Rendimenti obbligazionari sui massimi pluriennali, azionario sotto pressione
Seduta di martedì 18 agosto all’insegna della prudenza sui mercati finanziari globali. I rendimenti dei titoli di Stato americani hanno segnato una lieve flessione in chiusura, ma restano ancorati a livelli che non si vedevano da anni: il decennale trentennale statunitense ha toccato in giornata quota 5,3371%, il valore più elevato dal 2007, prima di ripiegare a 5,2868% (-2,32 punti base).
Il Treasury a 10 anni, benchmark di riferimento per il costo del denaro a livello globale, è arretrato di 1,6 punti base al 4,708%, dopo aver toccato un massimo intraday del 4,7478%, il livello più alto da gennaio 2025.
A innescare il movimento è stato il timore di un’escalation del conflitto in Medio Oriente, che ha riacceso i riflettori sul rischio inflazionistico e ha penalizzato l’azionario.
Petrolio in rialzo per la terza seduta consecutiva
Le quotazioni del greggio hanno proseguito la salita dopo che Teheran ha annunciato l’adozione di una postura più offensiva e Washington ha escluso una proroga dell’accordo di cessate il fuoco, allontanando le prospettive di un’intesa di pace tra Stati Uniti e Iran.
- WTI (greggio USA): +0,82% a 85,17 dollari al barile
- Brent: +0,55% a 91,37 dollari al barile
Per l’Europa, e in particolare per un’economia energivora e importatrice netta come quella italiana, un petrolio stabilmente sopra i 90 dollari rappresenta un fattore di rischio diretto per i costi di produzione industriale e per la componente energetica dell’indice dei prezzi al consumo.
Perché i rendimenti salgono nonostante i dati macro deboli
Il rialzo dei rendimenti appare in controtendenza rispetto alla recente serie di dati macroeconomici statunitensi in raffreddamento, che avevano allentato i timori di una stretta imminente da parte della Federal Reserve.
I mercati dei futures assegnano attualmente:
- 35% di probabilità a un rialzo dei tassi nella riunione della Fed di settembre
- 68% di probabilità a un incremento entro dicembre
Un ritorno delle pressioni sui prezzi potrebbe però rimettere in discussione questo scenario, spingendo il mercato a prezzare un ciclo restrittivo più rapido.
«Viviamo in un mondo in cui ci troveremo di fronte a uno shock di offerta dopo l’altro», ha osservato Will Compernolle, macro strategist di FHN Financial.
Il nodo dei conti pubblici americani
A pesare sulla parte lunga della curva contribuisce anche il costo del conflitto con l’Iran, che alimenta le preoccupazioni sulla traiettoria fiscale degli Stati Uniti. Maggiori spese militari significano maggiori emissioni di debito, quindi un premio a termine più elevato richiesto dagli investitori per detenere carta a lunga scadenza.
L’effetto Giappone: il rischio di rimpatrio dei capitali
Un elemento spesso sottovalutato dagli investitori retail sta assumendo un peso crescente: la risalita dei rendimenti dei titoli di Stato giapponesi (JGB), arrivati sui massimi degli ultimi 30 anni. Il decennale nipponico si muove appena sotto la soglia del 3%, un livello che non si vedeva dalla metà degli anni Novanta.
Il meccanismo è semplice ma potente: gli investitori istituzionali giapponesi — soprattutto fondi pensione e compagnie assicurative — sono storicamente tra i maggiori detentori esteri di debito USA. Se i titoli domestici tornano a offrire rendimenti competitivi, senza il costo della copertura valutaria, il rimpatrio dei capitali diventa razionale.
Un simile riposizionamento eserciterebbe ulteriore pressione al rialzo sui rendimenti dei Treasury, con effetti a cascata sull’intero mercato obbligazionario globale, area euro compresa: anche i rendimenti dei governativi dell’Eurozona restano infatti in prossimità dei massimi pluriennali.
Wall Street ai minimi di due settimane
I principali indici americani hanno toccato i livelli più bassi delle ultime due settimane, appesantiti dalle vendite sui titoli tecnologici a maggiore capitalizzazione.
- Nasdaq Composite: -1,05%
- S&P 500: -0,50%
- Dow Jones Industrial Average: -0,12%
- STOXX 600 (Europa): -0,69%
- MSCI World: -0,63%
L’indice VIX, il cosiddetto “termometro della paura” di Wall Street, ha raggiunto il livello più alto in oltre una settimana, segnalando un aumento della domanda di protezione da parte degli operatori.
Tassi elevati e valutazioni tech: il legame critico
«I rendimenti preoccupano gli investitori perché anticipano un contesto più restrittivo e un costo del denaro più elevato», ha spiegato Kim Forrest, chief investment officer di Bokeh Capital Partners. «Soprattutto in tutta questa vicenda legata all’intelligenza artificiale, dove i tempi di ritorno degli investimenti sono incerti. È un contesto che rende gli investitori nervosi».
Il punto è tecnicamente rilevante: tassi più alti riducono il valore attuale dei flussi di cassa futuri, penalizzando in modo sproporzionato le società growth le cui valutazioni si basano su utili attesi lontani nel tempo. A ciò si aggiunge l’aumento del costo del capitale per i gruppi che stanno finanziando a debito i massicci investimenti in infrastrutture per l’AI, dai data center alla capacità di calcolo.
Focus su verbali Fed e Jackson Hole
L’attenzione degli operatori si sposta ora su due appuntamenti chiave: la pubblicazione dei verbali dell’ultima riunione del FOMC, attesa mercoledì, e il simposio di Jackson Hole della prossima settimana, tradizionale palcoscenico per segnalare svolte di politica monetaria.
«Dato il ridotto contenuto informativo del comunicato di politica monetaria del FOMC e delle conferenze stampa del presidente della Fed Kevin Warsh, i verbali delle riunioni sono diventati probabilmente più importanti nel trasmettere l’equilibrio delle posizioni tra i membri del comitato», ha commentato Jonas Goltermann, chief markets economist di Capital Economics.
Valute e materie prime
Sul mercato forex, il Dollar Index — che misura il biglietto verde contro un paniere di valute principali, tra cui yen ed euro — ha guadagnato lo 0,06% a quota 99,60. Il cambio EUR/USD è salito marginalmente dello 0,03% a 1,1582.
Vendite invece sull’oro: il metallo prezioso ha ceduto l’1,11% a 4.366 dollari l’oncia, penalizzato dal rialzo dei rendimenti reali che riduce l’attrattiva di un asset che non genera cedole, nonostante il contesto geopolitico teoricamente favorevole ai beni rifugio.
Cosa monitorare nelle prossime sedute
- Evoluzione del conflitto iraniano e impatto sui flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz
- Tenuta della soglia del 5,30% sul trentennale USA, spartiacque tecnico per l’intero comparto obbligazionario
- Flussi dei capitali giapponesi, potenziale catalizzatore di ulteriori tensioni sui Treasury
- Toni del simposio di Jackson Hole, decisivi per il posizionamento sui tassi entro fine 2026

