Il petrolio americano supera quota 100 dollari al barile

I prezzi del greggio statunitense hanno registrato un balzo superiore al 4% martedì, sulla scia delle indiscrezioni secondo cui il presidente Donald Trump avrebbe respinto la proposta avanzata dall’Iran per la riapertura dello Stretto di Hormuz.

I futures sul West Texas Intermediate (WTI) hanno guadagnato oltre il 3%, raggiungendo i 100,11 dollari al barile alle 8:35 ET. Parallelamente, il benchmark internazionale Brent è salito del 3,2%, attestandosi a 111,67 dollari al barile.

Il rifiuto di Trump alla proposta iraniana

Secondo quanto riportato dal New York Times, citando diverse fonti informate sulla questione, Trump avrebbe comunicato ai propri consiglieri di non essere soddisfatto dell’offerta presentata da Teheran per riaprire lo stretto e porre fine al conflitto. Le ragioni specifiche del rifiuto presidenziale non sono ancora state chiarite.

I termini dell’offerta di Teheran

L’Iran si è dichiarato disponibile a riaprire lo stretto a condizione che gli Stati Uniti revochino il blocco navale attualmente in vigore. Tuttavia, il governo iraniano ha espresso la volontà di rimandare a un secondo momento le discussioni relative al proprio programma nucleare, un punto che rappresenta uno degli ostacoli principali al raggiungimento di un’intesa.

La posizione del Segretario di Stato Rubio

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Il Segretario di Stato Marco Rubio, intervistato lunedì da Fox News, ha mostrato forte scetticismo verso l’apertura iraniana. Secondo Rubio, Teheran sarebbe disposta a consentire il transito navale soltanto mantenendo il controllo strategico sulla rotta marittima.

«Questo non significa aprire lo stretto. Si tratta di acque internazionali. Non possiamo accettare, né tantomeno tollerare, che gli iraniani normalizzino un sistema in cui decidono loro chi può utilizzare una via d’acqua internazionale e quanto far pagare per il transito», ha dichiarato Rubio.

L’impatto sui flussi energetici globali

Lo Stretto di Hormuz rappresenta un’arteria cruciale per il commercio energetico mondiale, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto a livello globale. Secondo Andy Lipow, presidente di Lipow Oil Associates, le interruzioni stanno colpendo flussi giornalieri stimati in circa 20 milioni di barili tra greggio, carburanti e prodotti petrolchimici.

Tempi di ripresa stimati

Anche in caso di immediata cessazione delle ostilità, il ritorno alla normalità dei mercati richiederebbe mesi. Lipow ha sottolineato la necessità di procedere alla bonifica delle mine, smaltire la congestione delle petroliere e riavviare gradualmente le attività di produzione e raffinazione.

Considerando anche i ritardi nelle catene di trasporto e distribuzione, l’esperto stima un periodo minimo di quattro-sei mesi prima che i mercati petroliferi possano stabilizzarsi. Nel frattempo, i prezzi sono destinati a rimanere su livelli elevati, con scorte che si stanno avvicinando a soglie operative critiche.

Scenari di prezzo

«Più a lungo si protrae il conflitto, più i prezzi saliranno, soprattutto man mano che gli stock vengono ridotti a livelli operativi critici. Se le ostilità cessassero domani, il prezzo del greggio potrebbe scendere di circa 10 dollari al barile», ha precisato Lipow.

In assenza di nuove trattative, secondo l’analista il WTI tornerà a oscillare attorno ai 100 dollari, mentre il Brent potrebbe superare la soglia dei 110 dollari al barile.

Il fronte OPEC: l’uscita degli Emirati Arabi Uniti

Sul versante dell’offerta, gli investitori stanno monitorando con attenzione anche gli sviluppi all’interno dell’OPEC. Gli Emirati Arabi Uniti hanno infatti annunciato la propria uscita dal cartello dei produttori, con efficacia a partire da venerdì. Si tratta di un evento di portata storica che potrebbe ridefinire gli equilibri della politica petrolifera mondiale e introdurre ulteriori elementi di volatilità sui mercati delle commodity.

Implicazioni per gli investitori

L’attuale contesto geopolitico delinea uno scenario di elevata incertezza per i mercati energetici, con possibili ripercussioni a catena su inflazione, politiche monetarie delle principali banche centrali e performance dei comparti energy nei principali listini azionari. Per gli investitori europei e italiani, la tenuta dei prezzi sopra i 100 dollari potrebbe tradursi in nuove pressioni sui costi di produzione industriale e sull’andamento dell’euro contro il dollaro, rendendo il monitoraggio della situazione mediorientale un fattore chiave nelle scelte di portafoglio dei prossimi mesi.