I due driver dei mercati: greggio in rally e short squeeze sullo yen
La seduta odierna è dominata da due dinamiche strettamente collegate. Da un lato, l’escalation del conflitto in Medio Oriente continua a spingere al rialzo le quotazioni petrolifere: il contratto WTI con scadenza ottobre ha guadagnato il 9,7% la scorsa settimana e, con i progressi odierni, accumula un ulteriore +4% circa da inizio settimana. L’effetto immediato si riflette sulle attese di inflazione e, di conseguenza, sui rendimenti obbligazionari globali, tornati a salire.
Dall’altro lato, prosegue il violento short squeeze sullo yen giapponese. Dalla metà della scorsa settimana la divisa nipponica si è apprezzata di circa il 4,7%. Il Segretario al Tesoro statunitense Bessent sembra volersi attribuire il merito dell’operazione, ma va ricordato che, dopo l’intervento iniziale che aveva spinto il dollaro verso quota 155 yen, il cambio era risalito fino a quasi 160,40 mercoledì scorso.
Carry trade in trasformazione: il franco svizzero come valuta di funding
Molti operatori temono che le posizioni corte sullo yen abbiano finanziato l’acquisto di asset ad alto rendimento o più volatili, esponendo i portafogli a un rischio di deleveraging disordinato. Tuttavia, i flussi suggeriscono che parte del mercato stia semplicemente ruotando dal funding in yen a quello in dollari, mentre ai margini il franco svizzero sta assumendo un ruolo analogo: la divisa elvetica si trova infatti in prossimità dei minimi dell’anno contro euro.
Guerra commerciale USA-Canada: nuove barriere e riavvicinamento all’Europa
Il contenzioso commerciale tra Washington e Ottawa si inasprisce. Gli Stati Uniti hanno bloccato l’importazione di alcune categorie di prodotti e minacciano ulteriori dazi. Il presidente Trump ha inoltre prospettato il divieto per le imprese canadesi di fornire beni e servizi ai contractor federali statunitensi.
- I divieti di importazione su alcuni prodotti lattiero-caseari e alcolici entreranno in vigore tra tre settimane.
- I nuovi dazi saranno operativi entro una settimana e si cumuleranno con i prelievi settoriali già in vigore.
La risposta di Ottawa passa da Bruxelles: Canada e Unione Europea sono attese a breve all’annuncio di un accordo commerciale di ampio respiro. Il premier Carney incontrerà la presidente della Commissione von der Leyen la prossima settimana. Il messaggio politico è chiaro: il Canada sembra disposto a fare qualsiasi cosa, tranne aderire formalmente all’UE.
Valute G10: livelli operativi e scadenze di opzioni
Euro
L’euro ha sostanzialmente replicato il range di lunedì. Dopo aver testato quotidianamente la soglia di 1,16 dollari nella scorsa settimana, si è mantenuto al di sopra nelle ultime due sedute. Oggi scadono opzioni per 1,3 miliardi di euro proprio su quello strike. La moneta unica ha toccato un massimo di otto sedute in area 1,1650, appena sopra il ritracciamento del 50% della discesa partita dal massimo del 21 agosto (~1,1710) e sopra la media mobile a 200 giorni (~1,1635). La pressione ribassista emersa in mattinata europea l’ha però riportata verso 1,1625, con primo supporto a 1,1620.
Yen giapponese
Lo squeeze ha portato lo yen su nuovi massimi in avvio di seduta ieri, prima di un’inversione. Il dollaro è scivolato brevemente sotto 153 yen, per poi risalire fino a 154,45 tra Europa e Nord America e chiudere stabilmente attorno a 154. Il livello di 153 è stato ritestato nel finale della sessione asiatica, con un tetto in area 153,70 in Europa. Da notare che le stime indicano un intervento statunitense di fine luglio piuttosto contenuto (circa 500 milioni di euro), a dispetto della retorica muscolare del Tesoro USA.
Sterlina e cross EUR/GBP
La sterlina ha raggiunto un massimo di sette sedute poco sotto 1,3570 dollari, senza però riuscire a consolidare il momentum: in mattinata europea è tornata sui minimi di giornata attorno a 1,3535. Oggi scadono opzioni per quasi 600 milioni di sterline a 1,3550 e 560 milioni a 1,3525. Il cambio EUR/GBP resta nella parte alta del range degli ultimi due mesi: dopo aver tenuto 0,8550 a fine agosto e superato 0,8600 in intraday la scorsa settimana (massimo dal 1° luglio), oggi risale a 0,8590 dal minimo di quattro sedute (~0,8570).
Dollaro canadese: il mercato premia Ottawa
Nonostante la retorica statunitense, il mercato valutario non penalizza il Canada. Il dollaro canadese è tornato ai livelli precedenti al collasso dei negoziati commerciali: il cambio USD/CAD aveva chiuso a 1,3760 il 21 agosto, esattamente il minimo di ieri. Oggi consolida tra 1,3765 e 1,3790, con il minimo di tre mesi in area 1,3730.
Il mercato degli swap sconta circa 84 punti base di rialzi da parte della Bank of Canada entro la fine del primo semestre 2027, contro circa 62 punti base per la Federal Reserve. Ciò implica che il differenziale di politica monetaria abbia raggiunto il picco: gli attuali 150 punti base rappresentano il divario più ampio dalla fine degli anni Novanta.
Dollaro australiano
L’aussie ha superato ieri 0,7230 dollari per la prima volta in quasi quattro mesi, spingendosi oggi fino a 0,7240 prima di rientrare sui minimi di seduta (~0,7215). Domani scadono opzioni per 730 milioni di dollari australiani a 0,7200. Gli indicatori di momentum giornalieri sono tirati da settimane, ma sul grafico non emergono ostacoli rilevanti prima del massimo di quattro anni registrato a maggio vicino a 0,7280. Una rottura di 0,7175 rappresenterebbe il primo segnale di cedimento.
Mercati emergenti: peso, yuan e rupia
Peso messicano
Il peso ha recuperato dal minimo di tre sedute. Il dollaro è stato inizialmente comprato fino a quasi 17,00 pesos, per poi restituire i guadagni e tornare a testare 16,91. Il fatto che in quattro delle ultime cinque sedute la chiusura sia avvenuta più vicino ai minimi che ai massimi conferma la persistente domanda strutturale di peso, sostenuta dall’elevato carry. Oggi il range è compreso tra 16,89 e 16,92.
Yuan offshore ai massimi pluriennali
Il dollaro ha segnato un nuovo minimo marginale vicino a 6,7030 yuan offshore, su livelli che non si vedevano da poco più di tre anni e mezzo (nel primo trimestre 2023 il minimo si collocava appena sotto 6,70). Ci si attendeva un rallentamento dell’apprezzamento gestito dalla PBOC: il fixing è sceso per quattro settimane consecutive, ma il ritmo si è moderato, con un calo mensile dello 0,1% ad agosto contro oltre l’1% nei tre mesi precedenti. La volatilità storica a un mese è scesa a circa 1,3%, dal quasi 2% di fine luglio. Il tasso di riferimento è stato fissato oggi a 6,7769 (da 6,7804).
Rupia indiana sotto pressione
Dopo il calo di oltre un terzo di punto percentuale di ieri – il più marcato da metà luglio – la rupia è stata venduta ulteriormente. Il dollaro è salito a circa 95,2275, massimo del mese, avvicinando la media mobile a 20 giorni (~95,2645). Il rincaro del greggio penalizza strutturalmente una valuta legata a un Paese fortemente importatore di energia. La RBI è intervenuta con swap valutari a breve termine per assorbire liquidità bancaria, vendendo dollari contro rupie con impegno di riacquisto successivo.
Azionario, tassi e materie prime
Le borse dell’Asia-Pacifico hanno chiuso in calo e l’indice MSCI regionale ha ceduto per la prima volta in quattro sedute. Il segnale da Wall Street resta debole: S&P 500 e Nasdaq Composite hanno chiuso poco sotto i livelli di apertura, confinati in un range laterale. I futures sugli indici USA cedono tra lo 0,25% e lo 0,40%, mentre lo Stoxx 600 arretra di circa l’1%, che se confermato sarebbe il peggior calo in oltre un mese.
Sul fronte obbligazionario, i rendimenti decennali europei salgono di 3-4 punti base su nuovi massimi, mentre il Treasury a 10 anni guadagna quasi due punti base portandosi vicino al 4,81%.
Metalli preziosi ed energia
L’oro ha chiuso male la seduta di ieri, rompendo il minimo di venerdì (~4.365 dollari) e scivolando appena sotto 4.342, prima di recuperare fino a 4.413. In Europa trova nuovi acquisti sopra 4.385. L’argento resta imprigionato nel range di venerdì (64,75-67,20 dollari).
Il WTI ottobre, pur essendosi fermato ieri vicino a 94,75 dollari, ha registrato una chiusura record a circa 94,30 dollari. L’intensificarsi del conflitto lo ha spinto oggi fino a quasi 95,60 dollari, con il contratto ancora in denaro prima dell’apertura americana.
Focus macro: buyback del Tesoro USA e inflazione
Il piano di riacquisto dei Treasury
Il Tesoro statunitense dovrebbe annunciare oggi i dettagli delle operazioni di buyback, in vista dell’operazione di domani sui titoli con scadenza 10-20 anni. Le stime indicano un ammontare di 6-10 miliardi di dollari per ciascuna delle sette operazioni residue programmate quest’anno.
Bessent sostiene che l’obiettivo sia esclusivamente il miglioramento della liquidità sul secondario, ma il mercato resta scettico. L’amministrazione ha infatti introdotto misure che sembrano orientate a stimolare la domanda strutturale di Treasury, sia dal sistema bancario sia attraverso il Genius Act, che ha definito il quadro normativo per le stablecoin collateralizzate in dollari (e quindi in titoli di Stato USA). Il Congressional Budget Office stima un deficit al 5,8% del PIL nell’esercizio fiscale in corso, con un rapporto superiore al 5,6% lungo tutto l’orizzonte di previsione fino al 2036. Oggi sono in collocamento 39 miliardi di dollari in titoli decennali, domani 22 miliardi in trentennali.
Messico: CPI di agosto e attesa su Banxico
L’inflazione headline è attesa in risalita al 3,30% dal 3,12% di luglio: sarebbe il primo aumento da marzo, quando il dato aveva toccato il picco di quasi 4,60% (era al 3,57% nell’agosto 2025). L’inflazione core, più vischiosa, potrebbe invece scendere per il settimo mese consecutivo, dal 3,95% al 3,92%, dopo il massimo del 4,52% di gennaio. Banxico si riunirà il 24 settembre: il mercato swap sconta circa il 50% di probabilità di un rialzo, una stima che riteniamo eccessiva.
Europa: produzione industriale in affanno
Dopo il calo inatteso dell’1,1% della produzione industriale tedesca a luglio, oggi è toccato alla Francia deludere: contro attese di +0,2%, l’output è sceso dello 0,4%, con la revisione di giugno da +0,1% a -0,1%. Un quadro che complica le prospettive di crescita dell’Eurozona nel quarto trimestre.
Cina: prezzi alla produzione in accelerazione
Il PPI cinese è salito del 3,8% su base annua ad agosto (da 3,5% di luglio), dopo il picco del 4,1% di giugno. Da ricordare che i prezzi alla produzione erano rimasti in territorio negativo da ottobre 2022 fino a febbraio di quest’anno. Le pressioni derivano dalle disruption legate al conflitto mediorientale e dalla campagna di Pechino contro la cosiddetta “involuzione“, ossia l’eccesso di capacità produttiva.
Sul fronte al consumo, la Cina ha superato la fase deflattiva nel terzo trimestre 2025. Da febbraio a giugno il CPI è cresciuto tra l’1,0% e l’1,3% annuo, rallentando allo 0,5% a luglio e riaccelerando allo 0,8% ad agosto. L’indice core (al netto di alimentari ed energia) si mantiene tra 0,8% e 1,8% da luglio 2025 ed è salito all’1,0% il mese scorso, dallo 0,9% precedente.




