La Fed lascia i tassi invariati: il corridoio resta al 3,75%-4%

Al termine della riunione di ottobre 2026, il Federal Open Market Committee (FOMC) ha scelto di non modificare il costo del denaro, mantenendo il target range dei fed funds tra il 3,75% e il 4%. Una decisione ampiamente prezzata dai mercati: alla vigilia, i futures sui fed funds monitorati dal FedWatch Tool del CME assegnavano circa il 93% di probabilità a uno scenario di “nessuna mossa”, contro una probabilità residua intorno al 7% per un rialzo da 25 punti base.

Il contesto resta però tutt’altro che neutrale: la Fed si trova in una fase di stretta monetaria, non di allentamento. A settembre la banca centrale aveva alzato i tassi di un quarto di punto — il primo rialzo in tre anni — e i verbali di quella riunione avevano lasciato intendere che un ulteriore incremento fosse nel menu, senza però indicarne la tempistica.

Due dissensi interni: Cook e Hammack volevano un rialzo

La decisione non è stata unanime. Due membri del FOMC hanno espresso voto contrario, schierandosi a favore di un aumento di 25 punti base: la governatrice Lisa Cook e la presidente della Fed di Cleveland Beth Hammack.

Il dissenso di un membro del Board of Governors è un evento statisticamente raro, e come tale è stato letto con attenzione. Secondo Chris Rupkey, capo economista di FWDBONDS, non si può escludere una componente politica: «È molto raro vedere un governatore della Fed dissentire, lavorano nello stesso edificio del presidente. Potrebbe essere stato un voto di protesta, visto che l’amministrazione Trump sta facendo pressione in vari modi perché Cook si dimetta». La governatrice è infatti impegnata in un contenzioso giudiziario con la Casa Bianca dopo il tentativo di rimozione da parte del presidente, basato su accuse di frode ipotecaria che Cook ha sempre respinto.

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La riforma del calendario: dal 2027 meno riunioni dedicate ai tassi

La vera notizia della giornata non riguarda però il livello dei tassi, bensì l’architettura stessa del processo decisionale della Fed. Il presidente Kevin Warsh ha annunciato una revisione del calendario delle riunioni che entrerà in vigore dal 2027.

Le coordinate della riforma:

  • Il FOMC continuerà a riunirsi otto volte l’anno: «Riteniamo che otto riunioni annuali siano il numero giusto», ha spiegato Warsh.
  • Nel 2027, una di queste otto riunioni sarà dedicata esclusivamente alla strategia di politica monetaria, senza voto sui fed funds e senza comunicato di policy.
  • Nel 2028 le riunioni “strategiche” saliranno a due, lasciando sei appuntamenti operativi per le decisioni sui tassi.

La logica dietro la svolta

«Qual è il ragionamento dietro questo cambiamento? Per me è piuttosto lineare», ha argomentato Warsh. «Fare politica monetaria correttamente richiede di valutare gli sviluppi di breve periodo a intervalli regolari, tempestivi e ricchi di informazione. Ma è altrettanto importante riservare tempo e spazio, come gruppo intellettualmente diversificato, a una riflessione strategica: ripensare le grandi domande, guardare a orizzonti temporali più lunghi, concentrarsi — come dico io — sulla parte a sinistra della virgola».

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Il presidente ha aggiunto che la definizione dell’agenda «non è un dettaglio amministrativo: è una scelta istituzionale che incide sulla natura e sulla qualità delle nostre deliberazioni e, in ultima analisi, sulla saggezza delle nostre decisioni».

La riforma si inserisce nel più ampio progetto di “regime change” promosso da Warsh dal suo insediamento, che ha già portato alla creazione di diverse task force interne incaricate di rivedere il funzionamento della banca centrale, inclusa una dedicata specificamente alla comunicazione. Resta ancora da definire cosa verrà pubblicato al termine delle riunioni strategiche: «Non è ancora ovvio. Ci saranno novità, la decisione sul nuovo formato è molto recente», ha precisato Warsh, parlando di «discussione robusta» tra i membri del Comitato.

Che cosa cambia per gli investitori

Per operatori su forex, obbligazionario e azionario la riforma ha un’implicazione pratica: meno date “a rischio” nel calendario macro, ma potenzialmente una maggiore concentrazione di volatilità sugli appuntamenti rimasti. Con sei riunioni decisionali l’anno a partire dal 2028, ogni singolo meeting peserà di più in termini di riprezzamento della curva dei tassi e di movimenti su dollaro ed EUR/USD. Per chi opera con orizzonti brevi, significa anche un calendario Fed progressivamente più simile a quello di altre banche centrali che hanno già ridotto la frequenza dei meeting di policy.

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«Non credo nella forward guidance»: la nuova dottrina comunicativa

Warsh ha ribadito con forza la propria avversione alla forward guidance, ossia alla pratica di segnalare in anticipo il sentiero futuro dei tassi.

«Non credo nella forward guidance, in assenza di circostanze eccezionali, in assenza di una crisi», ha dichiarato ai giornalisti. «Devo fare questa precisazione perché nei giorni più bui della crisi finanziaria del 2008 quel tipo di guidance è stato effettivamente molto utile. Ma in tempi normali, ordinari, soprattutto quando l’economia sottostante è così forte, non ci credo e non la preferisco».

Una postura che riduce deliberatamente il “rumore” comunicativo della Fed e che, nei fatti, sposta il peso dell’analisi sui dati macroeconomici più che sulle dichiarazioni dei banchieri centrali.

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Il quadro macro: crescita rivista al rialzo, inflazione ancora calda

Warsh ha dipinto un’economia statunitense in buona salute. «La crescita economica si è rafforzata. L’aumento del PIL nel primo semestre dell’anno è stato rivisto al rialzo da una stima precedente dell’1,8% al 2,4%, e il terzo trimestre sembra aver portato un’avanzata ancora più rapida», ha dichiarato.

Sul fronte occupazionale, il giudizio è altrettanto positivo: tasso di disoccupazione in calo rispetto a un anno fa e media a quattro settimane delle richieste di sussidi ai minimi da generazioni. La discussione del Comitato, ha ammesso lo stesso Warsh, si è quindi «concentrata principalmente sul lato della stabilità dei prezzi» del doppio mandato.

I numeri che preoccupano

Il comunicato post-riunione è stato esplicito: «L’inflazione resta elevata». E ancora: «L’accumulo di ulteriori informazioni aiuterà il Comitato a determinare l’orientamento di policy appropriato per assicurare un ritorno tempestivo dell’inflazione all’obiettivo del 2%. Il Comitato garantirà la stabilità dei prezzi».

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I dati recenti spiegano la cautela nel linguaggio e l’irritazione di parte del mercato per l’inerzia sui tassi:

  • CPI di settembre: inflazione annua salita al 3,7%, trainata dai costi energetici. L’indice si trova in una delle sequenze più lunghe mai registrate di letture annue sopra il 2%.
  • PPI di settembre: +6,3% su base annua, il rialzo a dodici mesi più ripido dal 2022 per l’indice dei prezzi alla produzione.
  • PCE core: attesa in crescita dello 0,3% mensile, con il tasso annuo in salita di un decimo al 3,1%; l’indice headline è stimato a +0,5% mensile, con il dato annuo in accelerazione dal 3,4% al 3,7%.

Il trucco statistico del “tasso annualizzato a tre mesi”

Molte delle argomentazioni delle colombe si sono appoggiate al tasso annualizzato a tre mesi del PCE core, sceso il mese scorso al 2,05%, praticamente in linea con il target del 2%. Un dettaglio però ne mina la portata: inserendo nel modello un incremento core dello 0,3%, lo stesso indicatore balza al 2,7%. E se si aggiunge la stima di nowcasting della Fed di Cleveland (+0,25% per il core PCE di ottobre), la misura annualizzata a tre mesi salirebbe al 3,24%. Lezione operativa: si tratta di un indicatore troppo volatile per fungere da bussola di politica monetaria.

Le misure “depurate” raccontano una storia di persistenza: la trimmed mean della Fed di Cleveland — che elimina le variazioni di prezzo estreme dal CPI — oscilla tra il 2,6% e il 2,7% per gran parte dell’anno, con variazioni minime. Solo la trimmed mean della Fed di Dallas, al 2,2%, offre una lettura più benevola; ma la presidente Lorie Logan ha personalmente avvertito che quella metrica potrebbe “tagliare via” troppa inflazione.

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Resta inoltre il nodo stagionale del cosiddetto “January effect”: Goldman Sachs prevede un allentamento delle pressioni nel corso del prossimo anno, con il rientro degli effetti di dazi, build-out dell’intelligenza artificiale ed energia, ma avverte che «le aziende potrebbero sfruttare l’occasione degli aumenti di listino di inizio anno per scaricare i maggiori costi, producendo un effetto gennaio più marcato».

Condizioni finanziarie, credito e capex sull’intelligenza artificiale

Warsh ha riconosciuto che la stretta inizia a mordere: «Abbiamo cominciato a vedere alcuni cambiamenti nelle condizioni finanziarie e creditizie; si sono irrigidite per alcune imprese e famiglie, esattamente come ci aspetteremmo. Gli operatori di mercato stanno diventando più selettivi nelle loro allocazioni di capitale». Non arriva però a definire le condizioni finanziarie complessivamente “restrittive”: piuttosto, stanno contribuendo a costruire un percorso verso la stabilità dei prezzi.

Sul capitolo infrastrutture per l’AI — il grande motore degli investimenti del ciclo attuale — il presidente della Fed è stato netto: «I tassi di interesse hanno avuto un effetto. Si vedono operatori che discriminano tra i tipi di investimento che vogliono fare. Si sono visti spread creditizi allargarsi per certi asset. Non credo che siano in qualche modo scollegati dal resto dell’economia».

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Il ciclo degli investimenti fissi, ha aggiunto, «non è solo forte, ma si sta allargando»: oggi è «molto più difficile» di qualche trimestre fa sostenere che la forza economica dipenda da un ristretto gruppo di settori.

La politica non c’entra, assicura Warsh

Con le elezioni di midterm fissate per il 3 novembre, la domanda sull’indipendenza della banca centrale era inevitabile. «Ho appena passato due giorni con i miei colleghi al piano di sopra. Non ho sentito una sola parola sulla politica. Nessun riferimento a elezioni o a quello che accadrà nella prossima settimana», ha risposto Warsh. «Non credo che abbia avuto alcun ruolo nella decisione, né per me né per i colleghi presenti nella sala».

Le reazioni del mercato: chi accusa la Fed di essere in ritardo

Gundlach: «La Fed dovrebbe alzare i tassi»

Jeffrey Gundlach, CEO e Chief Investment Officer di DoubleLine Capital, non ha usato giri di parole: «Penso che la Fed dovrebbe alzare i tassi, sulla base del Treasury a 2 anni al 4,75%; e adesso, dopo questa conferenza stampa, la curva dei rendimenti sta tornando a irripidirsi». Il rendimento del biennale — la scadenza più sensibile alle attese di policy — scambiava a 4,714%. «Che cosa state aspettando? Avete appena rivisto al rialzo il giudizio sull’economia», ha incalzato riferendosi alle parole di Warsh.

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Karsan: «Teatro kabuki»

Di segno opposto la lettura di Cem Karsan, fondatore e CIO di Kai Wealth: «Questo, a mio avviso, è teatro kabuki. In fin dei conti stanno cercando di guadagnare credibilità, di mantenere la Fed indipendente. Ma l’unico modo per rispondere a ciò che conta davvero — la parte lunga della curva — è con un atteggiamento più accomodante, che arriverà nei prossimi mesi e trimestri. Credo sia quella la prossima mossa. Nulla è cambiato entrando a Jackson Hole e nulla è cambiato uscendone».

Miran: «C’è una funzione di reazione completamente nuova»

Per Stephen Miran, ex presidente del Council of Economic Advisers ed ex governatore della Fed, oggi senior strategist di Hudson Bay Capital, «c’è in città una funzione di reazione completamente nuova», che sta «portando gli operatori a scontare ulteriori rialzi». Miran ha osservato che le aspettative di inflazione incorporate nei mercati finanziari restano «fredde come un cetriolo» rispetto al target: nessuno, cioè, è disposto a scommettere che la Fed non sia determinata a riportare l’inflazione al 2%.

Wieting: aspettare dicembre «prolunga solo l’agonia»

Steven Wieting, co-fondatore del CIO Group, ha avvertito prima dell’annuncio che rinviare a dicembre significherebbe «soltanto prolungare la nostra agonia», aggiungendo che la probabilità di una sorpresa immediata era «superiore al 7%» prezzato dai futures.

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Feroli (JPMorgan): «Warsh ha qualcosa da spiegare»

Michael Feroli, capo economista USA di JPMorgan Chase, ha messo il dito sull’incoerenza apparente: il FOMC ha alzato i tassi a settembre dopo un core PCE di agosto a +0,2%, ma si ferma ora che la stessa misura viaggia verso +0,3%. «Il presidente Warsh dovrà spiegare perché il Comitato ha alzato dopo un core PCE a due decimi e ora resta fermo con un’attesa a tre decimi. Non ammettere domande di follow-up non risolve il problema. Una decisione di lasciare i tassi invariati a meno di una settimana dalle elezioni di midterm, senza spiegazioni, non farebbe che alimentare il sospetto che la policy sia guidata da considerazioni diverse da occupazione e inflazione».

Dal canto suo, Goldman Sachs ritiene che la Fed abbia di fatto adottato un approccio di rialzo “ogni due riunioni”. «Non ci aspettiamo informazioni significativamente nuove dalla conferenza stampa», ha scritto l’economista David Mericle: «Il forte sostegno a un rialzo a riunioni alterne implica una soglia elevata per deviare da quel piano entro fine anno».

La reazione di Wall Street e del mercato obbligazionario

Nella seduta della decisione, i tre principali indici americani hanno viaggiato contrastati: alle 13:40 ET lo S&P 500 guadagnava lo 0,2%, il Dow Jones Industrial Average saliva di circa 135 punti (+0,3%), mentre il Nasdaq Composite oscillava attorno alla parità.

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Sul reddito fisso, il Treasury decennale ha visto il rendimento salire oltre 2 punti base al 5,02% (fino a toccare il 5,03%), mentre il biennale ha guadagnato quasi 3 punti base al 4,766%, con un picco al 4,774%. Un livello del decennale sopra il 5% è un riferimento cruciale anche per gli investitori europei: alza il costo del capitale globale, comprime i multipli azionari e mantiene il dollaro strutturalmente sostenuto nei confronti dell’euro.

Un dettaglio statistico interessante segnalato da Nicholas Colas, co-fondatore di DataTrek Research: da quando Warsh ha assunto la presidenza della Fed a maggio, l’azionario ha generalmente chiuso in calo nei giorni di riunione per poi recuperare il giorno successivo. Lo S&P 500 ha messo a segno rialzi di almeno l’1% in tutte e tre le sedute successive alle riunioni del mandato Warsh.

Che cosa significa per mutui, carte di credito e risparmio

Il rialzo di settembre ha già trasmesso i suoi effetti all’economia reale, e la prospettiva di ulteriori strette significa che i consumatori americani non vedranno sollievo a breve.

Costo del denaro in salita

  • Mutui a 30 anni a tasso fisso: tasso medio al 7,33%, in rialzo dal 7,12% del mese precedente (dati MND). I mutui americani seguono da vicino il decennale, oggi poco sotto il 5%.
  • Prestiti garantiti dall’equity immobiliare (home equity loan): 8,77%, contro l’8,28% di settembre (Bankrate).
  • Carte di credito: tassi ai massimi da fine 2025.
  • Prestiti auto: vicini al 7%, con livelli ancora più elevati nel mercato dell’usato.

Il lato positivo: rendimenti sulla liquidità

Per i risparmiatori il quadro è meno ostile, anche se i miglioramenti restano marginali. Secondo i dati Haver, il rendimento medio annuo dei money market è salito allo 0,45% (+1 punto base sul mese), mentre l’APY sui certificati di deposito a cinque anni ha raggiunto l’1,83%, in crescita di 8 punti base rispetto a settembre. I conti deposito ad alto rendimento continuano a offrire ritorni relativamente interessanti rispetto ai conti bancari tradizionali.

Il consiglio ricorrente degli specialisti è di sfruttare questa fase per ridurre il debito ad alto costo, rinegoziare le condizioni dei finanziamenti in essere e spostare la liquidità inutilizzata verso strumenti remunerati.

Lo scenario per dicembre: il rischio di dover correre dopo

I mercati scontano oggi un rialzo di 25 punti base a dicembre. Il rischio insito nella pausa odierna, però, è che l’attesa costringa la Fed a fare di più nei mesi successivi. Lo sintetizza TD Securities: «Basta un singolo dato di inflazione marcatamente negativo e/o una serie di dati forti dal mercato del lavoro perché il mercato inizi a prezzare probabilità più elevate di un rialzo da 50 punti base nelle prossime riunioni».

Per gli investitori europei il messaggio operativo è duplice: da un lato, la divergenza di politica monetaria tra Stati Uniti e area euro resta un fattore determinante per il cambio EUR/USD e per i flussi sui titoli di Stato; dall’altro, un Treasury decennale stabilmente sopra il 5% continua a rappresentare il principale fattore di pressione sui multipli dell’equity globale, Piazza Affari inclusa. In un contesto in cui la Fed ha scelto deliberatamente di comunicare di meno, la lettura disciplinata dei dati macro — a partire da PCE, CPI e mercato del lavoro — torna a essere lo strumento decisivo per anticipare le mosse della banca centrale più influente del mondo.