Il sequence of return risk è uno dei pericoli più sottovalutati da chi inizia a vivere dei propri investimenti. Crea disagi, ovvero perdita di liquidità, ma anche dei paradossi: due portafogli con lo stesso rendimento medio possono infatti produrre risultati completamente diversi a seconda dell’ordine con cui arrivano guadagni e perdite.
Ne parliamo qui. Vedremo cos’è il sequence of return risk, perché accade e quali strategie possono ridurre i rischi.
Cos’è il Sequence of Return Risk
Il Sequence of Return Risk, o rischio di sequenza dei rendimenti, indica il pericolo che una serie di rendimenti negativi si verifichi proprio nei primi anni in cui si iniziano a effettuare prelievi dal proprio portafoglio.
Il concetto può sembrare poco intuitivo. Durante la fase di accumulo, infatti, l’ordine con cui si verificano guadagni e perdite ha un’importanza relativamente limitata se non vengono effettuati prelievi.
Immaginiamo un investimento che nel primo anno perde il 20% e nel secondo guadagna il 25%. Un capitale iniziale di 100.000 euro scenderebbe prima a 80.000 euro e tornerebbe poi a 100.000. Invertendo semplicemente l’ordine dei due rendimenti, il risultato finale sarebbe identico.
La situazione cambia radicalmente quando dal portafoglio vengono prelevate somme per sostenere le proprie spese, ovvero quando si inizia a “vivere” dei propri investimenti.
Può capitare che una forte perdita arrivi proprio all’inizio della fase di decumulo, ragione per cui si è costretti a prelevare denaro da un capitale già diminuito. Per ottenere, per esempio, 30.000 euro può diventare necessario vendere un numero maggiore di quote di fondi, ETF o altri strumenti proprio mentre i loro prezzi sono bassi.
Quelle quote non saranno più presenti nel portafoglio quando il mercato recupererà.
Il danno può quindi diventare permanente.
È questo il vero problema del Sequence of Return Risk: non si parla, necessariamente, di rendimenti medi insufficienti, ma di combinazione tra ribassi e prelievi effettuati nel momento peggiore.
Il rischio è particolarmente importante nei primi anni della pensione o, più in generale, quando si passa dall’accumulare capitale al vivere almeno in parte dei rendimenti degli investimenti. Un forte mercato ribassista nelle fasi iniziali può compromettere la sostenibilità di un portafoglio per molti anni.
Esistono però diverse strategie per limitarne gli effetti.
Soluzione #1: La tenda obbligazionaria
Una delle strategie utilizzate per ridurre il Sequence of Return Risk è la cosiddetta bond tent, traducibile come “tenda obbligazionaria”.
Il principio consiste nell’aumentare progressivamente la quota di obbligazioni del portafoglio quando ci si avvicina al momento in cui inizieranno i prelievi. Proprio intorno all’inizio della fase di decumulo si raggiunge quindi la massima esposizione obbligazionaria.
Successivamente, trascorsi gli anni considerati più delicati, la quota azionaria può essere gradualmente aumentata nuovamente.
La composizione del portafoglio assume così metaforicamente la forma di una tenda: la componente obbligazionaria sale, raggiunge un picco e poi diminuisce.
Lo scopo è semplice. Se nei primi anni si verifica un forte ribasso azionario, una maggiore presenza di obbligazioni può ridurre la volatilità complessiva e offrire asset da utilizzare per finanziare i prelievi senza dover vendere immediatamente le azioni in perdita.
Sia chiaro, non si tratta di eliminare completamente l’azionario. Se il portafoglio è destinato a sostenere decenni di prelievi, deve generalmente continuare a contrastare inflazione e perdita di potere d’acquisto. Se si esagera con la prudenza, si genera un altro rischio: ottenere rendimenti insufficienti nel lungo periodo.
Soluzione #2: Il buffer di liquidità
Una seconda strategia consiste nel creare un buffer di liquidità, cioè una riserva destinata a coprire una parte delle spese future senza disinvestimenti.
Si potrebbe, per esempio, mantenere in liquidità o strumenti a brevissimo termine una somma sufficiente a finanziare uno o più anni di prelievi.
Il vantaggio emerge soprattutto durante una fase ribassista. Se il mercato azionario perde rapidamente valore, invece di vendere gli asset deprezzati per pagare le spese si può temporaneamente utilizzare il buffer.
Si concede così al portafoglio più tempo per recuperare.
Anche questa soluzione presenta però un costo. La liquidità tende nel lungo periodo a offrire rendimenti inferiori (o nulli) rispetto agli asset maggiormente rischiosi e può perdere potere d’acquisto a causa dell’inflazione.
La dimensione del buffer deve quindi trovare un equilibrio: essere sufficiente a ridurre la necessità di vendere durante le crisi senza immobilizzare una parte eccessiva del patrimonio per molti anni.
Soluzione #3: Prelievi dinamici
Una terza possibilità consiste nel rinunciare all’idea di prelevare ogni anno una cifra rigidamente prestabilita. I prelievi passano da fissi a dinamici. Nello specifico, adattano l’importo ritirato alle condizioni del portafoglio.
Quando i mercati registrano buone performance, si può aumentare moderatamente la somma disponibile. Durante forti ribassi, invece, si possono ridurre temporaneamente i prelievi, quando le proprie esigenze finanziarie lo consentono.
Si possono inoltre stabilire delle regole in anticipo: limiti minimi e massimi di prelievo, percentuali rispetto al valore del portafoglio oppure riduzioni automatiche quando il patrimonio scende oltre determinate soglie.
Questo approccio evita di affidare ogni decisione all’emotività del momento.

