicazione dell’articolo. Un segnale di come il sentiment degli investitori resti particolarmente sensibile a qualsiasi segnale di possibile raffreddamento della corsa all’AI, che ha trainato Wall Street negli ultimi anni.
La rete di accordi miliardari di OpenAI
Negli ultimi mesi OpenAI e i principali hyperscaler hanno mobilitato investimenti per decine di miliardi di dollari per espandere la capacità dei data center, necessaria a soddisfare la domanda crescente di potenza di calcolo. Una parte consistente di questi accordi è direttamente collegata alla società di San Francisco.
I principali contratti in essere
- Oracle: ha firmato un accordo quinquennale da 300 miliardi di dollari per la fornitura di servizi di compute a OpenAI.
- Nvidia: ha promesso investimenti per miliardi di dollari nella startup dell’AI.
- Amazon: di recente è stata avviata una partnership strategica di primo piano con il colosso del cloud.
- Un accordo di spesa preesistente da 38 miliardi di dollari è stato esteso con ulteriori 100 miliardi.
La ridefinizione dei rapporti con Microsoft
Questa settimana OpenAI ha inoltre annunciato modifiche sostanziali alla partnership con Microsoft, storico finanziatore che dal 2019 ha iniettato nella società oltre 13 miliardi di dollari. Tra i cambiamenti più rilevanti figurano:
- L’introduzione di un tetto massimo ai pagamenti di revenue share verso Microsoft.
- La fine della licenza esclusiva di Microsoft sulla proprietà intellettuale di OpenAI.
Implicazioni per investitori e mercati finanziari
Il quadro complessivo apre una riflessione importante per gli investitori che stanno guardando con interesse all’imminente IPO di OpenAI. Da un lato, la società continua a espandere la propria infrastruttura con accordi senza precedenti nella storia del settore tech; dall’altro, la sostenibilità finanziaria di tali impegni dipenderà dalla capacità di tradurre la crescita degli utenti in ricavi ricorrenti e margini adeguati.
Per il mercato dell’equity tecnologico statunitense, il caso OpenAI rappresenta un test cruciale: una valutazione corretta della società potrebbe ridefinire i multipli dell’intero comparto AI, con effetti a cascata su nomi come Nvidia, Oracle, Microsoft e Amazon. Gli investitori italiani ed europei esposti a ETF tematici sull’intelligenza artificiale dovranno monitorare con attenzione l’evoluzione di questi sviluppi nelle prossime settimane.
