Mercati nervosi prima del voto, ma la storia suggerisce cautela nell’allarmismo

L’avvicinarsi delle elezioni di midterm negli Stati Uniti porta con sé la consueta dose di tensione sui listini. Eppure, guardando ai dati degli ultimi quarant’anni, l’appuntamento elettorale si è rivelato più spesso un catalizzatore positivo che una minaccia per l’azionario americano — indipendentemente dall’esito: vittoria repubblicana, affermazione democratica, Congresso diviso o semplice conferma degli equilibri esistenti.

Cosa dicono i numeri: l’S&P 500 dopo le elezioni dal 1980 a oggi

Un’analisi dei rendimenti dell’S&P 500 successivi alle tornate elettorali statunitensi dal 1980 al 2024 restituisce un quadro piuttosto nitido:

  • +0,2% in media a un giorno e a una settimana dal voto (considerando insieme presidenziali e midterm);
  • +1,1% in media a un mese di distanza;
  • +13,7% a dodici mesi dalle elezioni di metà mandato;
  • +13,8% a dodici mesi dalle presidenziali.

Il dato più significativo riguarda la costanza: i rendimenti a un anno sono risultati positivi nel 91% dei casi. E, soprattutto, l’S&P 500 ha chiuso in rialzo nei dodici mesi successivi a tutte e 11 le elezioni di midterm dal 1982 al 2022, senza una sola eccezione.

Il breve termine resta la fase più imprevedibile

La reazione immediata è invece molto meno affidabile. Nelle sedute subito successive al voto — in particolare dopo le presidenziali — i rendimenti medi a un giorno e a una settimana sono stati persino leggermente negativi. Un comportamento tipico dei mercati, che tendono a scontare l’incertezza prima dell’evento e a trovare direzione solo quando il quadro politico si chiarisce.

«C’è una certa ansia che precede queste elezioni», ha osservato Ryan Detrick, chief market strategist di Carson Group. «Una volta superato l’ostacolo, arriva un grande sollievo e i mercati tendono a comportarsi piuttosto bene».

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Perché Wall Street preferisce il governo diviso

Uno dei pattern più solidi emersi dai dati storici riguarda la cosiddetta “gridlock” istituzionale, ovvero la situazione in cui un partito controlla la Casa Bianca e l’altro detiene almeno una delle due camere del Congresso.

Nelle 15 tornate elettorali (10 midterm e 5 presidenziali) che hanno prodotto un governo diviso, l’S&P 500 ha guadagnato in media il 15% nei dodici mesi successivi, con rendimenti positivi in 14 casi su 15. Quando invece un singolo partito ha ottenuto il controllo pieno di esecutivo e legislativo, il guadagno medio a un anno si è fermato all’11,5%.

«Se si verifica una grande ondata rossa o una grande ondata blu, i mercati non la gradiscono particolarmente, perché significa troppa spesa in una sola direzione e troppo potere concentrato», spiega Detrick. La logica è intuitiva: uno stallo legislativo riduce il rischio di riforme fiscali o regolamentari radicali, offrendo alle imprese un contesto più prevedibile su tasse, spesa pubblica e normativa.

Il precedente di un Congresso democratico con un presidente repubblicano

Lo scenario che potrebbe emergere dalle urne — Democratici al controllo del Congresso con un presidente repubblicano alla Casa Bianca — ha precedenti storici incoraggianti. Nei tre midterm con questa configurazione (1986, 1990 e 2006), l’S&P 500 ha registrato in media:

  • -0,5% nella giornata di reazione al voto;
  • +3,4% a un mese;
  • +10,9% a dodici mesi.
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Attenzione alla correlazione: le elezioni non spiegano tutto

Qui serve la cautela metodologica che ogni investitore dovrebbe applicare alle statistiche stagionali: le elezioni spesso coincidono con fattori macroeconomici che pesano molto di più sui rendimenti.

Due esempi lo dimostrano in modo netto. Nell’anno successivo alle elezioni del 2000 l’S&P 500 è crollato del 22,1%, la peggiore performance post-elettorale dal 1980: il responsabile non era il risultato del voto, ma lo scoppio della bolla dot-com. All’opposto, il miglior anno post-elettorale è stato quello seguito al voto del 2020, con un balzo del 38,3%, trainato dal recupero poderoso dopo il sell-off legato alla pandemia e dalla liquidità straordinaria immessa dalle banche centrali.

Fed e utili aziendali restano le vere variabili dominanti

Come sottolineato dagli analisti di Société Générale, la politica monetaria della Federal Reserve e il ciclo degli utili societari pesano strutturalmente più di qualsiasi esito elettorale.

Il caso del 2018 è emblematico: dopo i midterm che consegnarono la Camera ai Democratici durante il primo mandato di Donald Trump, l’azionario scivolò. Ma il vero motore del ribasso fu la stretta monetaria della Fed, che quell’anno alzò i tassi quattro volte, portando l’S&P 500 a chiudere il 2018 con un -6,2%. Dodici mesi dopo il voto, tuttavia, l’indice era già in rialzo dell’11,7%.

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I fattori di rischio che possono rompere lo schema storico

Intelligenza artificiale: il vero swing factor

La variabile decisiva oggi è il tema AI e la sostenibilità delle valutazioni del comparto tecnologico, dopo le correzioni recenti. Finché l’onda degli investimenti in infrastrutture per l’intelligenza artificiale prosegue e l’economia continua a crescere, «questo mercato toro è probabilmente ancora vivo e vegeto», afferma Detrick.

Di contro, un’affermazione democratica su entrambe le camere metterebbe con ogni probabilità sotto pressione la spesa in capex per l’AI, sia per via di un approccio regolatorio più severo sia per il rischio di un contesto fiscale meno favorevole ai grandi gruppi tech — con possibili ripercussioni a cascata su semiconduttori, data center e utility energetiche collegate.

Obbligazionario e geopolitica

Il mercato dei bond resta un fronte delicato: i rendimenti sono in rialzo a livello globale e la Francia è alle prese con una mini-crisi del debito che tiene sotto osservazione lo spread OAT-Bund e, per contagio, l’intero comparto sovrano europeo — un tema particolarmente rilevante per gli investitori italiani, abituati a monitorare la sensibilità del BTP alle tensioni sui periferici.

Sul piano geopolitico, la tensione con l’Iran rappresenta un ulteriore elemento di volatilità, con potenziali ricadute sul prezzo del petrolio e, di riflesso, sulle aspettative di inflazione.

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«La stagionalità non è destino, e le preoccupazioni legate a Iran, AI e Francia non svaniranno misteriosamente», ha avvertito Jim Reid, global head of macro and thematic research di Deutsche Bank.

Come leggere questi dati nella costruzione di portafoglio

Se la storia fornisse una guida affidabile, lo scenario più probabile per i prossimi mesi includerebbe un rally di fine anno e un S&P 500 in progresso nei dodici mesi successivi al voto. Ma le statistiche stagionali vanno trattate per quello che sono: probabilità, non certezze.

Il mercato attuale resta guidato dal tema dell’intelligenza artificiale, con geopolitica, Federal Reserve e dinamiche obbligazionarie saldamente al comando. Per l’investitore, la lezione operativa è duplice: evitare di riposizionare il portafoglio in funzione di un singolo evento politico e concentrare l’attenzione sui driver strutturali — traiettoria dei tassi, crescita degli utili e tenuta del ciclo economico — che determinano realmente i rendimenti nel medio periodo.