L’inflazione core resta sopra il target Fed prima della guerra con l’Iran
L’inflazione core PCE (Personal Consumption Expenditures) si è attestata al 3% su base annua a febbraio 2026, secondo i dati pubblicati dal Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti. Il dato esclude le componenti volatili di cibo ed energia e rappresenta il principale indicatore di riferimento della Federal Reserve per monitorare l’andamento dei prezzi nel lungo periodo. L’indice generale, che include tutte le voci, ha registrato invece un aumento del 2,8%. Entrambe le letture sono risultate in linea con le stime di consenso di Dow Jones. Il tasso core annuale è sceso di 0,1 punti percentuali rispetto a gennaio, mentre il dato headline è rimasto invariato. Su base mensile, sia il dato core che quello headline hanno segnato un incremento dello 0,4%, in linea con le previsioni degli analisti.
Consumi in crescita, reddito personale in calo
Il rapporto ha evidenziato anche una crescita della spesa dei consumatori dello 0,5% su base mensile, mentre il reddito personale ha subito una flessione dello 0,1%. Gli economisti si aspettavano un aumento della spesa dello 0,6% e del reddito dello 0,4%, segnali che indicano una domanda interna più fragile del previsto. Questi dati assumono un significato particolare alla luce del contesto geopolitico attuale: le rilevazioni si riferiscono al periodo precedente all’avvio del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, e quindi non incorporano ancora l’impatto del forte rialzo dei prezzi energetici registrato durante le ostilità.
PIL rivisto al ribasso: lo spettro della stagflazione
Crescita economica più debole del previsto nel quarto trimestre 2025
Il Dipartimento del Commercio ha rivisto al ribasso la stima del PIL statunitense per il quarto trimestre 2025. Il Prodotto Interno Lordo è cresciuto solo dello 0,5% su base annualizzata e destagionalizzata, rispetto alla precedente stima dello 0,7% e alla lettura iniziale dell’1,4%. Il tasso di crescita per l’intero anno 2025 si è confermato al 2,1%. La revisione è stata attribuita principalmente a investimenti inferiori alle attese. Un indicatore chiave della domanda interna — le vendite finali reali agli acquirenti privati domestici — è stato rivisto al ribasso all’1,8%, con una riduzione di 0,6 punti percentuali rispetto alla prima stima.
Il rischio stagflazione si fa più concreto
David Russell, responsabile globale della strategia di mercato presso TradeStation, ha commentato: «I prezzi di febbraio erano in linea con le attese, ma il reddito era debole e il PIL è stato rivisto nuovamente al ribasso. Questo significa che la stagflazione era già peggiore del previsto, ancora prima dell’inizio della guerra con l’Iran. I parallelismi con gli anni ’70 potrebbero farsi sempre più evidenti mentre gli investitori valutano questo fragile cessate il fuoco.»
L’impatto della guerra con l’Iran sui prezzi energetici
I dati sull’inflazione pubblicati giovedì fotografano la situazione prima dell’escalation militare contro l’Iran, e non riflettono quindi il massiccio aumento dei prezzi dell’energia che ha caratterizzato il periodo del conflitto. Il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile, mentre i prezzi alla pompa negli Stati Uniti sono aumentati di oltre 1 dollaro al gallone. Nonostante i dati siano parzialmente datati, offrono comunque una fotografia preziosa delle condizioni di fondo dell’economia americana prima dello shock geopolitico. I funzionari della Fed tendono generalmente a non reagire a questi picchi temporanei dei prezzi energetici, considerandoli transitori e non rappresentativi delle tendenze strutturali dell’inflazione.
La Fed in attesa: tassi fermi e doppio mandato sotto pressione
I verbali di marzo confermano la cautela della banca centrale
I verbali della riunione della Fed di marzo, pubblicati mercoledì, hanno mostrato che i policymaker sono preoccupati per entrambi i lati del doppio mandato della banca centrale: stabilità dei prezzi e piena occupazione. In generale, i funzionari sembrano orientati verso un possibile taglio dei tassi nel corso del 2026, ma senza impegni espliciti. I mercati si aspettano che la Fed mantenga i tassi invariati nel breve periodo, in attesa di maggiore chiarezza sull’evoluzione del conflitto e sulle sue ripercussioni economiche. Il mercato del lavoro ha rallentato, ma continua a generare abbastanza occupazione da mantenere il tasso di disoccupazione stabile.
Richieste di sussidi di disoccupazione in aumento
Un rapporto del Dipartimento del Lavoro pubblicato giovedì ha mostrato un aumento delle richieste iniziali di sussidi di disoccupazione a 219.000 unità, in rialzo di 16.000 rispetto al periodo precedente. Il dato è superiore alla stima di 210.000, ma rimane sostanzialmente in linea con i trend recenti.
Prossimi dati: l’indice CPI di marzo sotto i riflettori
L’inflazione si mantiene al di sopra dell’obiettivo del 2% della Fed da cinque anni, sebbene i funzionari continuino a esprimere fiducia in un graduale percorso di rientro. Un quadro più aggiornato arriverà venerdì, quando il Bureau of Labor Statistics pubblicherà il dato CPI (Consumer Price Index) di marzo. Le stime di consenso indicano un balzo dell’headline CPI dello 0,9% su base mensile, che spingerebbe il tasso annuo al 3,3%, quasi un punto percentuale in più rispetto a febbraio. Il dato core CPI è atteso allo 0,3% mensile e al 2,7% annuo — un aggiornamento che potrebbe ridefinire le aspettative sui tassi e influenzare significativamente i mercati finanziari globali.

