La Federal Reserve congela i tassi tra divisioni interne senza precedenti
La Federal Reserve ha deciso di mantenere invariato il costo del denaro nella riunione di mercoledì, in un contesto segnato da tensioni interne particolarmente accese e dall’attesa di un imminente cambio al vertice dell’istituto centrale americano. Il Federal Open Market Committee (FOMC) ha confermato il target dei Fed funds nel range 3,5%-3,75%, una decisione ampiamente prevista dai mercati, che scontavano una probabilità del 100% di mantenimento dei tassi.
L’elemento di sorpresa è arrivato però dalla composizione del voto: il Comitato si è spaccato con un risultato di 8 contro 4, configurando il livello di dissenso più elevato dall’ottobre 1992. Una frattura che riflette la difficoltà crescente nel definire la traiettoria futura della politica monetaria.
L’ultima riunione di Jerome Powell al timone
Quella di mercoledì potrebbe rappresentare l’ultima riunione di Jerome Powell nel ruolo di Chair. Nella conferenza stampa successiva alla decisione, il presidente uscente ha tuttavia sorpreso annunciando l’intenzione di rimanere nel Board of Governors per un periodo non definito, almeno fino alla conclusione dell’indagine sulle ristrutturazioni della sede della Fed.
“Voglio attendere che l’indagine sia conclusa con piena trasparenza e definitività”, ha dichiarato Powell, il cui mandato come governatore scade ufficialmente nel gennaio 2028.
Il commento degli analisti sulla fine dell’era Powell
“In un mandato generalmente caratterizzato dalla ricerca del consenso e da pochi dissensi, il presidente Powell chiude con quattro voti contrari”, ha osservato Brent Schutte, chief investment officer di Northwestern Mutual. “Questo evidenzia non solo la possibilità di analoghe divisioni nei prossimi mesi sotto la guida di un nuovo presidente intenzionato a cambiare la Fed, ma anche l’incertezza dello scenario macroeconomico, con segnali contrastanti tra mercato del lavoro e crescita, in un contesto in cui l’inflazione resta bloccata sopra il 3% dalla fine del 2023”.
Le ragioni del dissenso: quattro voti contrari per motivi opposti
La divisione interna al FOMC è particolarmente significativa perché i quattro dissensi si sono espressi in direzioni opposte:
Stephen Miran: la posizione dovish
Il governatore Stephen Miran, fedele alla linea espressa da quando è entrato nella banca centrale a settembre 2025, ha votato per un taglio di 25 punti base, ritenendo necessario un allentamento monetario più aggressivo.
Hammack, Kashkari e Logan: la linea hawkish
Sul fronte opposto, i presidenti regionali Beth Hammack (Cleveland), Neel Kashkari (Minneapolis) e Lorie Logan (Dallas) hanno sostenuto la decisione di tenere fermi i tassi, ma si sono opposti all’inclusione di un bias accomodante nel comunicato finale.
Il punto controverso riguarda la frase: “Nel valutare l’entità e la tempistica di ulteriori aggiustamenti del target sui Fed funds, il Comitato analizzerà attentamente i dati in arrivo, l’evoluzione delle prospettive e il bilanciamento dei rischi”. L’uso del termine “ulteriori” suggerisce implicitamente che la prossima mossa sarà al ribasso, una direzione che i tre dissenzienti non condividono dato il rischio di un’inflazione persistente.
L’inflazione resta il vero nodo della politica monetaria
Nel comunicato post-riunione, il Comitato ha ammesso che “l’inflazione è elevata, in parte a causa del recente aumento dei prezzi globali dell’energia”. Una situazione che complica notevolmente la gestione della politica monetaria, poiché normalmente la Fed tenderebbe a guardare oltre gli shock temporanei legati a tariffe ed energia, ma la persistenza di queste pressioni inflazionistiche sta sollevando preoccupazioni sull’impatto strutturale sui consumatori.
I mercati prezzano attualmente nessun cambiamento dei tassi per il resto dell’anno e per buona parte del 2027. Le proiezioni emerse dalla riunione di marzo indicavano un solo taglio nel 2026 e un altro nel 2027, portando i Fed funds verso il livello “neutrale” stimato intorno al 3,1%.
Il quadro macroeconomico: lavoro stabile, prezzi sotto osservazione
Sul fronte occupazionale, le preoccupazioni si sono attenuate rispetto al cosiddetto regime “low-hire, low-fire”. I nonfarm payrolls di marzo hanno mostrato una crescita di 178.000 unità, superiore alle attese, mentre il tasso di disoccupazione è sceso al 4,3%. Per aprile, i dati ADP indicano una crescita media settimanale dei payroll privati intorno alle 40.000 unità, suggerendo un mercato del lavoro solido seppur non particolarmente vivace.
Mercoledì le borse americane hanno chiuso in territorio negativo, con i prezzi del petrolio in forte rialzo e gli investitori in attesa delle trimestrali di quattro società del gruppo “Magnificent Seven”.
Kevin Warsh verso la presidenza della Fed
Nella stessa giornata, il Senate Banking Committee ha approvato lungo linee di partito la nomina di Kevin Warsh come prossimo presidente della Federal Reserve, voluta dal presidente Donald Trump. Il voto del Senato pieno è atteso a breve e dovrebbe sancire il primo cambio di leadership alla Fed dal 2018, quando Powell prese le redini dell’istituto.
Durante la conferenza stampa, Powell si è congratulato con Warsh per i progressi nell’iter di nomina.
La scelta di Powell: restare nel Board
Tradizionalmente, un presidente uscente lascia la Fed una volta installato il successore. Powell ha invece scelto una strada inedita, dichiarando di voler restare fino alla conclusione dell’indagine sulle ristrutturazioni. La procuratrice federale Jeanine Pirro ha recentemente trasferito l’inchiesta dal Department of Justice all’Inspector General della banca centrale.
Se Powell restasse effettivamente come governatore, sarebbe il primo presidente in carica a non lasciare il Board dopo la fine del mandato dai tempi di Marriner Eccles nel 1948.
Un parallelo storico: Powell, Eccles e l’indipendenza della Fed
Il caso Powell richiama la vicenda di Marriner Eccles, che si trovò a fronteggiare le pressioni del presidente Harry S. Truman, intenzionato a mantenere bassi i tassi per ridurre i costi di finanziamento del debito pubblico. Oggi Trump esercita pressioni analoghe sulla Fed per sostenere il mercato immobiliare, quello del lavoro e per alleggerire l’onere finanziario di un debito federale che ha superato i 39 trilioni di dollari.
L’epoca Eccles culminò con il Treasury-Fed Accord del 1951, che formalizzò l’indipendenza della banca centrale dal Tesoro. Warsh ha più volte parlato della necessità di “riaprire” e modernizzare quell’accordo, in un contesto in cui le holding obbligazionarie della Fed ammontano a circa 6,7 trilioni di dollari. Il futuro presidente vorrebbe rafforzare il coordinamento sull’emissione del debito e ridurre l’impronta della Fed sul mercato obbligazionario.
Equilibri interni e implicazioni per i mercati
La decisione di Powell di rimanere nel Board ha implicazioni rilevanti per gli equilibri di potere all’interno della Fed. Restando come governatore, Powell mantiene la capacità di influenzare le decisioni del Board e priva Trump dell’opportunità di nominare un ulteriore membro. Contando Warsh, il presidente avrebbe comunque tre dei sette membri del Board, inclusi i governatori Christopher Waller e Michelle Bowman, già nominati durante il primo mandato.
“Questo significa che l’aggiunta di Kevin Warsh al FOMC non sposterà l’equilibrio tra colombe e falchi, poiché Warsh prenderà il posto di Stephen Miran dato che lo scranno di Powell non sarà disponibile nell’immediato”, ha spiegato Josh Jamner, senior investment strategy analyst di ClearBridge Investments.
Per gli investitori, lo scenario delineato suggerisce una fase di volatilità potenziale sui mercati obbligazionari e valutari, con il dollaro e i rendimenti dei Treasury particolarmente sensibili a ogni segnale proveniente da una Fed sempre più frammentata e in transizione verso una nuova guida.

