Il conflitto in Medio Oriente fa salire i costi per i retailer globali

Il protrarsi della guerra in Iran sta mettendo sotto pressione le grandi catene retail europee, che avvertono di possibili aumenti dei prezzi al consumo qualora l’instabilità nella regione dovesse continuare oltre il breve periodo. Next e H&M, due dei principali retailer del continente, hanno entrambi rilasciato dichiarazioni allarmanti in merito all’impatto economico del conflitto sulle loro operazioni globali.

Next: 15 milioni di sterline di costi aggiuntivi già contabilizzati

Il retailer britannico Next ha comunicato giovedì di aver già accantonato 15 milioni di sterline (circa 20 milioni di dollari) per far fronte ai costi aggiuntivi derivanti dal conflitto, tra cui carburante e trasporto aereo delle merci, ipotizzando una durata delle perturbazioni di circa tre mesi. Per il momento, questi costi extra sono stati compensati da risparmi ottenuti in altre aree operative, lasciando invariate le previsioni finanziarie della società. Tuttavia, il messaggio agli investitori è stato chiaro: «Oltre i prossimi tre mesi, se questi costi dovessero persistere, inizieremo a trasferirli sui prezzi di vendita», ha dichiarato l’azienda in occasione della pubblicazione dei risultati per l’anno fiscale conclusosi a gennaio. Il Medio Oriente rappresenta circa il 6% del fatturato totale di Next, una quota non trascurabile che rende la società particolarmente sensibile all’evoluzione del conflitto.

Mercati positivi sul titolo Next

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Nonostante le preoccupazioni geopolitiche, le azioni di Next hanno guadagnato il 5% dopo che la società ha alzato le previsioni sull’utile ante imposte di 8 milioni di sterline, portandole a 1,21 miliardi di sterline per l’anno in corso. Gli analisti di Jefferies hanno commentato positivamente l’aggiornamento, sottolineando la solidità del mercato britannico e la capacità dell’azienda di trasferire i costi sui prezzi senza perdere competitività.

H&M: bassa esposizione diretta, ma attenzione al comportamento dei consumatori

Il colosso svedese dell’abbigliamento H&M ha adottato un tono più cauto, riconoscendo che l’instabilità geopolitica in Medio Oriente potrebbe generare «pressioni sui costi leggermente superiori» qualora il conflitto si prolungasse. La società è relativamente meno esposta rispetto a Next: solo il 3% dei suoi punti vendita si trova nella regione e la quota di trasporto aereo nella sua catena di approvvigionamento è contenuta. Daniel Ervér, CEO di H&M, ha dichiarato in una call con gli analisti che al momento non si registrano impatti significativi sul comportamento dei consumatori a livello globale. Tuttavia, ha aggiunto che, in caso di conflitto prolungato, potrebbe emergere un «impatto significativo» sulle abitudini di spesa, senza specificare ulteriori dettagli sulle tempistiche.

Risultati trimestrali sotto pressione

H&M ha riportato un calo dell’1% delle vendite in valuta locale nel primo trimestre fiscale, in un contesto definito dalla stessa azienda come «caratterizzato da consumi prudenti e forti effetti di conversione valutaria». Nonostante il calo dei ricavi, un buon controllo dei costi ha permesso alla società di superare le aspettative in termini di redditività. Le azioni hanno comunque ceduto il 2,2% nella mattinata di contrattazioni.

Il doppio rischio per il settore retail: inflazione e calo della domanda

Un conflitto prolungato nel Golfo Persico potrebbe rappresentare un doppio colpo per i retailer a livello globale. Da un lato, la chiusura effettiva dello Stretto di Hormuz — avvenuta a seguito dei primi attacchi del 28 febbraio — ha già fatto impennare i prezzi di petrolio e gas, sconvolgendo le previsioni sull’inflazione in Europa e nel resto del mondo. Dall’altro, l’aumento del costo della vita rischia di comprimere ulteriormente la capacità di spesa dei consumatori, già messa a dura prova da anni di pressioni inflazionistiche. Philip Lane, capo economista della Banca Centrale Europea (BCE), ha dichiarato mercoledì che le aspettative di aumento dei prezzi da parte delle imprese e i salari offerti ai nuovi assunti sono tra i principali indicatori di inflazione che l’istituto di Francoforte monitorerà con attenzione nei prossimi mesi.

I retailer discrezionali sono i più vulnerabili

Secondo gli analisti di Jefferies, i retailer focalizzati su beni non essenziali e discrezionali — come abbigliamento, elettronica e articoli per la casa — sono quelli maggiormente esposti alle conseguenze negative del conflitto. In un contesto in cui i consumatori sono già sotto pressione, qualsiasi ulteriore aumento dei prezzi dell’energia potrebbe ridurre sensibilmente la spesa per prodotti non indispensabili. H&M ha annunciato che risponderà alla sfida puntando su miglioramenti della qualità, acquisti in stagione e prezzi competitivi, nel tentativo di mantenere la propria rilevanza agli occhi dei consumatori in un momento di crescente incertezza economica.