L’euro dollaro è con tutta probabilità il cambio più importante di tutto il mercato Forex. Il perché di questa affermazione apparirebbe chiaro anche alle orecchie di un profano, d’altronde stiamo parlando delle monete che rappresentano le due economie più potenti del pianeta: quella degli Stati Uniti è quella dell’Unione Europea. A dimostrarlo sono anche i numeri: ogni giorno questo cambio muove un traffico pari a più dell’intero debito pubblico italiano. Si evince, quindi, che è uno dei cambi preferiti dei Forex trader. In questo senso, però, sono decisivi almeno altri tre fattori:

  • È un cambio molto leggibile. Gli analisti lo studiano in maniera approfondita e di frequente. Inoltre la letteratura specialistica è piena di indicazioni e consigli per fare trading sull’euro dollaro.
  • È un cambio molto liquido. Come abbiamo già detto le euro dollaro muove una quantità di denaro spropositata e questo ovviamente attira molti investitori E in particolar modo coloro che agiscono sul mercato valutario.
  • Le figure di spicco, sia di natura politica che economica, direttamente o indirettamente, ne parlano in continuazione. Dichiarazioni di questo tipo fungono ovviamente da market mover; ciò facilita grandemente il lavoro di analisi e previsione dei Trader.

In questo articolo faremo un bilancio dell’ euro dollaro relativo al 2017 e proveremo a offrire qualche previsione circa l’anno venturo. In particolare prenderemo in considerazione un paper molto recente della banca commerciale molto famoso a livello internazionale: UBS. Prima però illustreremo i fondamentali dell’analisi sulle euro dollaro parleremo nello specifico dei market mover che influenzano questo importantissimo cambio valutario.

Immagine Euro Dollaro: il 2018 Secondo gli Analisti

I Market Mover dell’euro dollaro

In linea di massima, non si segnalano importanti differenze rispetto ai market mover che riguardano gli altri cambi. Si tratta infatti di individuare, e imparare a leggere, gli eventi e i fatti, che generano una influenza profonda sui prezzi. E, dal momento che si sta parlando pur sempre di valute (e di valute tradizionali nella fattispecie) questi eventi coinvolgono l’economia reale e la politica monetaria. Di seguito, una lista esaustiva dei market mover più importanti dell’euro dollaro e i loro possibili impatti sul cambio.

  • Tassi di interesse. Il costo del denaro è il fattore che più di ogni altro incide sui rapporti tra le valute. Il motivo è piuttosto semplice: incide direttamente sull’offerta di moneta. Se i tassi salgono, si riduce l’offerta di moneta e il suo valore aumenta di conseguenza. Se i tassi scendono, accresce l’offerta di moneta e il suo valore diminuisce. I tassi vengono dichiarati a seguito delle riunioni di politica monetaria, il ché avviene, limitatamente alla Bce e alla Fed, circa una volta al mese. Ovviamente, un aumento dei tassi fa parte della Bce genera un impatto in senso rialzista sull’euro dollaro, mentre una diminuzione dei tassi va intesa come fattore ribassista. Di contro, un aumento dei tassi da parte della Fed influenza in senso ribassista, mentre un taglio dei tassi influenza il cambio in senso rialzista.
  • Quantitative easing. Lo strumento è diverso dai tassi di interessi ma l’effetto è simile: influenza notevolmente e in maniera diretta l’offerta di moneta. Con il termine Quantitative Easing si intende, infatti, il piano di acquisto di titoli di debito, in larga parte pubblico (ma anche privato, talvolta). Ora, quando una banca centrale acquista un titolo di debito, di fatto sta creando moneta, aumentandone quindi l’offerta. C’ da dire che una banca centrale, in situazione di relativa calma, non mette in piedi nessun piano di Quantitative Easing, che è una misura abbastanza di emergenza. E’ una sorta di market mover provvisorio, destinato a terminare.
  • Inflazione. Tra i fattori che generano una influenza indiretta sulle valute, il più importante. Per i pochi che non sanno cosa sia l’inflazione rinfreschiamo la memoria: è la variazione dei prezzi, rilevata studiando un paniere. Che i prezzi aumentano, è una condizione auspicabile, ma solo se tale variazione si mantiene intorno al 2% di anno in anno. Se superiore, danneggia gli investimenti, distrugge il potere di acquisto e genera problemi sul fronte consumi e quindi del’economia reale. Se inferiore, blocca semplicemente l’economia in quanto riduce i consumi. Perché l’inflazione è importante per i trader del Forex? Semplice: orienta le politiche monetarie. Lo scopo primario delle banche centrali è mantenere l’inflazione a un livello ottimale, quindi i dati sull’inflazione ci dicono come, nel prossimo futuro, le varie Fed e Bce modificheranno i tassi. Una inflazione che si allontana dal target per eccesso, genera un impatto rialzista per la valuta (perché ci si aspetta un aumento dei tassi). Una inflazione che si allontana dal target per difetto, genera un impatto ribassista (perché ci si aspetta un taglio dei tassi). Questo, nel medio periodo. Nel breve periodo, un allontanamento dal target, a prescindere dalla direzione, viene sempre accolto con disappunto dai mercati, che spingono la valuta verso il deprezzamento.
  • Vendite. Tra i parametri di economia reale, è il più importante. Anche qua il motivo è semplice: da esso dipendono i futuri dati dell’inflazione che, come abbiamo visto, influenzano le politiche monetarie.
  • Prodotto interno lordo. L’influenza di questo dato macroeconomico agisce più che altro a livello psicologico. Il PIL, infatti, è il parametro che, per convenzione, riassume meglio degli altri lo stato di salute economica di un paese. Se il PIL dell’Eurozona performa oltre le aspettative, ciò va inteso in senso rialzista sul cambio, se delude invece si apprezza un impatto ribassista. Di contro, se il PIL degli Stati Uniti si rivela migliore del previsto, l’euro dollaro tende a scendere; se invece delude tende a salire.
  • Dati sul lavoro. Anche qui, siamo nel campo dell’influenza indiretta. Se i dati del lavoro sono positivi, la banca centrale assume un atteggiamento conservativo. Se i dati del lavoro sono negativi, la banca centrale assume un atteggiamento interventista, che significa una politica monetaria più espansiva: taglio dei tassi, programmazione del Quantitative Easing o sua estensione. Questo vale soprattutto per la Fed, che vanta tra i suoi obiettivi dichiarati anche il sostegno all’economia reale. Ma vale, al di là degli statuti, anche per la Bce, che pur dovrebbe solo occuparsi dei prezzi. La prassi, soprattutto con Draghi, ha dimostrato che la Bce si occupa, se la situazione è veramente difficile, anche di economia reale.
  • Dati sulla produzione. Il principio è lo stesso: le performance dell’economia reale influenzano le scelte di politiche monetaria. E la produzione, a scanso di equivoci, è una componente fondamentale dell’economia reale. Occhio soprattutto ai dati sulla produzione tout court, ma anche agli indici PMI, che sono frutto di uno studio su un paniere di responsabili d’azienda nei settori manifatturiero e servizi.

L’euro dollaro nel 2017

Il 2017 è stato un anno all’insegna del trend rialzista. Si era aperto con grandi speranze, per chi auspicava il raggiungimento dello status di parità tra euro e dollaro, uno status che avrebbe giovato all’economia europea, bisognosa di una spinta ulteriore al suo export. Le condizioni c’erano tutte, anche perché gennaio era partito con un euro dollaro a 1,05. Inoltre, la Fed aveva promesso ben tre rialzi dei tassi di interesse, che avrebbero giocoforza spinto il dollaro all’apprezzamento, e conseguentemente trascinato il cambio vero la tanto agognata parità.

Quasi subito si è compreso che, con tutta probabilità, il 2017 sarebbe stato altra cosa rispetto alle previsioni. Già il 3 febbraio, infatti, l’euro dollaro aveva raggiunto i massimi trimestrali. Da quel momento, pur con qualche pesante ritracciamento – pensiamo a quello di inizio primavera – l’euro ha continuato ad apprezzarsi. Attualmente, a fine anno, un euro vale circa 1,17 dollari. Siamo lontani certo dai livelli del 2011, quando, in piena crisi economica, l’euro forte era visto come una pesante minaccia per l’economia europea, a tal punto da spingere la Bce a muoversi al limite dello statuto e a varare un pesante piano di Quantitative Easing (che però ha fatto il suo esordio nel 2015). Tuttavia, 1,17 è una quota certamente inaspettata. E non è nemmeno il massimo raggiunto in questi dodici mesi, che invece è stato stoccato il 7 settembre e ha portato il cambio a superare 1,20.

Gli analisti e gli investitori si sono chiesti perché l’euro dollaro è aumentato in maniera così vistosa. Si parla, d’altronde, di un aumento che va oltre l’11%. Non solo le previsioni suggerivano un trend discendente, per quanto moderato, ma persino le azioni di politica monetaria delle due banche centrali: Bce e Fed. Quest’ultima, infatti, ha rialzato i tassi, come promesso. Di contro, la Bce li ha tenuti estremamente bassi e non ha ritoccato il Quantitative Easing.

La risposta, abbastanza facile da trovare a dire il vero, sta nel “contorno”, ossia nell’economia reale e nelle dichiarazione degli esponenti delle due banche. Gli Stati Uniti hanno proseguito in maniera abbastanza spedito il loro percorso di crescita, è vero, ma non hanno performato. Lo ha fatto invece l’Euro Zona, i cui risultati sono andati abbastanza al di là le previsioni. Pensiamo solo al PIL italiano, il cui consuntivo ha superato di quasi mezzo punto le previsioni. Anche i dati sul lavoro un po’ ovunque sono positivi. L’Euro Zona è uscita definitivamente dalla crisi proprio nel 2017 e anzi ha accelerato un po’. E’ proprio questa la chiave per comprendere il perché e per come dell’apprezzamento dell’euro. Parallelamente, la Banca Centrale Europea ha mandato segnali che sono stati interpretati come rialzisti. Segnali che si possono riassumere in poche parole: tapering (anche se Mario Draghi non ama molto questo termine), ossia la riduzione del Quantitative Easing fino al suo annullamento. Non ora, certo, ma in un prossimo futuro (2018) certamente sì. Sia chiaro, la politica monetaria rimane molto espansiva, visto che nelle conferenze stampa non si è mai parlato di un taglio dei tassi, ma come abbiamo già specificato il Quantitative Easing è un market mover molto influente.

L’euro dollaro nel 2018

Come si comporterà l’euro dollaro nel 2018? Ha trattato l’argomento UBS in un recente paper. Balziamo subito alla conclusione: l’euro dollaro aumenterà anche il prossimo anno, stando alle elaborazioni e agli studi degli esperti della celebre banca commerciale svizzera. I fattori che spingono verso questa conclusione sono i seguenti.

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La Fed ha esaurito la sua spinta propulsiva. Nel paper si legge che i mercati si aspettano un “buon impegno” da parte della Federal Reserve, quindi una accelerazione nel percorso rialzista. Il punto cruciale, quindi, è fino a che punto la banca USA intenderà spingersi, considerando che il 2018 potrà rivelarsi un anno di transizioni (visto il cambio di presidenza) e il rischio di creare qualche danno all’economia reale. Il gioco vale la candela? Il contrasto al percorso di apprezzamento dell’euro vale il rischio di squilibri?

L’Europa ha intrapreso il cammino della crescita. Le previsioni parlano di un 2018 speculare al 2017 sotto il profilo dell’economia reale, che è già tanto visto che il PIL è aumentato in maniera decisa un po’ ovunque, anche nei paesi considerati come il fanalino di cosa. Secondo UBS, “una forte crescita dovrebbe catalizzare l’apprezzamento dell’euro”.

UBS si è spinta molto in là nelle previsioni. Ha persino illustrato quelli che, secondo lei, saranno i cambi mese per mese. Balza subito all’occhio il cambio relativo a dicembre 2018: 1,30. Se questa previsione si avverasse, vorrebbe dire che l’euro dollaro aumenterà di quasi il 12% in un anno, facendo segnare nel 2018 un tasso di crescita superiore a quello che ha caratterizzato il 2017.

Secondo UBS il trend non sarà completamente lineare. La banca svizzera, infatti, prevede alcuni ritracciamenti, in particolare a febbraio-marzo e a settembre.

In ogni caso, l’euro sarebbe destinato ad apprezzarsi. Ci sono ampie possibilità, però, che le previsioni di UBS vengano smentite. Il ragionamento è solido, ma è vincolato alle prospettiva di crescita. Questa potrebbe rivelarsi meno sostenuta rispetto a quanto auspicato. Non dimentichiamo, poi, che anche per il 2018 sono previste tornate elettorali importanti, che tendono a incidere in maniera disordinata nei mercati: pensiamo alle elezioni in Italia, alle elezioni in Catalogna e alle eventuali elezioni in Germania (probabili se non si raggiungerà un accordo tra la CDU di Angela Merkel e la SPD di Martin Schulz).

In generale, quindi, il panorama, nonostante un percorso di politica monetaria tutto sommato ben tracciato in entrambe le sponde dell’atlantico, rimane piuttosto incerto.