Il mercato scopre la “Bessent Put”: il Tesoro USA vigila sulla parte lunga della curva
Per anni gli investitori hanno parlato di “Greenspan Put”: la convinzione che, di fronte a una correzione marcata dell’azionario, la Federal Reserve sarebbe intervenuta tagliando i tassi, offrendo di fatto una rete di protezione ai mercati. Oggi il mercato obbligazionario sembra aver trovato un equivalente sul fronte fiscale: l’intervento del Tesoro statunitense sul comparto dei Treasury segnala che il recente rialzo dei rendimenti a lunga scadenza ha toccato un nervo scoperto a Washington.
Gli asset rischiosi hanno accolto con favore questo atteggiamento più interventista, e la reazione si è propagata rapidamente su valute, azionario e credito.
Un annuncio piccolo nei numeri, grande nel messaggio
Sulla carta, l’aumento di 2 miliardi di dollari delle operazioni di riacquisto (buy-back) di titoli a fini di liquidità appare marginale a fronte di un debito pubblico federale che ha superato i 40.000 miliardi di dollari. È il classico “spostare le sedie a sdraio sul Titanic”. Eppure il valore segnaletico della mossa è tutt’altro che trascurabile.
Si tratta infatti di un annuncio non programmato, che comunica in modo esplicito il disagio del Tesoro rispetto alle vendite concentrate sulla parte lunga della curva. Il messaggio agli operatori è chiaro: c’è qualcuno che sorveglia il mercato dei Treasury a 10 e 30 anni.
Resta ovviamente il tema di fondo: solo un percorso credibile di consolidamento fiscale può garantire una ripresa strutturale e sostenibile del mercato obbligazionario. Gli interventi tecnici sulla gestione del debito possono attenuare la volatilità, non risolvere lo squilibrio tra offerta di carta e domanda finale.
Dollaro: ambiente “Risk-on, Dollar-off”
La discesa di circa 10 punti base dei rendimenti a lunga scadenza ha sostenuto l’azionario e indebolito il biglietto verde, soprattutto contro le divise ad alto beta: corona norvegese, dollaro neozelandese e corona svedese figurano tra le migliori performance.
La “Bessent Put” riduce una delle principali minacce agli asset rischiosi in questa fase dell’anno e dovrebbe mantenere attrattive le strategie di carry trade, tipicamente favorite da un contesto di volatilità implicita contenuta e dollaro stabile o in calo.
Verbali FOMC: nessun irrigidimento del tono
A rafforzare il quadro hanno contribuito le minute dell’ultima riunione del FOMC, lette dal mercato come meno restrittive del temuto: i rendimenti a breve scadenza hanno perso circa 5 punti base dopo la pubblicazione. Il risultato è un dollaro impostato su un profilo laterale-ribassista, coerente con il classico schema “Risk-on, Dollar-off”, ambiente in cui le valute emergenti (EMFX) tendono a sovraperformare.
Livelli tecnici sul Dollar Index
Il DXY ha rotto inaspettatamente al ribasso il range 99,40-100,00 e può ora scivolare verso 98,65. Una successiva estensione del movimento risk-on porterebbe l’obiettivo a 98,00.
Sul fronte macro, il calendario statunitense odierno è povero di dati rilevanti. L’attenzione si sposta sugli interventi di due esponenti “falco” della Fed: Mary Daly, che a luglio aveva votato per un rialzo, e Alberto Musalem, quest’anno senza diritto di voto.
EUR/USD: le valute pro-cicliche trovano ossigeno
Il cambio euro-dollaro ha rotto al rialzo sulla scia delle notizie dal Tesoro USA, in un contesto di investimento leggermente più incoraggiante — o quantomeno più stabile. Il rialzo dei prezzi del gas naturale in Europa resta un elemento di preoccupazione per i margini industriali e per le partite correnti dell’area euro, ma il mercato sta valutando l’ipotesi di una nuova gamba ribassista del dollaro, con l’euro tra i principali beneficiari.
Flussi record verso gli asset dell’Eurozona
Dietro le quinte, i dati sulla bilancia dei pagamenti pubblicati dalla Banca Centrale Europea raccontano una storia interessante: negli ultimi dodici mesi gli investitori esteri hanno acquistato circa 1.100 miliardi di euro di titoli dell’area euro, tra obbligazioni ed equity. Il mese di giugno ha segnato il record storico mensile di acquisti di debito, pari a 200 miliardi di euro.
Il tema della diversificazione dei portafogli globali fuori dagli Stati Uniti resta dunque uno dei pilastri della narrativa rialzista sull’euro, insieme alla percezione che gli asset manager europei siano ancora sotto-coperti (underhedged) sulle proprie esposizioni statunitensi: un eventuale adeguamento delle coperture valutarie rappresenterebbe un flusso strutturale di vendita di dollari.
Livelli chiave
L’intervento del Tesoro USA ha spinto EUR/USD in prossimità del nostro obiettivo di fine settembre a 1,17. La resistenza a 1,1700 potrebbe rivelarsi un ostacolo difficile da superare nel breve termine; un suo cedimento aprirebbe la strada verso 1,1790. I supporti più immediati si collocano in area 1,1650/60.
Corona svedese: dalla Riksbank difficilmente arriverà una svolta restrittiva
La Riksbank si riunisce oggi per decidere sulla politica monetaria. Il consenso non prevede variazioni rispetto all’attuale tasso di riferimento all’1,75%. Non è prevista la pubblicazione di un nuovo Monetary Policy Report, quindi non ci saranno aggiornamenti alle proiezioni macroeconomiche.
Questo implica che resta probabilmente valida l’indicazione di giugno relativa a un possibile rialzo dei tassi verso fine anno. Il mercato prezza attualmente un incremento di 25 punti base per la riunione di novembre, mentre attribuisce solo il 40% di probabilità a una mossa già a settembre.
Non appare necessario che l’istituto centrale svedese assuma oggi un tono marcatamente più aggressivo: sarebbe una sorpresa per il mercato. Va inoltre considerato che, sebbene un contesto favorevole al rischio sostenga la SEK, il suo carry corretto per il rischio resta modesto negli standard del G10. Difficile quindi che la corona guidi l’attacco contro un dollaro più debole. Manteniamo un obiettivo di 10,90 su EUR/SEK per fine settembre, senza attendere movimenti significativi nella seduta odierna.
Yuan cinese: Pechino tollera un cambio più forte
Il cambio USD/CNY prosegue la discesa, sostenuto da fixing giornalieri progressivamente più bassi fissati dalla People’s Bank of China. Lo yuan partecipa così alla mini-rinascita delle valute asiatiche, dopo la performance già segnalata dal won coreano.
Il cambio onshore si muove sui livelli più bassi degli ultimi anni e sembra intenzionato a testare la parte inferiore del range di negoziazione dell’anno. Alla base del rafforzamento della divisa cinese c’è verosimilmente il comportamento degli esportatori cinesi, che stanno riconvertendo in yuan quote crescenti dei proventi in valuta estera, segnalando maggiore fiducia nella divisa domestica e minore fiducia nel dollaro.
Si tratta di una dinamica che il Tesoro statunitense osserva con favore: uno yuan più forte è pienamente coerente con l’impostazione di politica economica che punta a riequilibrare i flussi commerciali globali e a ridurre la sopravvalutazione strutturale del dollaro.

