Powell alla Harvard University: nessun rialzo dei tassi nonostante lo shock energetico
Il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, ha tenuto un intervento articolato all’Università di Harvard, dichiarando che le aspettative di inflazione rimangono ben ancorate nonostante la recente impennata dei prezzi energetici. Secondo Powell, questo scenario non giustifica un intervento della banca centrale attraverso un aumento dei tassi di interesse. Con il suo mandato alla guida della Fed ormai prossimo alla scadenza, Powell ha evitato di commentare le preferenze del suo designato successore riguardo alla futura direzione della politica monetaria, concentrandosi invece sulla gestione del contesto attuale.
La strategia della Fed: guardare oltre la volatilità energetica
Powell ha ribadito che la mossa corretta, nel breve periodo, è quella di non reagire alle oscillazioni temporanee del mercato energetico, mantenendo il focus sui due mandati fondamentali della Fed: stabilità dei prezzi e piena occupazione.
«Le aspettative di inflazione sembrano ben ancorate nel medio-lungo termine, ma è comunque qualcosa a cui dovremo eventualmente rispondere. Al momento non siamo ancora di fronte a questa necessità, perché non conosciamo ancora gli effetti economici complessivi. Terremo certamente conto del contesto più ampio quando prenderemo quella decisione.»
Powell ha confermato che l’attuale target sui tassi, compreso in un range tra il 3,5% e il 3,75%, rappresenta «un buon punto di equilibrio» per la Fed, mentre si osservano gli sviluppi in corso, tra cui il conflitto con l’Iran e l’impatto dei dazi sui prezzi al consumo.
Mercati finanziari: la probabilità di un rialzo crolla al 2,2%
Le dichiarazioni di Powell hanno avuto un impatto immediato e significativo sui mercati. Prima del suo intervento, i trader prezzavano una probabilità superiore al 50% di un rialzo di 25 punti base entro la fine dell’anno, alimentata dalle aspettative che la Fed potesse reagire all’aumento dei costi energetici. Dopo le parole del presidente della Fed, quella probabilità è crollata al 2,2% entro dicembre 2026.
Perché alzare i tassi ora sarebbe controproducente
Powell ha spiegato con chiarezza il ragionamento alla base di questa posizione: le decisioni di politica monetaria producono effetti sull’economia con un ritardo significativo. Questo significa che un eventuale inasprimento oggi arriverebbe a impattare l’economia quando lo shock petrolifero sarà probabilmente già rientrato, rischiando di deprimere la crescita in un momento inopportuno. «Quando gli effetti di un inasprimento monetario si manifestano, lo shock del prezzo del petrolio è probabilmente già passato, e si finisce per pesare sull’economia in un momento in cui non è appropriato farlo. La tendenza, quindi, è quella di ignorare qualsiasi tipo di shock dal lato dell’offerta», ha dichiarato Powell.
I segnali di mercato confermano la stabilità delle aspettative inflazionistiche
Anche gli indicatori di mercato supportano la lettura della Fed. Il tasso breakeven a cinque anni sui Treasury — che misura la differenza tra i rendimenti dei titoli di Stato nominali e quelli indicizzati all’inflazione (TIPS) — si attestava intorno al 2,56%, con una tendenza al ribasso negli ultimi dieci giorni. Un segnale che gli investitori non temono una spirale inflazionistica duratura.
La successione alla guida della Fed: il nodo Warsh
Il mandato di Powell scade a metà maggio 2026. Il presidente Donald Trump ha nominato l’ex governatore della Fed Kevin Warsh come prossimo presidente della banca centrale. Tuttavia, la nomina è bloccata in Commissione Bancaria del Senato, a causa delle indagini condotte dal procuratore statunitense Jeanine Pirro sulle ristrutturazioni della sede della Fed. Nonostante un giudice abbia annullato una citazione in giudizio emessa dall’ufficio di Pirro nei confronti di Powell, il procuratore ha presentato ricorso. Nel frattempo, il senatore Thom Tillis (R-NC) ha dichiarato che bloccherà l’iter di conferma fino alla risoluzione della vicenda giudiziaria. Warsh ha pubblicamente espresso la preferenza per tassi di interesse più bassi rispetto ai livelli attuali. Interpellato sulle intenzioni del suo successore, Powell ha risposto con una battuta: «Non ho intenzione di rispondere a questa domanda».
Credito privato: correzione in atto, ma nessun rischio sistemico
Powell ha affrontato anche il tema del credito privato, un settore da circa 3.000 miliardi di dollari che sta attraversando una fase di turbolenza, con un aumento dei default, ritiri da parte degli investitori e crescenti preoccupazioni sulla sua stabilità strutturale. Il presidente della Fed ha adottato un tono prudente ma rassicurante: «Non voglio dare l’impressione che stiamo sottovalutando i rischi, ma stiamo cercando connessioni con il sistema bancario e potenziali effetti di contagio. Al momento non li vediamo. Quello che osserviamo è una correzione in corso, con certamente alcune perdite per gli investitori. Ma non sembra avere i presupposti per diventare un evento sistemico di portata più ampia.» Un segnale importante per i mercati: la Fed monitora attivamente il settore, ma non ritiene che la correzione in atto possa trasformarsi in una crisi finanziaria di sistema, almeno allo stato attuale delle informazioni disponibili.