Il 2026 riscrive la storia degli shock petroliferi
La chiusura dello Stretto di Hormuz ha prodotto nel marzo 2026 una perdita di offerta pari a 10,1 milioni di barili al giorno: si tratta del più grave shock petrolifero mai registrato, quasi il doppio rispetto a quello innescato dalla Rivoluzione iraniana del 1978-79, fino a oggi il primato negativo assoluto.
I dati provengono dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), ripresi dal Commodity Markets Outlook della Banca Mondiale. La cifra relativa a Hormuz si riferisce specificamente al mese di marzo 2026, l’ultimo rilevamento disponibile ad aprile 2026.
Perché lo Stretto di Hormuz è il punto più fragile del sistema energetico globale
Situato nel Golfo Persico, il cuore del commercio petrolifero mondiale, lo Stretto di Hormuz è il più importante chokepoint marittimo del pianeta: in condizioni normali vi transita circa il 20% del commercio globale di petrolio, oltre a volumi rilevanti di GNL proveniente dal Qatar.
Dal 28 febbraio 2026, data di avvio della campagna aerea di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, Teheran ha di fatto bloccato il traffico navale attraverso lo stretto. Il quasi totale arresto dei movimenti delle petroliere ha costretto i Paesi del Golfo a ridurre la produzione, in assenza di sbocchi logistici alternativi sufficienti. Le perdite di offerta rischiano di ampliarsi ulteriormente finché i flussi di navigazione resteranno compromessi.
Le sette maggiori interruzioni dell’offerta petrolifera
| Evento | Periodo | Perdita di offerta (milioni di barili/giorno) |
|---|---|---|
| Chiusura dello Stretto di Hormuz | Marzo 2026 | -10,1 |
| Rivoluzione iraniana | Novembre 1978 – Aprile 1979 | -5,6 |
| Embargo petrolifero arabo | Ottobre 1973 – Marzo 1974 | -4,3 |
| Invasione del Kuwait | Agosto 1990 – Gennaio 1991 | -4,3 |
| Guerra Iran-Iraq | Ottobre 1980 – Gennaio 1981 | -4,1 |
| Guerra in Iraq | Marzo – Dicembre 2003 | -2,3 |
| Guerra civile in Libia | Febbraio – Ottobre 2011 | -1,5 |
Il confronto è eloquente: la crisi di Hormuz supera la Rivoluzione iraniana di 4,5 milioni di barili al giorno, ovvero circa l’80% in più, e rappresenta il primo evento nella serie storica a oltrepassare la soglia dei 10 milioni di barili giornalieri.
Gli anni Settanta e Ottanta: quando la geopolitica dettava il prezzo del greggio
Quattro delle sette interruzioni censite si concentrano tra 1973 e 1991, un ventennio in cui il mercato petrolifero è stato ripetutamente travolto da eventi politici e militari.
L’embargo arabo del 1973-74
Con una perdita di 4,3 milioni di barili al giorno, l’embargo decretato dai Paesi arabi produttori portò a un aumento dei prezzi di quasi quattro volte e costrinse diversi governi occidentali a razionare i carburanti. In Italia si ricordano ancora le domeniche a targhe alterne e il blocco della circolazione privata. Quella crisi è considerata il primo grande shock energetico globale e portò alla nascita dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, con il compito di coordinare le riserve strategiche dei Paesi consumatori.
L’invasione del Kuwait e la Guerra Iran-Iraq
L’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq (agosto 1990 – gennaio 1991) sottrasse al mercato altri 4,3 milioni di barili al giorno, con un raddoppio delle quotazioni internazionali in pochi giorni. Poco prima, la Guerra Iran-Iraq aveva provocato tra ottobre 1980 e gennaio 1981 un ammanco di 4,1 milioni di barili giornalieri, colpendo simultaneamente due dei principali produttori OPEC.
Gli shock del nuovo millennio: minori nei numeri, non negli effetti
La fase iniziale della guerra in Iraq (marzo-dicembre 2003) e la guerra civile libica (febbraio-ottobre 2011) hanno generato perdite inferiori rispetto ai grandi shock del passato, rispettivamente 2,3 e 1,5 milioni di barili al giorno.
Il caso libico ha però avuto un impatto asimmetrico sull’Europa e in particolare sull’Italia: il greggio leggero e a basso contenuto di zolfo di Tripoli era difficilmente sostituibile per molte raffinerie del Mediterraneo, e il differenziale Brent-WTI si allargò in modo anomalo, superando i 25 dollari per barile.
Cosa monitorare sui mercati
Cinque delle sette interruzioni analizzate sono legate al Medio Oriente, a conferma del peso sproporzionato dell’area sull’offerta globale. Per gli operatori finanziari, uno shock delle dimensioni di quello del 2026 si trasmette ai mercati attraverso alcuni canali chiave:
- Curva dei futures sul Brent: il passaggio a una forte backwardation segnala scarsità fisica immediata e incentiva lo svuotamento delle scorte.
- Inflazione e politiche monetarie: l’energia è una componente diretta dei panieri dei prezzi al consumo; un rincaro persistente complica il percorso di allentamento monetario di BCE e Federal Reserve.
- Valute e forex: i Paesi importatori netti di energia, area euro e Giappone in primis, tendono a subire un deterioramento delle partite correnti, con pressioni sul cambio a favore del dollaro e delle valute dei produttori.
- Rotazione settoriale: gli oil & gas e i titoli della logistica marittima beneficiano dello shock, mentre trasporti, chimica e industrie energivore ne assorbono i costi.
- Riserve strategiche e capacità inutilizzata: la reale capacità di rilascio coordinato da parte dei membri IEA e la spare capacity OPEC+ raggiungibile senza transitare da Hormuz determinano l’entità e la durata del premio geopolitico incorporato nei prezzi.
La lezione storica è chiara: guerre, rivoluzioni, embarghi e blocchi dei chokepoint hanno ripetutamente rimosso milioni di barili dal mercato globale, e la vulnerabilità dell’offerta resta un fattore di rischio strutturale per prezzi e sicurezza energetica.
