Le banche centrali generano market mover di primo piano, se si parla di Forex Trading. I trader, quindi, devono considerarli come un punto di riferimento in una prospettiva di previsione dei prezzi. Perché le banche centrali sono importanti, anzi decisive? Il motivo è semplice, per quanto tecnico.

Lo scopo delle banche centrali è, prima di tutto, tenere a bada i prezzi. Con il termine “tenere a bada” si intende la risoluzione o la prevenzioni di problemi che riguardano l’inflazione, in un senso e nell’altro. Se l’inflazione è troppo alta, gli investimenti soffrono a tutti i livelli e il potere di acquisto si riduce, generando impoverimento. Se l’inflazione è troppo bassa, o addirittura degenera nella deflazione (i prezzi si riducono), a soffrire è il mondo del lavoro, in quanto si contraggono i profitti delle aziende, le quali sono costrette a licenziare. Uscire dalla deflazione, per inciso, è molto più difficile che uscire da una inflazione elevata.

Immagine Forex Trading con le Banche Centrali: il 2018 di Fed e BCE

Le banche centrali sono chiamate, quindi, a perseguire un equilibrio, che convenzionalmente si traduce in una inflazione moderata e costante, intorno al 2% o giù di lì. La crisi economica, almeno nel mondo occidentale, ha generato una tendenza alla bassa inflazione, quindi è proprio questo – i prezzi che rallentano o addirittura si riducono – il problema che le banche centrali, e soprattutto BCE e Fed, stanno affrontando.

Ora, le banche centrali hanno due importanti frecce al loro arco: i tassi di interesse e l’acquisto dei titoli. Entrambe le leve permettono di manipolare l’offerta di moneta, parametro che determina in maniera piuttosto indiretta il valore di una moneta, sia internamente (rispetto ai beni e i servizi) sia esternamente (rispetto alle altre valute). I tassi, nello specifico, determinano gli interessi che la banca centrale applica alle banche commerciali quando si verifica un trasferimento di denaro, influendo in maniera netta sui tassi che le banche stesse assegnano ai finanziamenti verso le imprese, le famiglie etc. L’acquisto dei titoli (eventuale, visto che è una misura facoltativa) offre liquidità a basso o a nullo costo sia alle banche commerciali che al Tesoro nazionale (nel caso della BCE si parla di Tesori nazionali, al plurale) mediante, appunto, l’acquisto di titoli di debito emessi da questi soggetti.

Perché tutto ciò dovrebbe interessare ai trader del Forex? Semplice: sia i tassi che l’acquisto dei titoli, più conosciuto come Quantitative Easing, modificano appunto l’offerta di moneta, incidono sul valore delle valute rispetto alle altre valute. In parole povere, impattano profondamente sul mercato valutario.

Ecco che studiare le banche centrali, per i Forex trader, non è solo un’azione intelligente ma anche necessaria. Anche perché ogni qual volta un esponente di una banca centrale parla o rilascia dichiarazioni, fossero anche non ufficiali, i prezzi reagiscono prontamente. Figuriamoci quando deliberano in fatto di tassi e Quantitative Easing!

Il consiglio, anzi la raccomandazione, è trattare in particolare i meeting delle banche centrali come un market mover di primo piano. Chi fa trading intraday deve guardare all’immediato, chi fa trading a lungo termine, e va ben oltre l’approccio swing, deve guardare invece anche all’anno successivo. Per tanto, è utile fare una riflessione su quanto accadrà, o potrebbe accadere, nel 2018. In questo articolo parleremo del 2018 di Fed e BCE, partendo da quanto è stato deciso quest’anno.

Un anno, il 2017 che si sta chiudendo, molto particolare, un po’ di transizione e un po’ no: la crisi orma è acqua passata un po’ ovunque, ma i policy maker (banche centrali comprese) hanno dovuto fare i conti con le macerie della recessione e allo stesso tempo con la paura di fare, in una fase di post-convalescenza, il passo più lungo della gamba. Se poi si considera il clima di incertezza politico che ha dominato i primi mesi, si intuisce quanto il compito della banche centrale sia stato difficile.

La BCE

Delle due maggiori banche centrali, la Fed e la BCE, appunto, quest’ultima ha dovuto affrontare i problemi più difficili. In primo luogo, perché la congiuntura economica arride più agli Stati Uniti che all’Europa: la crescita nel Vecchio Continente è lenta, e poco in grado di riassorbire la perdita di posti di lavoro generata nel decennio precedente. Senza contare l’inflazione, che è veramente bassa. Secondariamente, la BCE è stata in qualche modo rallentata dai conflitti politici in seno all’Unione Europea. Vi è, infatti, una netta scollatura tra i cosiddetti Falchi e le cosiddette le Colombe. I primi, provenienti principalmente dalla Germania e dal Nord Europa premono per una politica monetaria meno accomodante, e si pongono in netta contrapposizione con chi punta invece sulla flessibilità. Da questo punto di vista, Mario Draghi è stato molto bravo a mediare tra le posizioni, e in qualche modo a imporre la sua autorità.

Ad ogni modo, per capire cosa ci riserva il 2018 della BCE è necessario fare il punto su quanto è accaduto nel 2017. Quest’anno, infatti, è entrato nel vivo il programma di acquisti, il Quantitative Easing, mossa espansiva inaugurata nel 2015 e che era attesa da molti anni. Anzi, quest’anno, in realtà, dopo aver toccato l’apice, avrebbe dovuto iniziare un percorso di rallentamento. Mario Draghi, però, non ha mai fatto nascosto il vincolo che lega tale misura a questi risultati, nel bene e nel male. Ebbene, i risultati sono stati in chiaro scuro: è vero che l’inflazione è aumentata, ma è anche vero che è ancora lontana dagli obiettivi che sono stati prefissati. Nello specifico, attualmente è almeno 40 punti base sotto il target (1,5% annuo rispetto all’1,9-2% auspicato).

Come ha reagito la BCE a questi risultati? Insomma, come ha disposto la sua politica monetaria? Semplicemente, non apportando cambiamenti: i tassi di interesse sono stati via via confermati allo 0% (e i tassi sui depositi al -0,40%) e il Quantitative Easing è rimasto fermo a 60 miliardi. Da questo punto di vista, la banca centrale non poteva fare altro: in primo luogo, le condizioni economiche non lo permettevano, secondariamente una prima riduzione del piano di acquisti era già stata decisa a dicembre 2016. Sicché le varie conferenze stampa post-meeting della BCE si sono rilevate interessanti non tanto per le decisioni, quanto per gli outlook e le promesse implicite. I moniti, come al solito, si sono incentrati sul tema delle riforme e della riduzione del costo del lavoro, mentre tra le righe si è potuto leggere quello che la BCE ha in serbo per il 2018.

A dire il vero, il succo della politica monetaria del prossimo anno, è stata dichiarata apertamente. Sia chiaro, è tutto ancora da vedere, dal momento che l’economia, soprattutto in termini previsionali, è una materia che lascia spazio a interpretazioni e misunderstanding. Pertanto, i proclami della Bce riguardano uno scenario probabile ma non certo. Se lo scenario cambia, cambia anche la politica monetaria e le dichiarazioni di intenti non trovano uno sbocco concreto. Ad ogni modo, sono due i passaggi importanti. Il primo riguarda il Quantitative Easing: da marzo 2018 inizierà il tapering, ossia una riduzione del piano di acquisto, che passerà da 60 miliardi a 30 miliardi al mese. Secondariamente, ancora una volta i tassi di riferimento verranno riconfermati allo 0%.

Cosa significa tutto ciò per i trader del Forex? Significa che l’euro potrebbe apprezzarsi, almeno nei confronti di quelle valute che non subiranno una stretta monetaria eccessiva. Il pensiero è al biglietto verde, quindi al cambio euro-dollaro, dal momento che la Federal Reserve sta percorrendo il sentiero del rialzo dei tassi in maniera molto cauta e persino sincopata. Forse alcuni storcono il naso pensando a un apprezzamento valutario originato esclusivamente da un tapering, ma bisogno considerare quanto il Quantitative Easing sia importante per l’Europa, che soffre di un mercato del credito che tende a chiudere i rubinetti e a far scorrere la liquidità in modo ben poco fluido.

I piani della BCE per il 2018 (tassi a zero e tapering) potrebbero però saltare, ed è anzi moderatamente probabile. E’ sufficiente, infatti, che lo scenario si riveli diverso da quello previsto. Uno scenario spiazzante e imprevisto, e in grado di far cambiare idea alla BCE sarebbe caratterizzato da un inasprimento della crisi del debito privato, da una economia che cresce meno del previsto, da una inflazione ferma o addirittura in calo. A giudicare dalla situazione attuale, estremamente eterogenea e terreno fertile per il contagio, questo scenario non è così lontano.

Ora, Mario Draghi ha più volte ripetuto che la BCE è pronta a cambiare in corsa, e infatti a rigor di termini non si può parlare nemmeno di tapering (che è un piano di tagli ineludibile), lasciando intendere che se necessario il piano di acquisti non solo verrebbe riconfermato ma addirittura rimpinguato. Ad ogni modo, anche nella peggiore delle ipotesi, il limite invalicabile sarebbe quello degli 80 miliardi al mese (raggiunto nel 2016). Questo scenario porterebbe a un deprezzamento dell’euro, principalmente nei confronti del dollaro, che invece dovrebbe proseguire per la sua strada, la quale prevede una stretta monetaria molto graduale ma comunque – a differenza di quella europea – costante.

La Federal Reserve

In passato, almeno fino allo scoppio della crisi finanziaria, la Fed e la BCE si sono ricorse l’un l’altra. Anzi, a dettare il passo è stata quasi sempre la più importante delle banche centrali, la Federal Reserve appunto. Una volta scoppiata la crisi, le strade si sono separate. Il motivo sta nelle regole che gli istituti si sono dati. La BCE persegue infatti obiettivi, almeno ufficialmente, monetari e solo monetari (che riguardano quindi i prezzi). La Fed ha invece compiti che riguardano anche l’economia reale.

Questa differenza, se da un lato aumenta il carico di lavoro e rende più complessa l’attività decisionale della Fed, dall’altro presuppone il possesso di strumenti di gran lunga più potenti. In parole povere, la Fed può finanziare lo Stato direttamente. Il Quantitative Easing americano, quindi, è più incisivo di quello europeo. E infatti, la situazione degli Stati Uniti è molto più florida di quella dell’Unione Europea. Risultato: il 2017 della Fed è stato meno turbolento di quello della BCE, anche se a conti fatti sono successe più “cose” nella sponda ovest dell’Atlantico. Ma, questo è bene specificarlo, l’attivismo trova origine nell’esecuzione di un piano di politica monetaria che è stato a lungo pensato e preparato. La Fed, quindi, non ha sorpreso nessuno: nel 2017 è accaduto esattamente quanto ci si aspettava da lei.

E cosa ci si aspettava da lei? Una stretta monetaria lenta e graduale, un aumento tassi moderato e prudente. Se la situazione degli Stati Uniti ha avuto più luci che ombre, infatti, ciò non è valso per i principali partner a livello mondiale. La prudenza, quindi, ha origine proprio nel timore di shock esogeni. Dal punto di vista concreto, la Fed ha alzato i tassi di interesse due volte: a marzo e a giugno. Nello specifico, sono passati dallo 0,50-75% allo 0,75-1,00% la prima volta, e dallo 0,75-1,00% all’1,00-1,25% la seconda volta. Ci si aspetta un ulteriore innalzamento a dicembre, come da programma appunto (erano previsti tre rialzi). Certo, un po’ di incertezza vi è stata sul “quando”, ma fino a un certo punto visto che i tre rialzi (i due già avvenuti più il terzo probabile) sono stati spalmati in maniera quasi uniforme. L’unico elemento in contraddizione con le previsioni riguarda la tanto attesa e auspicata riduzione del bilancio della Fed. Ci si aspettava l’inizio di un taglio graduale già a metà 2017, magari di 10 miliardi al mese, ma ancora oggi, alle porte di dicembre non si è visto. Proprio nella riunione pre-natalizia potremmo assistere all’inizio di questo processo.

Cosa possiamo aspettarci dalla Fed per il 2018? Per rispondere è necessario includere nella riflessione anche Jerome Powell, che è il successore designato di Janet Yellen alla guida della Fed. L’avvicendamento dovrebbe consumarsi nei primi mesi del prossimo anno. Ora, Jerome Powell, per quanto vicino agli ambienti repubblicani, ha espresso più volte il proprio apprezzamento per l’attuale governatrice della Fed. E’ lecito aspettarsi, pertanto, che la sua politica monetaria si svilupperà nel segno della continuità con la precedente amministrazione. Ciò significa che nel 2018 potremmo apprezzare una stretta monetaria ancora una volta graduale, senza scossoni importanti. Insomma, tre tassi nel 2018 dalla portata di 25 punti base ciascuno sono probabili. Che ci sarà una stretta monetaria, questo è un dubbio dal momento che i tassi pre-crisi superavano abbondantemente il 3%. La discriminante sta nel ritmo, che non è stato prestabilito. Insomma, la direzione è chiara, la strada un po’ meno.

Ovviamente, la Fed guarderà con attenzione a cosa farà la BCE, dal momento che nessuna delle banche centrali vede di buon occhio una eccessiva svalutazione della valuta concorrente. La divergenza delle politiche monetarie è un fenomeno destinato a perpretarsi, ma fino a un certo punto. Con gli scenari attuali, è lecito attendersi tre rialzi anche nel 2018.