Quadro generale: biglietto verde in leggero rialzo, ma senza slancio

Il dollaro USA mostra un tono complessivamente più solido contro le principali valute, pur muovendosi all’interno di range di negoziazione particolarmente stretti. Le uniche eccezioni sono il dollaro australiano e il dollaro canadese, che registrano progressi comunque marginali.

Merita attenzione la tenuta del dollaro canadese, che resiste nonostante l’entrata in vigore prevista già da domani dei dazi statunitensi al 50% su circa 20 miliardi di dollari di beni canadesi. Alcuni segnali di avvicinamento negoziale sono stati riportati, ma l’esito resta incerto fino all’ultimo momento.

Sul fronte delle materie prime, il WTI con scadenza ottobre aggiorna i massimi del mese. I mercati obbligazionari restano sotto pressione, mentre le vendite sull’azionario si stanno allargando e intensificando, coinvolgendo progressivamente più aree geografiche.

Valute G10: movimenti contenuti ma indicatori tirati

Euro: consolidamento sopra 1,1575 dollari

Gli acquisti di prosecuzione, innescati dal calo inatteso delle vendite al dettaglio USA pubblicato prima del weekend, hanno spinto l’euro fino a quasi 1,1615 dollari. Si tratta del livello che corrisponde al ritracciamento del 38,2% della discesa dal massimo dell’anno di fine gennaio, in area 1,2080.

La moneta unica ha poi consolidato dalle prime ore della sessione europea fino a quella nordamericana, trovando sostegno vicino alla precedente resistenza a 1,1580. La media mobile a 200 giorni, sopra la quale l’euro non chiude da metà maggio, transita in area 1,1630.

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Oggi gli scambi sono modesti, in una fascia di circa 10 tick attorno a 1,1575, livello su cui scadono opzioni per 1,34 miliardi di euro. Gli indicatori di momentum restano estesi e lo stocastico lento inizia a mostrare una divergenza ribassista, non confermando i massimi delle ultime sedute.

Yen: il mercato sfida di nuovo Tokyo verso quota 160

Gli operatori non hanno rinunciato a testare la determinazione delle autorità giapponesi nel difendere la valuta nipponica. Da oltre una settimana il dollaro chiude sistematicamente vicino ai massimi di seduta, concentrati nell’area 159,36-159,55 yen.

Anche ieri lo schema si è ripetuto: minimo intorno a 158,85 tra fine Asia e apertura europea, massimo poco sopra 159,50 nella sessione americana. Oggi il biglietto verde ha segnato un nuovo massimo post-intervento, appena sotto 159,80 yen. Il mercato sembra ritenere che quota 160 possa innescare un nuovo intervento ufficiale, il che consiglia prudenza nell’avvicinarsi a quel livello.

Nonostante un PIL del secondo trimestre deludente, con consumi e investimenti privati in contrazione, e un’inflazione core ancora sotto target, il mercato degli swap sconta ora 20 punti base di stretta monetaria, contro i circa 7 punti base prezzati prima dell’intervento di fine luglio.

Sterlina: il mercato del lavoro britannico frena il rally

La sterlina ha toccato ieri un massimo di tre mesi vicino a 1,3570 dollari, mantenendosi poi sopra 1,3550 in un range stretto. Il ritracciamento del 61,8% della perdita dal massimo dell’anno di fine gennaio si colloca intorno a 1,3590.

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Il rapporto occupazionale deludente diffuso oggi ha bloccato il cambio in area 1,3555, spingendolo fino a 1,3520. Dopo aver esteso gli indicatori di momentum intraday, la valuta britannica ha consolidato in mattinata europea sotto 1,3535.

Dollaro canadese: il nodo tariffario resta sul tavolo

Il dollaro USA ha sfiorato ieri la media mobile a 200 giorni contro il loonie (circa 1,3950), per poi risalire verso 1,3975, dove si è arenato. Gli indicatori di momentum appaiono tirati e i dazi statunitensi al 50% entreranno in vigore domani salvo accordo dell’ultimo minuto.

Oggi il cambio oscilla tra 1,3860 e 1,3880, con opzioni per quasi 750 milioni di dollari in scadenza a 1,3875.

Sul fronte macro, il CPI canadese di luglio è risultato leggermente superiore alle attese (3,0% contro il 2,8% di giugno), con anche le misure core in lieve rialzo. Il dato non ha però modificato le aspettative: la Bank of Canada dovrebbe mantenere i tassi invariati nella riunione del 2 settembre.

Nota positiva sui flussi: a giugno la domanda estera di titoli canadesi è stata ancora una volta robusta (circa 40,8 miliardi di dollari canadesi). Nel primo semestre gli investitori esteri hanno acquistato 157,8 miliardi di CAD di attività finanziarie canadesi, a fronte di vendite nette per 22,7 miliardi nella prima metà del 2025.

Dollaro australiano: possibile formazione di un top tecnico

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L’aussie ha segnato ieri il massimo di seduta in mattinata europea, vicino a 0,7130, per poi ripiegare di circa un quarto di centesimo in Nord America. La resistenza si colloca nell’area 0,7135-0,7140, con congestione che si estende verso 0,7200.

Il mancato superamento di 0,7200 potrebbe favorire la formazione di un ampio pattern di inversione ribassista, ipotesi rafforzata dagli indicatori di momentum in territorio esteso.

Mercati emergenti: peso messicano leader in America Latina

Peso messicano

Il dollaro ha registrato ieri un nuovo minimo marginale contro il peso (circa 16,9765), consolidando poi nella sessione nordamericana all’interno del range pre-weekend. Un breve spike sopra 17,04 ha richiamato nuovi venditori di dollari, come già accaduto la settimana scorsa.

Oggi il biglietto verde è salito fino a quasi 17,0720, massimo di tre giorni, con prima resistenza nell’area 17,08-17,10. Nel mese in corso il peso messicano è la valuta latinoamericana più forte. Il mese scorso il primato era andato al peso colombiano, con un guadagno dell’8,3%, ora in fase di consolidamento dopo il terremoto.

Yuan e rupia indiana

Per la decima seduta consecutiva il dollaro ha chiuso con “6,74” davanti alla virgola contro lo yuan offshore, scendendo intraday a un nuovo minimo dal febbraio 2023 (circa 6,7375 CNH). Oggi tono leggermente più solido, ma sotto 6,7480. La PBOC ha fissato il tasso di riferimento a 6,7905 CNY, dopo il 6,7873 di ieri (nuovo minimo dal febbraio 2023).

La rupia indiana si è indebolita: il dollaro ha aperto in gap rialzista raggiungendo un nuovo massimo mensile vicino a 95,6860, superando la media mobile a 20 giorni (circa 95,6365) e chiudendo con un progresso dello 0,07%.

Azionario, obbligazionario e materie prime

Borse in ritirata su scala globale

Wall Street non è riuscita a mantenere i guadagni iniziali di ieri. Oggi la maggior parte dei listini dell’Asia-Pacifico ha chiuso in rosso, con la sola eccezione di Hong Kong: il Nikkei ha perso il 2,5%, Taiwan e Corea del Sud tra l’1,2% e l’1,5%.

In Europa lo Stoxx 600 cede circa lo 0,5% e, se confermasse questa performance, registrerebbe la quinta seduta consecutiva in calo. I future USA sono pesanti, guidati dal Nasdaq (-1,2%), mentre l’S&P 500 arretra di circa lo 0,5% e il Dow Jones resta sostanzialmente piatto.

Rendimenti obbligazionari sui massimi pluriennali

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Ieri i rendimenti decennali di riferimento sono saliti: bastati circa due punti base in Germania e Francia per aggiornare i massimi dell’anno. Oggi i tassi europei arretrano di 3-4 punti base, mentre il rialzo del Gilt decennale è stato contenuto a un paio di punti base grazie ai dati occupazionali deboli.

Il Treasury USA a 10 anni è salito di quasi due punti base al 4,71%, e ora si colloca poco sopra il 4,73%; il massimo dell’anno, appena sotto il 4,75%, risale a fine luglio. Ancora più significativo il trentennale americano, ormai a quasi il 5,32%: nuovo massimo dal 2007. Nonostante una solida asta del quinquennale, il JGB decennale giapponese è salito di due punti base e si avvicina alla soglia psicologica del 3%.

Metalli preziosi e petrolio

L’oro ha toccato ieri il massimo di seduta pochi centesimi sotto 4.429 dollari, arrivando oggi a 4.436 dollari prima di invertire al ribasso. Il supporto è emerso vicino a 4.286 dollari, ma il metallo fatica a recuperare slancio rialzista.

L’argento è avanzato di quasi il 2,5% ieri, spingendosi intraday a 66,55 dollari, poco sotto il massimo della scorsa settimana a 66,80. Oggi il tono è più pesante, ma resta sopra il minimo di ieri a 64,55.

Sul greggio, il memorandum d’intesa USA-Iran di 60 giorni siglato il 17 giugno è scaduto ieri, con una rilevanza pratica che appare discutibile alla luce del comportamento di entrambe le parti. Il WTI ottobre ha raggiunto in Nord America un massimo di tre giorni vicino a 84,00 dollari, colmando il gap creato dall’apertura in ribasso del 27 luglio, e oggi si spinge fino a quasi 84,90 dollari.

Agenda macroeconomica: cosa muove i mercati oggi

Stati Uniti: dati numerosi ma a basso impatto

Il calendario statunitense appare fitto, con prezzi import/export, cantieri e permessi edilizi e produzione industriale di luglio. Tuttavia, gran parte di questi report comporta poco più di un rischio da titolo di giornata. Va però ricordato che, di recente, i dati USA hanno sorpreso più spesso al ribasso che al rialzo.

I prezzi di import ed export hanno perso presa sull’attenzione degli operatori: è ormai ampiamente riconosciuto che i dazi sono stati pagati in larga parte dagli importatori americani, che li hanno trasferiti sui consumatori. L’idea che l’impatto tariffario sia un fenomeno una tantum appare però ingenua: da un lato gli Stati Uniti continuano a introdurre nuovi dazi, dall’altro i sondaggi aziendali segnalano l’intenzione di traslare una quota crescente dei costi sui prezzi finali.

Sull’edilizia residenziale, fino a giugno i cantieri avviati sono cresciuti leggermente più che nella prima metà del 2025, ma si tratta di una serie estremamente volatile, con oscillazioni mensili superiori al 10% in tre degli ultimi quattro mesi. La produzione industriale è attesa in aumento dello 0,3% a luglio, dopo il +0,1% di giugno. Il manifatturiero ha segnato una crescita media dello 0,3% mensile nel primo semestre 2026, ma con appena 24.000 posti di lavoro creati nel settore.

Quali implicazioni per il PIL del terzo trimestre? La stima mediana del sondaggio Bloomberg vede la crescita migliorare al 2,1%, dopo l’1,5% del secondo trimestre. Il modello GDPNow della Fed di Atlanta indica una velocità doppia rispetto al consenso degli economisti, ma verrà aggiornato dopo i dati odierni.

Canada: oltre i dati, il rischio geopolitico

Il Canada pubblica vendite di case esistenti e cantieri avviati di luglio. Le vendite di nuove abitazioni sono lievemente calate nel primo semestre 2026, mentre gli avvii di costruzione sono scesi di circa il 6%.

Ben più rilevanti, però, sono i dazi al 50% minacciati da Washington su circa 20 miliardi di dollari di importazioni canadesi. La tensione bilaterale è alimentata dalle ritorsioni canadesi, dalle ripetute allusioni dell’amministrazione Trump al Canada come “51° stato” e da una petizione che chiede l’espulsione dell’ambasciatore statunitense a Ottawa. Secondo alcune ricostruzioni, funzionari del Dipartimento di Stato USA avrebbero incontrato più volte attivisti favorevoli all’indipendenza dell’Alberta.

Il clima è fotografato da un recente sondaggio PEW Research: solo il 35% dei canadesi considera gli Stati Uniti un partner affidabile, contro l’82% del 2022.

Germania: lo ZEW migliora ma resta lontano dai livelli pre-crisi

L’indagine ZEW di agosto è migliorata: le aspettative salgono per il quarto mese consecutivo (34,2 da 26,3), pur restando ben al di sotto dei livelli precedenti al conflitto in Medio Oriente (59,6 a gennaio). La valutazione sulla situazione corrente risale a -61,1 dal -77,6 di luglio, dopo il -81 di fine anno scorso e il -72,7 di gennaio.

Regno Unito: mercato del lavoro in raffreddamento

Il rapporto britannico sull’occupazione ha offerto segnali contrastanti. La crescita salariale di giugno ha rallentato meno del previsto (4,1% dal 4,4% per le retribuzioni settimanali medie e 2,8% dal 2,9% per il settore privato al netto dei bonus, su base trimestrale annualizzata).

Il tasso di disoccupazione ILO è rimasto invariato al 4,9%, contro attese di un lieve calo. I dipendenti in busta paga sono diminuiti di 11.000 unità, con la revisione al ribasso di giugno (-13.000 contro i -4.000 stimati inizialmente), mentre i posti vacanti sono scesi a un nuovo minimo quinquennale.

Domani è atteso il CPI britannico di luglio, previsto in crescita dello 0,3% su base mensile: per effetti base, ciò si tradurrebbe in un’accelerazione annua al 2,9% dal 2,6%, un dato che complicherebbe ulteriormente il percorso della Bank of England.