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Le criptovalute non sono esattamente l’asset del momento, visto che gli investitori appartengono tutt’oggi a una nicchia, per quanto ogni giorno sempre più ampia. Non si può negare, però, che abbiano conquistato la ribalta, se non altro per alcune caratteristiche peculiari. L’estrema volatilità, la tecnologia che sta dietro a ciascuna di loro, l’idea di valute completamente sganciate dalle banche centrali sono solo alcune di queste.

Eppure le criptovalute hanno un lato oscuro. Un lato che viene spesso sottolineato dai policy maker, ma che è ben noto anche agli investitori che si approcciano con prudenza alla questione crypto. Questo lato oscuro è la sicurezza. Nello specifico, la sicurezza dai tentativi di hacking. Ebbene, alcuni di questi tentativi riescono, e hanno già mietuto molti danni.

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Di recente, il tema ha acquisito una nuova rilevanza grazie al dato fornito da KPMG, che ha condotto una accurata ricerca in merito. Ne parliamo in questo articolo.

Lo studio di KPMG

Il dato è allarmante. Secondo KPGM, dal 2017 ad oggi sono stati commessi veri e propri furti a danno degli investitori di criptovalute per un ammontare di 9,8 miliardi di dollari. Una cifra spaventosa, soprattutto se si considera che il volume complessivo del mercato crypto si aggira intorno ai 245 miliardi. In buona sostanza, il 4% della ricchezza è stata defraudata.

Questo dato, di per sé preoccupante, fa il paio con quello presentato da CipherTrace solo qualche tempo fa. Anzi, risulta quasi ottimistico, una stima al ribasso. Secondo CipherTrace, infatti, sono state rubate criptovalute per un ammontare di 4,5 miliardi di dollari solo nel 2019. Il 2018 non è andato meglio, anzi ha fatto segnare un record: il furto di criptovalute più grande di sempre: ben 430 milioni di euro depredati dalla piattaforma Coincheck.

Insomma, siamo di fronte a un fenomeno che non è solo preoccupante per quel che rappresenta in termini di sicurezza e percezione di sicurezza, ma anche corposo.

Un problema che sottolinea quello che è il vero tallone di Achille del mondo delle criptovalute, che si va aggiungere all’eccessiva volatilità (che alimenta in continuazione le voci del rischio bolla).

Le conseguenze dei furti di criptovalute

Questa è la fotografia della situazione. Una fotografia che non fa piacere, ma che può essere utile per una riflessione. In primis, sulle conseguenze che il problema scatena attualmente e che scatenerà ancora in futuro. Una delle conseguenze più gravi è l’effetto dissuasione. Sapere che c’è una probabilità superiore allo zero di subire un furto, fungerà da deterrente per molti nuovi investitori.

Questa specifica questione è stata approfondita proprio da KPMG, che a tal proposito, per voce del coautore dello studio Sal Ternullo, ha dichiarato: “In particolare, gli investitori istituzionali non rischieranno di possedere asset crittografici se il loro valore non può essere salvaguardato allo stesso modo del denaro tradizionale, delle azioni e delle obbligazioni”.

D’altronde, gli investitori istituzionali hanno una responsabilità in più rispetto agli investitori normali. Investono non per sé, ma per garantire un rendimento agli stakeholder, e di conseguenza servizi importanti (pensiamo agli investitori del settore previdenziale). E’ ovvio che in una situazione come questa, le criptovalute verrebbero percepite come un rischio, per giunta come un rischio non calcolabile.

Le dinamiche dei furti

Ma perché tutti questi furti? Un motivo potrebbe essere il semplice fatto che il settore è ancora nuovo, dunque in fase di assestamento da un punto di vista tecnico. Ciò, è palese, apre le porte a chi vuole effettuare, sapendoli fare, dei tentativi di hacking. Potremmo affermare che sta accadendo quello che è accaduto durante i primi anni di internet, quando la questione della sicurezza dai normali virus riguardava praticamente tutti.

Un’altra ragione, senz’altro più tecnica, è data dai codici di bassa qualità, che certamente facilitano il “lavoro” degli hacker. Tra i fattori che la stessa KPGM cita spicca anche il rischio di perdere la chiave privata, ovvero il codice contenuto nel wallet dell’utente e che consente di entrate e di gestire gli asset.

Le prospettive del mondo cripto

Il futuro del mondo delle criptovalute si gioca soprattutto sulla questione della sicurezza. Risolvere questo problema, o almeno mitigarlo, sarebbe un segnale di maturità e certamente attrarrebbe molti nuovi investitori. Da questa strana situazione, caratterizzata dalla presenza di un pericolo reale e dalla possibilità di risolverlo, a guadagnarci potrebbero essere le aziende, anzi le grandi aziende, impegnate nella cyber security, e allo stesso tempo in grado di spendere conoscenze circa la blockchain.

Anche gli stessi Exchange di criptovalute, quelli famosi almeno e quindi con un certo know-how alle spalle, potrebbero intravedere qualche occasione. Coinbase, per esempio, garantisce già oggi un adeguato livello di sicurezza, dunque è logico attendersi un aumento della quota di mercato in ogni caso: sia se essa stessa faccia progredire la questione della sicurezza, magari con l’introduzione delle nuove tecnologie; sia se ciò non si verificasse, in quanto già oggi porto abbastanza sicuro per gli investitori nelle criptovalute.

Di certo è che se il mondo cripto non riuscisse nemmeno in un prossimo futuro a soddisfare le necessità di sicurezza degli investitori, la sua evoluzione potrebbe subire un rallentamento. Una evoluzione che non riguarda solo i dati economici e tecnici, ma anche la percezione che di esso hanno gli investitori, gli analisti, la gente comune. Solo un comparto in grado di fornire delle sufficienti garanzie di sicurezza, infatti, potrebbe nobilitarsi a tal punto da rendere concreta l’associazione tra criptovaluta e mezzo di pagamento, obiettivo originario dell’intero segmento e ancora oggi molto lontano.

Certamente, un aumento delle garanzie di sicurezza potrebbe cambiare il segno delle dichiarazioni dei policy maker, che fino ad oggi sono stati raramente teneri con le criptovalute. Anzi, hanno sempre fatto leva su due aspetti: la sicurezza, con riferimenti che non si riducevano alla sola volatilità; e l’impossibilità di equiparare le valute virtuali a mezzi di pagamento. D’altronde, una criptovaluta potrebbe diventare un metodo di pagamento solo con almeno due caratteristiche: ha un valore più o meno stabile e ha la fiducia degli attori economici. Attualmente, anche se si guarda ai numeri di KPGM, le criptovalute non hanno né l’una né l’altra.

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