Il metallo giallo riconquista quota 4.000 dollari

Seduta di forte slancio per l’oro mercoledì 4 novembre 2026: il metallo prezioso ha guadagnato circa il 3%, avviandosi a chiudere la miglior performance giornaliera da metà agosto. A spingere le quotazioni è stato soprattutto il brusco indebolimento del dollaro statunitense, crollato ai minimi di oltre un mese dopo l’esito delle elezioni di midterm negli Stati Uniti.

Alle 10:45 EST (15:45 GMT) l’oro spot trattava a 4.040,15 dollari l’oncia, in rialzo del 2,9%, mentre i futures sull’oro con consegna a dicembre salivano del 2,8% a 4.049,00 dollari.

Il recupero della soglia psicologica dei 4.000 dollari arriva dopo la discesa del 30 ottobre fino a 3.869,85 dollari, livello più basso dall’ottobre 2025. Un movimento che conferma come la correzione delle ultime settimane sia stata assorbita rapidamente dal mercato, con gli acquisti tornati a concentrarsi sui ribassi.

Il voto di midterm scuote il dollaro

La netta vittoria dei Democratici, che hanno conquistato il controllo sia del Senato sia della Camera dei Rappresentanti – strappando seggi in roccaforti repubblicane per la prima volta da generazioni – ha rappresentato una severa bocciatura politica per il presidente Donald Trump.

Gli investitori hanno reagito scontando due elementi principali:

  • la prospettiva di una regolamentazione più stringente sull’intelligenza artificiale, con potenziali ricadute sulla crescita economica e sugli investimenti tecnologici;
  • uno stallo legislativo a Washington, che potrebbe rallentare l’attività economica e aprire spazi a una politica monetaria meno restrittiva.
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Perché un dollaro debole favorisce l’oro

Il biglietto verde e il metallo giallo mantengono storicamente una correlazione inversa: quando il dollaro perde terreno, il lingotto – prezzato in valuta americana – diventa più accessibile per gli acquirenti che operano in euro, yen o yuan, con un conseguente sostegno alla domanda internazionale.

«L’oro ha tratto supporto dalla debolezza del dollaro, che riflette l’idea di un Congresso probabilmente paralizzato su buona parte dell’agenda legislativa: uno scenario moderatamente negativo per l’economia statunitense, che potrebbe consentire alla Federal Reserve di orientarsi verso condizioni monetarie più accomodanti», ha osservato Jim Wyckoff, analista di mercato presso American Gold Exchange.

Inflazione e petrolio: il contesto resta favorevole al bene rifugio

Sullo sfondo restano vive le pressioni inflazionistiche. Il Brent continua a scambiare sopra i 100 dollari al barile, alimentato dalle tensioni geopolitiche legate al conflitto tra Stati Uniti-Israele e Iran e dall’attesa per le prossime mosse di Washington.

Un greggio stabilmente in area tripla cifra alimenta i costi energetici e, di riflesso, le aspettative di inflazione: un contesto che storicamente rafforza il ruolo dell’oro come copertura contro la perdita di potere d’acquisto, anche in presenza di tassi elevati.

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L’impatto sull’area euro

Per gli investitori italiani ed europei il quadro è duplice: la discesa del dollaro attenua parte del rialzo dell’oro espresso in euro, mentre il rincaro energetico pesa sui costi di produzione e sui margini delle imprese manifatturiere. L’esposizione al metallo prezioso tramite ETC o strumenti non coperti dal rischio cambio risente direttamente delle oscillazioni dell’EUR/USD.

Fed e dati sul lavoro: il prossimo catalizzatore

Il mercato dei futures sui Fed Funds assegna attualmente una probabilità di circa l’83% a un rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve nella riunione di dicembre, secondo il FedWatch Tool del CME Group. Va ricordato che tassi più alti aumentano il costo opportunità di detenere un asset che non genera cedole né dividendi come l’oro.

Mercoledì il report ADP National Employment ha mostrato un’accelerazione della creazione di posti di lavoro nel settore privato statunitense a ottobre. L’attenzione si sposta ora sui nonfarm payrolls di venerdì, chiamati a fornire indicazioni decisive sulla traiettoria della politica monetaria. Nella riunione di ottobre la banca centrale americana aveva lasciato i tassi invariati.

«Un dato robusto potrebbe confermare le attese di mercato su ulteriori strette della Fed. È però improbabile che i numeri sull’occupazione spostino verso l’alto le stime sul tasso terminale, dato che il mercato del lavoro non rappresenta oggi un driver significativo delle prospettive inflazionistiche», ha spiegato Daniel Ghali, responsabile della ricerca sui metalli di Deutsche Bank.

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Metalli preziosi in rally generalizzato

Il movimento non ha riguardato soltanto l’oro. Il comparto dei preziosi ha registrato rialzi diffusi e di ampiezza significativa:

  • Argento spot: +4,2% a 51,88 dollari l’oncia;
  • Platino: +4,2% a 1.475,98 dollari;
  • Palladio: +7,1% a 999,50 dollari, in avvicinamento alla soglia dei 1.000 dollari.

La performance di argento, platino e palladio – metalli con una forte componente di domanda industriale – segnala che il rally non è guidato esclusivamente dalla ricerca di protezione, ma anche dal riposizionamento valutario e dalle aspettative su un ciclo monetario meno aggressivo nel medio periodo.

Cosa monitorare nelle prossime sedute

Tre variabili resteranno centrali per la direzione dei prezzi:

  • l’esito dei nonfarm payrolls di venerdì e la reazione delle probabilità implicite su dicembre;
  • la tenuta del Dollar Index sui minimi mensili;
  • l’evoluzione dello scenario geopolitico in Medio Oriente e il suo impatto sul prezzo del greggio.

Sul piano tecnico, la riconquista dei 4.000 dollari rappresenta il primo spartiacque: un consolidamento sopra questa area rafforzerebbe l’impostazione rialzista, mentre un ritorno verso i minimi di fine ottobre in area 3.870 dollari riaprirebbe la fase correttiva.