Il quadro in sintesi

Il discorso di Kevin Warsh a Jackson Hole ha modificato in senso restrittivo le aspettative sui tassi americani, aprendo la porta a un rialzo di 25 punti base nella riunione di settembre 2026. Tre elementi meritano attenzione immediata:

  • L’inflazione statunitense resta ampia e persistente, mentre le condizioni finanziarie appaiono ancora accomodanti.
  • Dati solidi su occupazione e CPI potrebbero spingere il Dollar Index sopra quota 100.
  • EUR/USD resta vulnerabile finché non recupera stabilmente area 1,17.

Perché lo scenario Fed è diventato più restrittivo

La riunione di luglio aveva già segnalato una frattura interna al FOMC: i tassi erano rimasti invariati con un voto di 9 a 3, ma tre membri avevano chiesto un aumento immediato di 25 punti base. Le minute avevano poi confermato la crescente preferenza per una stretta. L’intervento di Warsh a Jackson Hole si è mosso sulla stessa linea, rafforzando la percezione che il ciclo di allentamento sia terminato.

Inflazione diffusa: il vero nodo

Il problema non riguarda più poche voci volatili, ma l’ampiezza del fenomeno. Il 54% dei prodotti inclusi nel paniere PCE registra un tasso di inflazione superiore al 3% su base annua, mentre il PCE headline a sei mesi si attesta al 4,1%, ben oltre l’obiettivo del 2% della Federal Reserve. Si tratta di una dinamica generalizzata, che difficilmente si riassorbe senza un intervento sul costo del denaro.

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Condizioni finanziarie ancora accomodanti

Warsh ha sottolineato che la politica monetaria non sta realmente frenando la domanda. Il credito resta disponibile, gli spread sono compressi e la domanda privata è robusta. Gli indicatori confermano la lettura:

  • Il Chicago Fed National Financial Conditions Index è sceso a -0,561: i valori negativi segnalano condizioni più espansive della media storica.
  • La percentuale netta di banche che hanno irrigidito i criteri di concessione del credito nel terzo trimestre 2026 è pari a 0%, quindi nessun inasprimento netto.
  • Lo spread sui corporate bond investment grade è appena 0,79%, indicazione di scarsa percezione del rischio di credito.

Se la politica monetaria non sta raffreddando la domanda, la Fed dispone di un argomento solido per alzare i tassi a breve termine.

Il mercato del lavoro è la variabile che frena

Il quadro occupazionale rappresenta però il principale ostacolo a una stretta. I payroll di luglio hanno mostrato una contrazione e le stime dei mesi precedenti sono state riviste al ribasso. Questo introduce un elemento di incertezza che rende la decisione di settembre tutt’altro che scontata.

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Il calendario decisivo

Tre pubblicazioni precederanno la riunione del 15-16 settembre:

  • 4 settembre: report sull’occupazione di agosto.
  • 10 settembre: prezzi alla produzione (PPI).
  • 11 settembre: report sull’inflazione al consumo (CPI).

Il dato PCE arriverà invece il 30 settembre, quindi successivamente al meeting. Una ripresa delle assunzioni combinata con un CPI ancora elevato renderebbe il rialzo quasi obbligato. Al contrario, un mercato del lavoro debole unito a un rallentamento dell’inflazione core spingerebbe verso un mantenimento dei tassi. Attenzione però: si tratterebbe di un rinvio, non di una chiusura del ciclo. Dopo Jackson Hole, la probabilità di almeno un quarto di punto entro dicembre resta concreta.

Dollaro americano: i rendimenti a due anni indicano la direzione

Il differenziale di rendimento sulla parte breve della curva è il motore principale del biglietto verde. Il rendimento del Treasury a 2 anni, la scadenza più sensibile alle attese sulla Fed, è salito subito dopo le parole di Warsh, trascinando il Dollar Index in rialzo dello 0,55% a 99,68.

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Rendimenti attesi più elevati sugli asset in dollari attraggono flussi di capitale e riducono l’appeal delle valute a basso rendimento. Il movimento sui due anni è quindi un segnale più “pulito” per il dollaro rispetto a un rialzo dei tassi a lunga scadenza, che può riflettere anche premi al rischio o preoccupazioni fiscali.

Va però ricordato che parte dello scenario hawkish è già incorporata nei prezzi: il dollaro ha bisogno di conferme dai dati, non di ulteriori dichiarazioni. Un report occupazionale robusto ad agosto e un CPI vischioso potrebbero spingere l’indice sopra 100; payroll deboli riporterebbero il dollaro verso area 98.

Analisi tecnica del Dollar Index: 100,50 e 101,80 i livelli chiave

Grafico mensile

Ad agosto l’indice è sceso verso il supporto di 98,50, definito dalla linea inferiore del canale ascendente che parte dai minimi di aprile 2011, per poi rimbalzare con decisione dopo Jackson Hole e chiudere sopra la media mobile a 10 mesi. Il prezzo continua tuttavia a consolidare nella fascia incerta compresa tra 96 e 100.

La media a 10 mesi resta sotto quella a 20 mesi e l’indice non ha ancora superato quota 100: il bias di lungo periodo rimane leggermente negativo. Una rottura confermata sopra 101,50 aprirebbe però la strada a un rally di breve termine, scenario coerente con un contesto di tassi più alti.

Grafico settimanale

La settimana scorsa l’indice ha annullato l’impostazione ribassista con un forte rimbalzo dalla media a 50 settimane, chiudendo a 99,60 e disegnando una candela di inversione. Il passaggio successivo richiede il superamento di 100,50 per puntare a 101,80. Oltre quest’ultima soglia, l’obiettivo si sposterebbe verso 106, resistenza della trendline discendente che origina dai massimi di ottobre 2022.

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EUR/USD sotto pressione: il differenziale Fed-BCE

Il cambio è arretrato di circa lo 0,63% a 1,1578 dopo il discorso di Warsh. Il punto centrale del target Fed è ora al 3,625%, mentre il tasso sui depositi della BCE resta al 2,25%: un differenziale di politica monetaria di circa 138 punti base a favore del dollaro.

Un rialzo della Fed senza contromosse di Francoforte porterebbe il gap a circa 163 punti base, aumentando la pressione sull’euro. Va però considerato che anche la BCE affronta rischi inflazionistici: aveva alzato i tassi a giugno, mantenuto la posizione a luglio, e le ultime minute lasciano aperta la possibilità di un ulteriore intervento.

Tre scenari operativi per settembre

  • Fed alza, BCE ferma: discesa sotto 1,15 con 1,14 come area successiva da monitorare.
  • Entrambe alzano di 25 pb: differenziale sostanzialmente invariato, la direzione dipenderebbe dalla forward guidance.
  • BCE alza, Fed ferma: recupero potenziale sopra 1,18.

Al momento la bilancia pende leggermente a favore del dollaro, perché le attese sui tassi USA si sono riposizionate in modo più marcato dopo Jackson Hole. Saranno i dati americani di agosto su lavoro e inflazione a stabilire se questo vantaggio reggerà.

Analisi tecnica EUR/USD: test del supporto 1,1490

L’incertezza sul dollaro ha generato una fase di consolidamento estesa, ma il cambio si mantiene sopra 1,1360. La settimana scorsa la coppia ha incontrato una resistenza solida sulla trendline discendente che parte dai massimi di gennaio 2026, formando proprio in quell’area una candela settimanale di inversione — segnale coerente con un avvio di settimana in territorio negativo.

Per riprendere slancio serve una rottura sopra 1,17, con obiettivo immediato a 1,18. Sul lato opposto, la fascia 1,1360-1,14 resta il presidio strutturale. La coppia si muove all’interno di un broadening wedge (cuneo allargato), pattern che tipicamente amplifica l’ampiezza delle oscillazioni: in un mercato valutario ad alta volatilità, i range possono risultare particolarmente estesi.

Sul grafico giornaliero è visibile un doppio minimo formato tra giugno e luglio in area 1,1360. Il cambio non è però riuscito a mantenersi sopra la media a 200 giorni, rompendola al ribasso. Il supporto immediato è ora la media a 50 giorni in area 1,15: finché regge, resta aperta la possibilità di un nuovo tentativo rialzista; una violazione confermata proietterebbe il cambio verso 1,13.

Cosa monitorare nelle prossime settimane

Lo scenario base propende per un rialzo di 25 punti base a settembre, sostenuto da pressioni inflazionistiche diffuse e condizioni finanziarie non restrittive. La fragilità del mercato del lavoro rappresenta però il contrappeso capace di congelare la decisione.

Per gli operatori, la mappa è chiara: payroll solidi e CPI ancora elevato rafforzano il dollaro, con il Dollar Index chiamato a superare 100,50 per puntare a 101,80. Dati occupazionali deludenti o un raffreddamento dell’inflazione riporterebbero l’indice verso 98, offrendo respiro all’euro. EUR/USD resta strutturalmente esposto finché non recupera 1,17, con 1,15 e 1,1360 come livelli difensivi da sorvegliare.