I dati chiave da ricordare
Alla vigilia delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, i mercati azionari mostrano la consueta nervosità. La statistica storica, però, racconta una storia diversa: dopo il voto, Wall Street tende a ripartire con decisione, indipendentemente dal colore politico vincente.
- Lo S&P 500 ha messo a segno un guadagno medio del 13,7% nei dodici mesi successivi alle 11 elezioni midterm dal 1980 a oggi.
- Con un governo diviso (Casa Bianca a un partito, almeno una camera del Congresso all’altro), la performance media a un anno sale al 15%, contro l’11,5% registrato quando un solo partito controlla tutto.
- Politica della Federal Reserve, ciclo degli utili societari e tenuta del trade sull’intelligenza artificiale pesano, nella realtà dei fatti, molto più del risultato elettorale.
Cosa dice la storia dello S&P 500 dopo il voto
Un’analisi dei rendimenti dell’indice americano relativa alle tornate elettorali comprese tra il 1980 e il 2024 restituisce un quadro piuttosto chiaro. Nell’immediato, il mercato si muove poco: +0,2% dopo una giornata di contrattazioni, +0,2% dopo una settimana e +1,1% a distanza di un mese, considerando insieme elezioni presidenziali e di midterm.
È sull’orizzonte annuale che il quadro cambia radicalmente: +13,7% in media dopo le elezioni di metà mandato e +13,8% dopo le presidenziali, con rendimenti positivi nel 91% dei casi analizzati. Ancora più netto il dato sulle midterm prese singolarmente: lo S&P 500 ha chiuso in rialzo a dodici mesi in tutte e 11 le occasioni dal 1982 al 2022.
Il breve termine resta imprevedibile
Attenzione, però, a non confondere la statistica di lungo periodo con una scommessa di brevissimo. I rendimenti a pochi giorni dal voto sono molto meno affidabili e, nel caso delle presidenziali, risultano mediamente leggermente negativi sia a una giornata sia a una settimana.
«C’è sempre una certa ansia prima di queste elezioni», ha spiegato Ryan Detrick, chief market strategist di Carson Group. «Una volta superato l’ostacolo, arriva un grande sollievo e i mercati tendono a comportarsi piuttosto bene».
Perché il mercato preferisce lo stallo politico
Il dato forse più controintuitivo per l’investitore europeo è la preferenza strutturale di Wall Street per il gridlock, ossia la paralisi legislativa generata da un governo diviso.
Su 10 elezioni di midterm e 5 presidenziali che non hanno consegnato il controllo pieno a un singolo partito, lo S&P 500 ha guadagnato in media il 15% nell’anno successivo, con rendimenti positivi in 14 casi su 15. Quando invece un unico partito ha ottenuto Casa Bianca e Congresso, il guadagno medio si è fermato all’11,5%.
La logica è intuitiva: un Congresso bloccato riduce la probabilità di riforme fiscali aggressive, di nuove ondate di spesa pubblica o di stretta regolamentare. In altre parole, meno incertezza normativa e maggiore prevedibilità per gli utili aziendali.
«Se si verifica una grande onda rossa o una grande onda blu, ai mercati in realtà non piace granché, perché significa troppa spesa in una direzione e troppo potere concentrato», osserva Detrick.
Lo scenario Congresso democratico–Casa Bianca repubblicana
Uno degli esiti possibili del voto è un Congresso a maggioranza democratica con un presidente repubblicano alla Casa Bianca. È già accaduto tre volte dopo elezioni di metà mandato: nel 1986, nel 1990 e nel 2006. In quelle occasioni lo S&P 500 ha ceduto mediamente lo 0,5% nella seduta di reazione, per poi recuperare il 3,4% a un mese e il 10,9% a dodici mesi.
Quando la politica conta meno del ciclo economico
Le elezioni, va detto con onestà intellettuale, sono spesso eventi concomitanti rispetto a fattori che incidono molto di più sull’andamento dei listini.
Due esempi estremi lo dimostrano. Nell’anno successivo al voto del 2000 lo S&P 500 è crollato del 22,1%, travolto dallo scoppio della bolla dotcom: la peggiore performance post-elettorale dal 1980. All’opposto, dopo le elezioni del 2020 l’indice ha messo a segno un balzo del 38,3%, sostenuto dal violento rimbalzo successivo al sell-off pandemico e dalla liquidità straordinaria immessa dalle banche centrali.
Il ruolo decisivo della Federal Reserve
Secondo gli analisti di Société Générale, la politica monetaria della Fed e il ciclo degli utili societari pesano strutturalmente più del risultato elettorale. Il caso del 2018 è emblematico: dopo le midterm che consegnarono la Camera ai democratici, i listini scesero, ma il vero motore del ribasso fu la stretta monetaria, con quattro rialzi dei tassi nell’arco dell’anno e uno S&P 500 in calo del 6,2% a fine 2018. Dodici mesi dopo il voto, tuttavia, l’indice risultava comunque in rialzo dell’11,7%.
Intelligenza artificiale: il vero fattore di oscillazione
La variabile determinante per i prossimi mesi non è il colore del Congresso, ma la tenuta del trade legato all’intelligenza artificiale, che da due anni guida la performance dei listini americani attraverso i titoli tecnologici a maggiore capitalizzazione.
Finché l’onda dell’AI continuerà a muoversi e l’economia statunitense manterrà un ritmo di crescita positivo, «questo mercato toro è probabilmente ancora vivo e in salute», sostiene Detrick. Al contrario, un’affermazione netta dei democratici su entrambe le camere metterebbe con ogni probabilità pressione sui piani di investimento nelle infrastrutture AI, con il rischio di un ridimensionamento della spesa in conto capitale dei grandi operatori cloud.
I rischi che restano sul tavolo
Il quadro complessivo resta fragile su più fronti:
- Mercato obbligazionario nervoso, con rendimenti in rialzo a livello globale e tensioni sul debito francese, un tema che gli investitori italiani seguono con particolare attenzione per i possibili riflessi sullo spread dei titoli di Stato dell’area euro.
- Rischio geopolitico legato alle tensioni con l’Iran, che potrebbero intensificarsi nella fase post-elettorale con effetti immediati sul prezzo del petrolio e, di riflesso, sulle aspettative di inflazione.
- Valutazioni elevate del comparto tecnologico, che amplificano la sensibilità dei listini a qualsiasi delusione sugli utili.
«La stagionalità non è un destino, e le preoccupazioni su Iran, AI e Francia non svaniranno misteriosamente», ha avvertito Jim Reid, global head of macro and thematic research di Deutsche Bank.
Cosa può aspettarsi l’investitore
Se la storia offre un’indicazione, il dopo-midterm apre tradizionalmente una finestra favorevole per l’azionario americano, con la possibilità di un classico rally di fine anno. Ma la statistica va usata come bussola di contesto, non come segnale operativo: il mercato attuale resta guidato dall’intelligenza artificiale, con la geopolitica, la Federal Reserve e il comparto obbligazionario saldamente al comando.
Per chi opera sui mercati — dall’equity al forex, dove il dollaro resta sensibile alle attese sui tassi — la lezione pratica è una sola: evitare di posizionarsi sull’esito elettorale e concentrarsi sulle variabili macro che determinano davvero la direzione dei flussi nei dodici mesi successivi.



