Il prezzo del petrolio schizza verso i 120 dollari: l’attacco iraniano scuote i mercati energetici

Il prezzo del greggio ha registrato un’impennata significativa nella sessione di martedì, con il Brent — il benchmark internazionale di riferimento — che ha toccato quota 118,50 dollari al barile, segnando un rialzo di circa il 5%. Il WTI americano ha guadagnato lo 0,67%, portandosi a 103,57 dollari al barile, alle 9:36 ora di New York. Il catalizzatore di questa fiammata è stato l’attacco sferrato dall’Iran a una petroliera kuwaitiana ancorata al largo di Dubai, nelle acque degli Emirati Arabi Uniti. Secondo una nota ufficiale della Kuwait Petroleum Corporation, l’incidente non ha causato feriti né fuoriuscite di petrolio.

Lo Stretto di Hormuz: il vero nodo geopolitico

L’episodio non è isolato. Secondo Ben Emons, Chief Investment Officer di FedWatch Advisors, l’attacco rappresenta un ulteriore inasprimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz, con Teheran che estende la propria pressione militare anche alle acque immediatamente esterne al corridoio strategico. Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti di transito energetico più critici al mondo: prima dell’inizio del conflitto, garantiva il passaggio di circa un quinto di tutti i carichi petroliferi via mare a livello globale. Da quando le ostilità sono esplose il 28 febbraio 2026, il traffico marittimo attraverso lo stretto si è praticamente azzerato.

Le implicazioni per i flussi energetici globali

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Il blocco prolungato dello stretto sta generando pressioni crescenti sui mercati delle materie prime. Gli esperti avvertono che ogni ulteriore escalation rischia di aggravare la crisi di approvvigionamento, con effetti diretti sui prezzi dell’energia in Europa e Asia, già alle prese con forniture ridotte.

La posizione ambigua di Trump: tra minacce e aperture diplomatiche

Sul fronte politico, la Casa Bianca continua a oscillare tra toni bellicosi e aperture negoziali. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il presidente Donald Trump avrebbe comunicato ai suoi collaboratori la disponibilità a porre fine alle operazioni militari statunitensi contro l’Iran, anche qualora lo Stretto di Hormuz restasse chiuso. Tuttavia, in un post pubblicato su Truth Social lunedì, Trump aveva minacciato di colpire le infrastrutture civili iraniane — inclusi impianti elettrici, strutture petrolifere e potenzialmente gli impianti di desalinizzazione — nel caso in cui Teheran non avesse riaperto lo stretto e accettato un accordo di pace.

Il piano in 15 punti e la risposta iraniana

Trump ha dichiarato ai giornalisti che l’Iran avrebbe accettato la maggior parte delle condizioni contenute nella proposta di cessate il fuoco in 15 punti avanzata dagli Stati Uniti. Teheran, tuttavia, ha pubblicamente respinto i termini, presentando a sua volta una serie di condizioni, tra cui il mantenimento del controllo sullo Stretto di Hormuz. Come ha sintetizzato Emons: «Il risultato è un gioco sempre più asimmetrico, con gli Stati Uniti orientati verso l’uscita e l’Iran ancora incentivato a imporre costi».

L’opzione Kharg Island: rischi e conseguenze di un’operazione di terra

Tra le opzioni sul tavolo della Casa Bianca vi sarebbe anche l’invio di forze di terra per conquistare l’Isola di Kharg, il principale hub petrolifero iraniano attraverso cui transita circa il 90% delle esportazioni di greggio di Teheran. Gli analisti militari e geopolitici mettono però in guardia: un’operazione del genere comporterebbe un rischio elevato di vittime americane, oltre a prolungare significativamente la durata e i costi del conflitto. Un’escalation di questa portata potrebbe inoltre destabilizzare ulteriormente i mercati petroliferi globali, spingendo il Brent verso nuovi massimi storici.