Il Tesoro americano risponde a muso duro alle accuse sulla difesa dello yen
Lo scontro tra il Segretario al Tesoro Scott Bessent e la senatrice democratica Elizabeth Warren ha assunto toni insolitamente aspri per la corrispondenza istituzionale di Washington. Al centro della disputa c’è l’intervento coordinato tra Stati Uniti e Giappone sul mercato dei cambi per sostenere lo yen, precipitato ai minimi degli ultimi quarant’anni.
In una lettera dai toni sarcastici, Bessent ha offerto alla senatrice del Massachusetts un ipotetico corso accelerato intitolato “Foreign Exchange for Dummies”, sostenendo che le sue critiche “rivelano purtroppo che lei conosce i mercati valutari ancora meno di quanto conosca il settore bancario”.
Gli errori tecnici contestati alla senatrice
Secondo il Segretario al Tesoro, già gestore di fondi e trader valutario di lungo corso prima dell’incarico pubblico, il documento inviato da Warren conterrebbe errori di sostanza già nelle prime righe: l’origine dei fondi, la natura dell’operazione e persino l’esistenza di un debitore.
“È altrettanto sconcertante, ma non sorprendente, che nessun membro del suo seguito mediatico possieda un livello di alfabetizzazione finanziaria sufficiente a individuare un errore tanto elementare”, ha scritto Bessent.
Il nodo dell’Exchange Stabilization Fund
La lettera di Warren, ranking member democratica della Commissione Bancaria del Senato, chiedeva chiarimenti sull’utilizzo dell’Exchange Stabilization Fund (ESF), il veicolo storico attraverso cui il Tesoro statunitense può operare sui mercati valutari.
Che cos’è l’ESF e perché è al centro della polemica
Creato nel 1934 con i proventi della rivalutazione dell’oro, l’ESF è un fondo che detiene dollari, valute estere e Special Drawing Rights del FMI. La sua caratteristica cruciale è che può essere impiegato senza una nuova autorizzazione di spesa del Congresso, su decisione del Segretario al Tesoro con l’approvazione presidenziale. È proprio questa discrezionalità a renderlo periodicamente oggetto di contestazione politica.
La replica sul rischio per i contribuenti
Warren aveva sostenuto che i contribuenti americani potrebbero rimanere esposti nel caso in cui Tokyo non fosse in grado di rimborsare il Tesoro. Bessent ha respinto integralmente la premessa:
“Il Tesoro ha scambiato attività in valuta estera già presenti nell’Exchange Stabilization Fund contro yen. Non è stato coinvolto alcun nuovo stanziamento del Congresso e non è stato concesso alcun credito al Giappone. Il Giappone non deve nulla al Tesoro.”
La distinzione è tecnicamente rilevante: un acquisto valutario a pronti non è né una linea di swap né un prestito. Nel primo caso il Tesoro converte semplicemente asset che già possiede (in questo caso euro) in un’altra valuta, assumendosi un rischio di cambio ma nessun rischio di controparte. “Non esiste quindi alcun rischio che il Giappone non rimborsi un debito che non esiste”, ha aggiunto Bessent.
Il primo intervento congiunto USA-Giappone dal 1998
L’operazione rappresenta il primo intervento coordinato tra Washington e Tokyo per rafforzare lo yen dal 1998, quando la valuta giapponese era sotto pressione durante la crisi asiatica.
Il Tesoro ha operato tramite la Federal Reserve di New York, che agisce come agente esecutivo sia per conto dell’ESF sia per conto del System Open Market Account. Secondo le ricostruzioni, sono stati venduti euro per acquistare yen. L’ammontare esatto della componente americana non è stato reso pubblico.
Il “post-it” da 5-10 miliardi di dollari
Una fotografia scattata il 31 luglio ha immortalato un blocco note davanti a Bessent con l’annotazione: “To Do: Buy Japanese Yen (JPY) $5-10 bil.”. L’indicazione suggerisce l’ordine di grandezza dell’operazione contemplata, ma non certifica l’importo effettivamente eseguito.
I numeri di Tokyo: 96,5 miliardi di dollari
Molto più trasparenti i dati giapponesi: secondo le statistiche ufficiali del Ministero delle Finanze, tra il 30 luglio e il 26 agosto Tokyo ha speso un record di 96,5 miliardi di dollari in interventi sul mercato dei cambi. Si tratta della cifra mensile più elevata mai registrata dal Giappone, superiore anche ai massicci interventi del periodo 2022-2024.
Lo yen ha reagito con un rialzo immediato dopo l’intervento, per poi restituire buona parte dei guadagni nelle settimane successive — un pattern ricorrente negli interventi valutari non accompagnati da un cambiamento nella politica monetaria sottostante.
La giustificazione legale ed economica del Tesoro
La Section 5302
Alla richiesta di Warren di chiarire la base giuridica dell’operazione, Bessent ha risposto con un’altra stoccata: “La sua domanda legale trova risposta nella norma citata nella sua stessa nota a piè di pagina”. La Section 5302 del Titolo 31 dello U.S. Code autorizza infatti il Segretario al Tesoro, con l’approvazione del Presidente, a operare in valuta estera a sostegno di assetti di cambio ordinati.
“L’analisi legale del Tesoro inizia con la lettura della norma. Le consiglio di provare a fare lo stesso”, ha aggiunto.
Perché la stabilità dello yen interessa agli Stati Uniti
Sul piano sostanziale, Bessent ha difeso l’intervento richiamando tre elementi: il Giappone è uno dei maggiori detentori esteri di Treasury statunitensi, un partner commerciale di primo piano e un alleato militare vincolato da trattato.
“Mercati dello yen disordinati possono innescare liquidazioni forzate, destabilizzare i mercati globali e in ultima analisi aumentare i costi di finanziamento per le famiglie e le imprese americane”, ha scritto.
Il riferimento è al meccanismo del carry trade sullo yen: per anni gli investitori si sono finanziati in valuta giapponese a tassi prossimi allo zero per investire in asset a più alto rendimento. Un movimento brusco del cambio può innescare un unwinding disordinato di queste posizioni, con effetti a catena su azionario, obbligazionario e valute emergenti — come già accaduto nell’agosto 2024, quando la chiusura forzata dei carry trade provocò una violenta ondata di volatilità sui mercati globali.
Il precedente argentino e lo scontro politico
Nella sua lettera, Warren aveva richiamato il precedente utilizzo dell’ESF per un sostegno da 20 miliardi di dollari all’Argentina, definendolo un intervento a movente politico.
Bessent ha replicato che l’operazione era finalizzata a contrastare una situazione di “acuta illiquidità di breve termine” e a prevenire una crisi regionale più ampia. “La crisi meglio gestita è quella che non accade mai”, ha scritto, accusando la senatrice di considerare le crisi evitabili “non come fallimenti da scongiurare, ma come opportunità benvenute per espandere il controllo governativo, con gli americani comuni a pagarne il prezzo”.
La chiusura e la controreplica democratica
La lettera si chiude con un ultimo affondo: “Il popolo americano merita una vigilanza fondata sui fatti, non sugli slogan. Pur non trattenendo il fiato, spero che la sua prossima lettera dimostri che ha imparato la differenza tra un acquisto valutario, uno swap e un prestito”.
La portavoce della Commissione Bancaria del Senato, Saloni Sharma, ha ribattuto che le domande di Warren restano senza risposta, aggiungendo che il Segretario “dovrebbe concentrarsi meno sui suoi rancori personali con la senatrice Warren e più sulla riduzione del costo della vita per le famiglie americane in difficoltà”.
Cosa significa per gli investitori
Al di là della polemica politica, la vicenda evidenzia alcuni elementi rilevanti per chi opera sui mercati:
- Il rischio di intervento è tornato un fattore di prezzo sul cambio USD/JPY. La partecipazione diretta del Tesoro americano, e non solo del Ministero delle Finanze giapponese, alza in modo significativo la soglia di attenzione per chi assume posizioni short sullo yen.
- Gli interventi valutari raramente invertono un trend da soli. Senza un allineamento dei differenziali di tasso tra Fed e Bank of Japan, l’effetto tende a esaurirsi nell’arco di settimane.
- L’opacità sull’ammontare è deliberata. La mancata comunicazione delle cifre da parte del Tesoro USA fa parte della strategia: l’incertezza sulla dimensione del “muro” è essa stessa uno strumento di deterrenza per gli speculatori.

