Mercato petrolifero sull’orlo della crisi: l’allarme di Jeff Currie

Le scorte globali di petrolio stanno raggiungendo livelli operativi minimi, con l’Asia già vicina al punto di rottura, l’Europa pronta a seguire e gli Stati Uniti che potrebbero affrontare carenze significative entro luglio. È questo l’allarme lanciato da Jeff Currie, veterano analista dei mercati delle materie prime e attuale Chief Strategy Officer of Energy Pathways di Carlyle, oltre che co-chairman di Abaxx Markets.

Le dichiarazioni, rilasciate a margine della UBS Wealth Conference di Singapore, sottolineano la portata dello shock energetico globale innescato dal conflitto con l’Iran.

Perché i dati sulle scorte globali ingannano gli investitori

Secondo Currie, i numeri ufficiali sugli stoccaggi mondiali possono trarre in inganno: gran parte del petrolio immagazzinato non è immediatamente disponibile per il mercato. Una quota consistente delle riserve serve infatti a mantenere operativi in sicurezza oleodotti e sistemi di stoccaggio, lasciando solo una frazione utilizzabile per soddisfare la domanda effettiva.

I “minimum operating levels” e il caso asiatico

L’Asia, secondo l’analista, ha già raggiunto i cosiddetti minimum operating levels, ovvero il livello minimo di scorte necessario per garantire il funzionamento del sistema. Una soglia oltre la quale qualsiasi ulteriore prelievo diventa critico per la stabilità operativa delle infrastrutture energetiche.

Lo Stretto di Hormuz e l’impatto del conflitto iraniano

I mercati petroliferi globali sono sotto pressione dall’inizio del conflitto con l’Iran, dopo che le interruzioni del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz hanno drasticamente ridotto le esportazioni energetiche dal Medio Oriente. Si tratta di un punto di passaggio strategico attraverso cui transita circa un quinto del consumo mondiale di greggio.

Prezzi esplosivi sui prodotti raffinati

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«Abbiamo assistito a prezzi esplosivi sui prodotti petroliferi. Il jet fuel è sceso, ma il diesel è ora salito sopra il jet fuel. Quindi il problema a Singapore continua: si è semplicemente spostato dal jet al diesel», ha spiegato Currie, evidenziando come la crisi stia mutando forma ma non intensità.

Europa e Stati Uniti: la prossima ondata di tensioni

L’Europa potrebbe iniziare a registrare tensioni simili nel giro di poche settimane. L’attuale sollievo derivante dai flussi di petrolio statunitensi è destinato a essere temporaneo, soprattutto con l’avvicinarsi della stagione estiva e dell’aumento della domanda per la mobilità.

«Direi: in Asia ci siamo già. L’Europa, ancora circa un mese. E aspettatevi che luglio sia un problema negli Stati Uniti», ha dichiarato Currie.

La trappola delle riserve strategiche americane

Currie ha messo in guardia su un meccanismo che sta creando una falsa percezione di sicurezza in Europa: le scorte prelevate dalla Strategic Petroleum Reserve (SPR) statunitense vengono in larga parte esportate verso il Vecchio Continente. Gli europei credono di non avere problemi, ma questo schema non è sostenibile nel medio termine.

L’allarme dell’Agenzia Internazionale dell’Energia

Le parole di Currie si inseriscono in un contesto già delineato dall’International Energy Agency (IEA), che ha avvertito di un possibile squeeze critico dell’offerta durante il picco di consumo estivo, soprattutto se le esportazioni mediorientali non si riprenderanno.

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Il direttore esecutivo dell’IEA, Fatih Birol, ha dichiarato la scorsa settimana: «Potremmo entrare nella zona rossa a luglio o agosto se non vedremo miglioramenti della situazione».

Soluzioni politiche insufficienti

L’ex responsabile globale della ricerca sulle commodities di Goldman Sachs ha respinto come inadeguate proposte quali la sospensione della federal gasoline tax negli Stati Uniti: «Non risolve nessuno dei problemi. L’unico modo per risolvere questa crisi è aumentare la disponibilità di molecole», ha affermato, riferendosi alla fornitura fisica di greggio.

Il prezzo che svela la realtà del mercato

Sebbene i rilasci dalla SPR statunitense abbiano fornito un certo sollievo, la struttura dei prezzi nei mercati a termine continua a segnalare che la carenza sottostante rimane acuta. Il backwardation osservato sulla curva forward conferma un mercato fisico in sofferenza.

Il fattore Iran e la leva negoziale

Per Currie, la riapertura dello Stretto di Hormuz resta l’unica soluzione duratura, anche se richiederebbe comunque tempo per normalizzare i mercati. Nel frattempo, il calo delle scorte globali sta rafforzando la posizione negoziale di Teheran.

Il presidente statunitense Donald Trump ha chiesto al proprio team di non affrettare un accordo con l’Iran per porre fine al conflitto e riaprire lo Stretto. Una strategia che, secondo Currie, rischia di rivelarsi controproducente.

«Ogni giorno che passa, la leva negoziale dell’Iran aumenta. Perché? Perché le scorte di petrolio continuano a scendere. Nel momento in cui pensi di aver vinto, è esattamente quando probabilmente hai perso. La loro posizione negoziale in questo momento non è mai stata così forte negli ultimi 47 anni», ha avvertito Currie.

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Implicazioni per investitori e mercati

Per chi opera sui mercati finanziari, lo scenario delineato da Currie suggerisce un’esposizione strutturale al rischio rialzista sul Brent e sul WTI nei prossimi mesi. I trader dovrebbero monitorare con attenzione:

  • I differenziali tra prodotti raffinati, in particolare il crack spread del diesel
  • Il livello delle scorte settimanali EIA negli Stati Uniti
  • L’evoluzione diplomatica attorno allo Stretto di Hormuz
  • Il comportamento delle valute esportatrici di petrolio e dei cross legati al rischio energetico

In uno scenario di scorte ai minimi storici, qualsiasi nuovo shock geopolitico potrebbe innescare movimenti di prezzo amplificati, con effetti a cascata su inflazione, politiche delle banche centrali e dinamiche del forex globale.