Impennata dei prezzi del gas naturale: lo scenario geopolitico

Il conflitto in corso in Medio Oriente ha innescato un’impennata senza precedenti dei prezzi del gas naturale a livello globale, sollevando serie preoccupazioni per la stabilità economica di Europa e Asia. Gli analisti avvertono che un rialzo prolungato delle quotazioni potrebbe compromettere la crescita europea e colpire duramente alcune economie asiatiche, già alle prese con sfide strutturali significative. Il cuore della crisi risiede nel rischio di un’interruzione prolungata dei flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo strategico tra Oman e Iran che gestisce circa un quinto del commercio globale di GNL (gas naturale liquefatto). L’escalation del conflitto iraniano ha fatto schizzare i prezzi in pochi giorni, riportando alla memoria lo shock energetico del 2022.

I benchmark del gas naturale ai massimi: numeri e dinamiche

Europa: il TTF olandese in forte rialzo

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I futures sul Dutch Title Transfer Facility (TTF), il contratto di riferimento europeo per il gas, hanno registrato un balzo del 35% in una sola seduta, superando i 60 euro (circa 69,64 dollari) per megawattora. Su base settimanale, i prezzi risultano in rialzo di circa il 76%, un movimento che ricorda le fasi più acute della crisi energetica europea.

Asia: il benchmark JKM ai massimi annuali

Il Japan-Korea-Marker (JKM), il benchmark per il GNL nel Nord-Est asiatico che copre le consegne verso Giappone, Corea del Sud, Cina e Taiwan, ha toccato i massimi degli ultimi dodici mesi, attestandosi intorno ai 43 euro per megawattora. Anche il gas naturale britannico ha registrato rialzi marcati.

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Il blocco della produzione in Qatar

Un elemento chiave dell’attuale crisi è la decisione del Qatar, uno dei maggiori produttori mondiali di GNL, di sospendere la produzione dopo gli attacchi con droni iraniani contro la Ras Laffan Industrial City e la Mesaieed Industrial City. Secondo le stime di Goldman Sachs, questa interruzione ridurrà l’offerta globale di GNL nel breve termine di circa il 19%, una percentuale enorme che altera radicalmente gli equilibri del mercato. A complicare ulteriormente il quadro, un alto funzionario delle Guardie Rivoluzionarie iraniane ha dichiarato la chiusura dello Stretto di Hormuz a tutte le navi, minacciando attacchi contro qualsiasi imbarcazione che tenti il passaggio. Gli Stati Uniti, tuttavia, hanno affermato che la rotta rimane operativa.

Europa sotto pressione: il rischio di una nuova crisi energetica

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L’Europa si trova in una posizione di vulnerabilità strutturale rispetto agli Stati Uniti, che beneficiano sia della produzione interna di shale gas sia di una robusta capacità di esportazione di GNL. Circa il 25% dell’approvvigionamento totale di gas europeo proviene dal GNL, come evidenziato da Chris Wheaton, analista oil & gas di Stifel. Con circa il 20% della produzione globale di GNL che transita dallo Stretto di Hormuz, un’interruzione prolungata potrebbe generare una stretta sull’offerta paragonabile allo shock del 2022 seguito all’invasione russa dell’Ucraina. «Siamo molto più preoccupati per i prezzi del gas europeo che per quelli del petrolio», ha sottolineato Wheaton in una nota ai clienti.

Il precedente del 2022: un monito per i mercati

Vale la pena ricordare che durante la crisi energetica del 2022, i prezzi del gas europeo raggiunsero un picco di 345 euro per megawattora nell’agosto di quell’anno, quando la Russia utilizzò le proprie esportazioni di gas naturale come arma geopolitica in risposta alle sanzioni dell’UE. Quella dinamica provocò un’impennata delle bollette energetiche domestiche e una crisi del costo della vita che attraversò l’intero continente.

Le previsioni di Goldman Sachs

Goldman Sachs ha avvertito che un blocco dei flussi attraverso Hormuz della durata di un mese potrebbe spingere i prezzi TTF e JKM verso i 74 euro per megawattora, il livello che nel 2022 «innescò significative risposte di riduzione della domanda di gas naturale». In una nota successiva, la banca d’affari ha rivisto al rialzo le proprie previsioni sul TTF per aprile, portandole a 55 euro per megawattora dai precedenti 36 euro, con una stima media per il secondo trimestre ora fissata a 45 euro/MWh.

Impatto sulla crescita economica europea

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Patrick O’Donnell, chief investment strategist di Omnis Investments, ha identificato il GNL come un’area critica per l’economia europea nel suo complesso. «Questo potrebbe avere implicazioni negative significative per l’economia europea e per quel processo di reindustrializzazione che il mercato sperava di vedere concretizzarsi», ha dichiarato O’Donnell a CNBC. Gli analisti di Goldman Sachs guidati da Sven Jari Stehn hanno quantificato l’impatto: un aumento sostenuto del 10% dei prezzi energetici nell’arco di quattro trimestri sottrarrebbe lo 0,2% al PIL sia nel Regno Unito sia nell’area euro. La Svizzera, che fa maggiore affidamento su nucleare e rinnovabili, resterebbe sostanzialmente invariata, mentre la Norvegia, in quanto esportatore di petrolio, beneficerebbe di un incremento dello 0,1%. Non a caso, le azioni del colosso energetico norvegese Equinor, uno dei maggiori fornitori europei di gas naturale, hanno toccato i massimi delle ultime 52 settimane, guadagnando oltre il 2% dopo aver chiuso la sessione precedente con un rialzo superiore all’8%. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, Goldman Sachs vede un rischio al rialzo limitato per i prezzi del gas naturale domestico, confermando il vantaggio competitivo dell’autosufficienza energetica americana.

Asia: le economie importatrici nel mirino

Anche il continente asiatico è esposto in modo significativo alle conseguenze di questa crisi. Secondo le stime di Invesco, le dipendenze dal GNL mediorientale sono particolarmente elevate per diverse economie chiave: India: quasi il 58% delle importazioni di GNL proviene dal Medio Oriente, pari a circa il 2% del consumo energetico primario del Paese. Un dato che rende l’economia indiana particolarmente vulnerabile a interruzioni prolungate. Singapore: circa il 27% delle importazioni di GNL ha origine nella regione, rappresentando il 2,2% del consumo energetico primario. Altre economie Asia-Pacifico: oltre il 37% del GNL importato proviene dal Medio Oriente, coprendo quasi il 3% del consumo energetico primario. Cina: il 26,6% delle importazioni di GNL ha origine mediorientale, un dato significativo considerando le dimensioni dell’economia cinese e la sua crescente dipendenza dal gas naturale per la transizione energetica.

Il rischio stagflazione e le economie più vulnerabili

Elias Haddad, global head of markets strategy presso BBH, ha tracciato una mappa della vulnerabilità globale. I Paesi più esposti agli shock energetici sono quelli fortemente dipendenti dalle importazioni di petrolio e gas con limitato spazio fiscale: tra questi figurano Giappone, India, Sudafrica, Turchia, Ungheria e Malaysia. Al contrario, Norvegia, Canada e Messico risultano tra le economie meno esposte, grazie alla loro posizione di produttori ed esportatori netti di energia. «Un conflitto prolungato che porti a ulteriori interruzioni nella produzione e nel trasporto di energia aumenta il rischio di stagflazione e potrebbe aggravare le tensioni fiscali», ha avvertito Haddad. Lo scenario di stagflazione — combinazione di crescita stagnante e inflazione elevata — rappresenta uno degli esiti più temuti dai mercati finanziari, poiché limita drasticamente le opzioni di politica monetaria delle banche centrali.

Prospettive per investitori e operatori di mercato

L’attuale crisi energetica legata al conflitto mediorientale impone una rivalutazione del rischio geopolitico nei portafogli di investimento. Per gli operatori del mercato forex, le valute dei Paesi importatori netti di energia — in particolare yen giapponese, rupia indiana e lira turca — potrebbero subire pressioni al ribasso, mentre la corona norvegese e il dollaro canadese potrebbero beneficiare del contesto di prezzi energetici elevati. Sul fronte equity, il settore energetico europeo e i titoli legati alle infrastrutture del GNL rappresentano potenziali beneficiari nel breve termine, mentre i settori industriali ad alta intensità energetica rischiano di vedere compressi i propri margini. La situazione resta estremamente fluida e richiede un monitoraggio costante degli sviluppi geopolitici nello Stretto di Hormuz, il cui esito determinerà la traiettoria dei mercati energetici globali nei prossimi mesi.