Il rimbalzo dei mercati nasconde rischi strutturali profondi

I mercati finanziari sembrano voler credere a una narrazione rassicurante: il peggio è alle spalle. Gli indici hanno registrato un rimbalzo nelle ultime sedute e i futures su Wall Street si muovono in territorio positivo. Eppure, il petrolio continua a oscillare intorno ai 100 dollari al barile, lo Stretto di Hormuz resta di fatto sotto pressione e il conflitto in Medio Oriente si sta allargando. L’economia globale si trova ad affrontare il tipo di shock che banchieri centrali, investitori e famiglie hanno imparato a temere per una ragione molto semplice: tende a propagarsi.

Lo shock petrolifero più grave della storia recente

Goldman Sachs ha definito quello in corso come il più grande shock dell’offerta petrolifera mai registrato. Moody’s ha avvertito che, se le condizioni non miglioreranno nel giro di poche settimane, una recessione potrebbe diventare inevitabile. Può sembrare allarmismo, ma la storia non offre grandi consolazioni: quasi tutte le recessioni statunitensi dal secondo dopoguerra, con l’eccezione del breve crollo pandemico, sono state precedute da un’impennata del prezzo del petrolio. La crescita nell’ultimo trimestre del 2025 si è fermata ad appena lo 0,7%. Il mercato del lavoro si è indebolito. Anche altri indicatori macroeconomici hanno iniziato a deteriorarsi. Non si tratta di un’economia dotata di ampi margini di sicurezza.

Tra ottimismo fragile e realtà geopolitica

Key to Markets Broker ECN

Nonostante tutto, i mercati continuano ad aggrapparsi all’ottimismo. Basta che qualche nave riesca a transitare attraverso Hormuz perché si diffonda la percezione che la crisi sia passata da “grave” a “gestibile”. Ma i fatti di fondo non sono cambiati. L’Iran mantiene la capacità di influenzare chi transita in sicurezza nello stretto e chi no. Gli attacchi alle infrastrutture energetiche proseguono, incluso l’ultimo colpo negli Emirati Arabi Uniti. Gli alleati degli Stati Uniti hanno in larga parte rifiutato l’appello del presidente Donald Trump a contribuire alla sicurezza del passaggio. British Airways ha esteso la sospensione dei voli verso diverse destinazioni mediorientali almeno fino a fine aprile, e in alcuni casi fino alla fine di maggio 2026.

Il rimbalzo del tech: segnale di fiducia o di disuguaglianza?

L’umore dei mercati oscilla con straordinaria rapidità tra panico e negazione. Nella seduta di lunedì, le azioni hanno recuperato terreno, trainate dal settore tecnologico. Ma anche questo dato racconta qualcosa di significativo. Le big tech non sono immuni ai costi energetici elevati, ma sono molto più attrezzate per assorbirli rispetto al resto dell’economia. Un’azienda con margini enormi può trattare l’aumento delle bollette elettriche come un fastidio. Un’impresa manifatturiera con margini sottili, no. In questo senso, il rimbalzo del tech non è stato un segnale di fiducia diffusa, ma un promemoria di quanto sia diventato disomogeneo il capitalismo moderno.

Nvidia e la narrativa dell’intelligenza artificiale

blankblank

Nvidia ha recitato ancora una volta il suo ruolo ormai consolidato di “semiconduttore di supporto emotivo” per il mercato. Durante la sua conferenza per sviluppatori, l’azienda ha dichiarato che l’opportunità di ricavi legata ai chip per l’intelligenza artificiale potrebbe raggiungere almeno 1.000 miliardi di dollari entro il 2027. L’annuncio ha riacceso l’idea che l’America possa risolvere qualsiasi problema a colpi di codice. Uber è balzata in avanti grazie ai piani per robotaxi alimentati da software Nvidia, mentre i titoli legati al settore dei chip hanno beneficiato dell’effetto traino. Il trade sull’AI, come sempre, ha offerto agli investitori un modo per parlare del futuro anziché confrontarsi con il caos del presente.

La Federal Reserve nella trappola tra inflazione e crescita

Nel frattempo, la Federal Reserve ha avviato la sua riunione di politica monetaria di due giorni, ritrovandosi nel ruolo che meno gradisce: l’istituzione da cui ci si aspetta la soluzione a problemi che non ha creato e che non può controllare pienamente. Per il quinto anno consecutivo, i funzionari della Fed speravano che l’inflazione potesse finalmente convergere verso il target del 2%, solo per essere colpiti da un’altra disruzione. Prima gli strascichi della pandemia, poi l’invasione russa dell’Ucraina, poi i dazi, e ora questo conflitto. Il mercato si aspetta ampiamente che i tassi restino invariati questa settimana, ma la vera questione è un’altra: quanto dovrà suonare restrittiva la Fed per mantenere ancorate le aspettative di inflazione, mentre la crescita rallenta?

Il dilemma impossibile della politica monetaria

blank

Questa è la trappola in cui si trovano le banche centrali a livello globale: I prezzi del petrolio più alti alimentano l’inflazione. Il rallentamento della crescita rende i tagli dei tassi più allettanti, ma tagliare troppo presto rischia di riaccendere la spirale inflazionistica. Mantenere una posizione restrittiva rischia di soffocare un’economia già fragile. La banca centrale australiana ha appena alzato nuovamente i tassi, pur esprimendo apertamente preoccupazione per l’inflazione importata e le conseguenze economiche del conflitto. I rendimenti dei Treasury sono saliti mentre i trader ridimensionano le aspettative di tagli da parte della Fed. I futures sui tassi ora scontano un solo taglio da 25 punti base verso fine anno, rispetto ai circa due previsti prima dell’escalation del conflitto.

Effetti a catena sulla geopolitica globale

Il vertice USA-Cina atteso per questo mese potrebbe subire un rinvio a causa della guerra. Gli analisti non ritengono che questo possa necessariamente far deragliare il più ampio disgelo nelle relazioni bilaterali, ma è un ulteriore segnale di come un singolo conflitto possa riordinare le priorità globali. L’invasione terrestre israeliana del Libano, nel frattempo, apre un nuovo fronte contro Hezbollah e amplia ulteriormente il confronto con l’Iran, aggiungendo un livello di complessità geopolitica che i mercati faticano a prezzare correttamente.

Esistono ragioni per un cauto ottimismo?

blank

Per dovere di equilibrio, va riconosciuto che esistono argomenti a favore della prudenza nell’essere troppo pessimisti. Alcuni analisti sostengono che, in assenza di una distruzione massiccia delle infrastrutture petrolifere principali, l’attuale impennata dei prezzi potrebbe rivelarsi temporanea. Il rilascio delle riserve strategiche di emergenza può attenuare i picchi di prezzo, e alcune navi continuano a transitare. La distruzione della domanda causata dai prezzi elevati potrebbe eventualmente raffreddare il mercato. È possibile che lo shock energetico si attenui prima di trasformarsi in un evento economico su larga scala.

Il vero problema strutturale dei mercati

Tuttavia, il problema più profondo è un altro. L’economia americana — e con essa i mercati globali — ha sviluppato l’abitudine di trattare shock ripetuti come se fossero episodi isolati. La pandemia, la guerra in Ucraina, la crisi dei dazi, e ora il conflitto in Medio Oriente: ogni volta si cerca di archiviare l’emergenza come un’eccezione. Ma a un certo punto bisogna riconoscere una verità scomoda: queste non sono interruzioni del sistema. Sono il sistema stesso. E i mercati che continuano a oscillare tra panico e negazione, senza mai fare i conti con questa realtà strutturale, rischiano di trovarsi impreparati quando il prossimo shock — inevitabilmente — arriverà.