Crollo del petrolio dopo le dichiarazioni di Trump sullo Stretto di Hormuz
I prezzi del petrolio hanno registrato un brusco calo nella sessione estesa di lunedì, dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato di star valutando la possibilità di assumere il controllo diretto dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo per il trasporto di greggio. Il WTI (West Texas Intermediate) è sceso del 6,19% a 85,27 dollari al barile, mentre il Brent, benchmark globale, ha perso il 4,6% attestandosi a 88,43 dollari al barile. Entrambi i contratti avevano toccato livelli ben più elevati nelle ore precedenti, con il WTI che aveva sfiorato i 119,48 dollari e il Brent che aveva raggiunto i 119,50 dollari, superando per la prima volta la soglia dei 100 dollari dal 2022, quando la Russia invase l’Ucraina.
Le parole di Trump e l’impatto sui mercati energetici
In una conversazione telefonica con CBS News, Trump ha affermato di stare “pensando di prendere il controllo” dello Stretto, aggiungendo che a suo avviso il conflitto sarebbe terminato a breve. Poco dopo il superamento della soglia dei 100 dollari nella sessione serale di domenica, il presidente aveva già pubblicato un messaggio su Truth Social definendo l’aumento dei prezzi del petrolio nel breve termine “un prezzo molto piccolo da pagare” per eliminare la minaccia nucleare iraniana. Queste dichiarazioni hanno innescato un’ondata di vendite, con gli operatori che hanno interpretato le parole del presidente come un segnale di possibile de-escalation, almeno sul fronte della sicurezza delle rotte marittime.
La più grande interruzione dell’offerta petrolifera della storia
La chiusura dello Stretto di Hormuz ha provocato quella che la società di consulenza Rapidan Energy ha definito la più grande interruzione dell’offerta petrolifera mai registrata. Attraverso questo corridoio marittimo transita circa il 20% del consumo mondiale di petrolio, rendendolo un punto nevralgico per l’intero mercato energetico globale.
Le stime degli analisti sui possibili scenari di prezzo
Secondo Janiv Shah, vicepresidente per i mercati petroliferi di Rystad Energy, il Brent potrebbe raggiungere i 135 dollari al barile se la situazione attuale dovesse protrarsi per quattro mesi. In uno scenario di due mesi di persistenza delle condizioni attuali, i prezzi supererebbero comunque i 110 dollari. Matt Smith, analista petrolifero presso la società di consulenza energetica Kpler, ha confermato che solo un numero esiguo di navi commerciali sta attualmente transitando attraverso lo Stretto, a testimonianza della gravità della situazione.
I tagli alla produzione dei paesi del Golfo
I paesi arabi del Golfo stanno riducendo la produzione a causa dell’esaurimento della capacità di stoccaggio, con il greggio che si accumula senza possibilità di essere esportato attraverso lo Stretto. Le petroliere rifiutano di attraversare il passaggio per timore di attacchi iraniani.
Kuwait: tagli precauzionali alla produzione
Il Kuwait, quinto produttore dell’OPEC, ha annunciato sabato tagli precauzionali alla produzione e alla capacità di raffinazione a causa delle “minacce iraniane contro il passaggio sicuro delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz”. La Kuwait Petroleum Corp., società statale, non ha specificato l’entità delle riduzioni.
Iraq: produzione in caduta libera
La situazione più critica riguarda l’Iraq, secondo produttore OPEC, dove la produzione è sostanzialmente crollata. L’output dei tre principali giacimenti petroliferi meridionali è sceso del 70%, passando da 4,3 milioni di barili al giorno a soli 1,3 milioni, secondo quanto riferito da tre funzionari del settore.
Emirati Arabi Uniti: gestione prudente della produzione offshore
Gli Emirati Arabi Uniti, terzo produttore OPEC, hanno comunicato sabato di stare “gestendo con attenzione i livelli di produzione offshore per far fronte alle esigenze di stoccaggio”. La Abu Dhabi National Oil Co. (ADNOC) ha precisato che le operazioni onshore proseguono normalmente.
Le minacce iraniane e la sicurezza marittima
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha lanciato un avvertimento esplicito lunedì, dichiarando in un’intervista a CNBC che le petroliere “devono essere molto prudenti” finché la situazione resta instabile. “Finché la situazione è insicura, ritengo che tutte le petroliere, tutta la navigazione marittima, debbano prestare la massima attenzione”, ha affermato Baghaei. Questa dichiarazione ha ulteriormente alimentato le preoccupazioni degli operatori del settore marittimo, confermando che il rischio di attacchi contro le navi commerciali resta concreto e imminente.
Il conflitto e le prospettive di risoluzione
Nonostante le affermazioni di Trump secondo cui la guerra sarebbe “già vinta”, il conflitto non mostra segnali concreti di attenuazione. L’Iran ha nominato Mojtaba Khamenei, figlio dell’Ayatollah Ali Khamenei, come nuova guida suprema, dopo che gli Stati Uniti e Israele hanno eliminato Khamenei nei primi giorni del conflitto. Il Segretario all’Energia Chris Wright ha dichiarato domenica che il traffico attraverso lo Stretto riprenderà una volta che gli Stati Uniti avranno neutralizzato la capacità dell’Iran di minacciare le petroliere. “Non siamo lontani dal vedere una ripresa più regolare del traffico navale attraverso lo Stretto di Hormuz”, ha affermato Wright in un’intervista alla CNN, stimando che nel peggiore dei casi si tratterà di “alcune settimane, non mesi”.
La risposta del G7 alla crisi energetica
La crisi ha mobilitato anche i vertici delle principali economie mondiali. I ministri delle Finanze del G7 si sono riuniti in videoconferenza lunedì per discutere del conflitto con l’Iran, rilasciando una dichiarazione congiunta in cui affermano di essere “pronti ad adottare le misure necessarie, incluso il sostegno all’offerta globale di energia attraverso il rilascio delle riserve strategiche”. I ministri dell’Energia del G7 — che comprende Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti — terranno un ulteriore vertice virtuale martedì mattina per valutare un possibile rilascio coordinato delle riserve petrolifere strategiche. Secondo fonti vicine alle trattative, qualsiasi decisione operativa verrà presa dopo questo incontro.
Cosa significa per i mercati e gli investitori
La situazione attuale rappresenta un punto di svolta per i mercati energetici globali e ha implicazioni dirette su molteplici asset class. L’estrema volatilità del petrolio si riflette inevitabilmente sui mercati forex, con il dollaro americano che tende a rafforzarsi in scenari di crisi geopolitica, mentre le valute dei paesi importatori netti di energia, come l’euro e lo yen, subiscono pressioni al ribasso. Per gli investitori italiani, è fondamentale monitorare l’impatto sui costi energetici europei, sull’inflazione nell’Eurozona e sulle possibili risposte della BCE in termini di politica monetaria. Un prolungamento della crisi potrebbe rallentare significativamente la crescita economica europea nel 2026, con ripercussioni dirette sui mercati equity del Vecchio Continente e sul settore industriale italiano, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche.

