La grande liquidazione: i minatori Bitcoin scaricano riserve record nel 2026
Nel primo trimestre del 2026, i principali minatori di Bitcoin quotati in borsa hanno venduto complessivamente oltre 32.000 BTC, superando le vendite nette dell’intero 2025 e battendo il precedente record di circa 20.000 BTC ceduti nel secondo trimestre del 2022, durante il crollo innescato dal collasso di Terra-Luna. A rivelarlo sono i dati preliminari elaborati da TheEnergyMag, che fotografano una svolta strutturale nell’economia del mining. Il paradosso è evidente: nonostante il prezzo di Bitcoin si mantenga al di sopra dei massimi del ciclo precedente, i margini operativi si sono assottigliati al punto da costringere molti operatori a liquidare le proprie riserve per far fronte alle spese correnti. La causa principale non è il prezzo spot, ma la compressione dell’hashprice, ovvero il ricavo atteso per unità di potenza di calcolo impiegata.
Hashprice ai minimi storici: i margini evaporano
L’hashprice si è stabilizzato intorno ai 30 dollari per PH/s al giorno, un livello prossimo ai minimi storici. Per i minatori che operano con hardware obsoleto o con costi energetici elevati, questo si traduce in margini nulli o negativi. In questo contesto, vendere Bitcoin è diventato lo strumento più rapido per finanziare le operazioni quotidiane e onorare le obbligazioni debitorie, in un mercato del credito sempre più selettivo. Tra i principali operatori coinvolti nella liquidazione figurano Marathon Digital, CleanSpark, Riot Platforms, Cango, Core Scientific e Bitdeer. Solo un anno e mezzo fa, alla fine del 2024, lo stesso gruppo aveva aggiunto quasi 17.600 BTC ai propri bilanci, portando le riserve combinate oltre la soglia dei 100.000 BTC.
Il caso Bitdeer: da accumulatore a venditore
Uno degli esempi più emblematici di questa inversione di rotta è Bitdeer, il minatore con sede a Singapore. A gennaio 2026, la società ha prodotto 668 BTC, segnando un incremento del 430% su base annua, e ha portato il proprio hash rate di self-mining a 63,2 EH/s, con un hash rate proprietario totale di 65,1 EH/s. Nonostante questi risultati operativi positivi, Bitdeer ha azzerato le proprie riserve di BTC, utilizzando l’intera produzione come fonte di liquidità immediata anziché accumularla in bilancio.
Riot Platforms punta sull’intelligenza artificiale
Anche Riot Platforms ha ceduto circa 200 milioni di dollari in Bitcoin per finanziare le operazioni correnti e sostenere la propria espansione nel settore dell’intelligenza artificiale. La mossa riflette una tendenza più ampia: diversi minatori stanno riposizionando la propria infrastruttura verso i data center per l’AI, un segmento con margini più stabili e meno esposto alla volatilità del mining.
Chi accumula ancora: il modello American Bitcoin Corp
Non tutti i minatori stanno seguendo la stessa strategia. American Bitcoin Corp (ABTC), il braccio di mining proprietario di Hut 8, rappresenta l’eccezione più significativa. Dall’inizio del 2025, la società ha accumulato oltre 7.000 BTC, portando il proprio hash rate proprietario a circa 28 EH/s. Il costo all-in dichiarato si attesta intorno ai 55.000 dollari per bitcoin, un livello sufficientemente basso da consentire alla società di trattenere la produzione invece di venderla in un momento di debolezza del mercato.
Operatori privati e gas naturale: il vantaggio competitivo nascosto
Sul fronte dei minatori privati, chi opera con fonti energetiche a bassissimo costo — come il gas naturale in eccesso (flared gas) proveniente da impianti petroliferi — riesce ancora a generare profitti anche agli attuali livelli di hashprice. Questi operatori rappresentano una nicchia competitiva difficile da replicare per i grandi player quotati, vincolati a strutture di costo più rigide.
Ottimizzazione del software e gestione della flotta: la nuova frontiera dell’efficienza
Di fronte alla pressione sui margini, molti minatori stanno abbandonando la logica delle espansioni massive in favore di un approccio più chirurgico: l’ottimizzazione del software e la gestione intelligente della flotta di hardware. Strumenti di overclocking adattivo, monitoraggio in tempo reale e algoritmi di allocazione del carico permettono di estrarre maggiore efficienza dalle macchine esistenti, riducendo i costi senza necessità di nuovi investimenti in ASIC.
Un settore a due velocità
Il quadro che emerge dal primo trimestre del 2026 è quello di un’industria profondamente divisa. Da un lato, i grandi minatori quotati con costi elevati sono costretti a vendere BTC per sopravvivere. Dall’altro, chi ha saputo costruire un vantaggio strutturale — attraverso costi energetici ultra-competitivi o una gestione finanziaria prudente — continua ad accumulare, posizionandosi per beneficiare di un eventuale rialzo futuro del prezzo o dell’hashprice. La vera sfida per il settore non è il prezzo di Bitcoin, ma la capacità di operare in modo sostenibile in un ambiente in cui la difficoltà di mining cresce, i premi per blocco si riducono e i costi energetici restano elevati. Chi saprà adattarsi a questa nuova realtà economica determinerà i vincitori del prossimo ciclo.
