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Il posto fisso ricopre un ruolo di primo piano nell’immaginario collettivo di ieri e di oggi. La sicurezza del lavoro, qualsiasi lavoro, è tutt’ora visto come il traguardo della vita. Questa impostazione si è rafforzata negli anni della crisi, che per molti sono stati anni di precarietà (se non di disoccupazione).

Accanto a questo approccio, si è affacciato ormai un nuovo modo di intendere il lavoro. Un modo che relega il posto fisso a vecchiume, a miraggio, a una specie in via di estinzione.

Da più parti di sente che il posto fisso è morto, o morirà presto. Con buona pace di chi aspira al posto sicuro. Ma è veramente così? E se sì, quali iniziative dovrebbe prendere un giovane che vuole sopravvivere alla modernità o al futuro che si prospetta? Ne parliamo in questo articolo.

Perché il Posto Fisso è morto?

I motivi che danno ragione ai pessimisti sono tanti. Anzi, sono di più rispetto a quelli che adducono gli ottimisti. Vediamoli uno per un uno.

Il lavoro sicuro al di fuori del settore pubblico non è mai esistito

Questa è una bella teoria, magari sorprendente a primo acchito, ma ha più di qualche corrispondenza con la realtà.

Il lavoro sicuro, al 100% sicuro, non è mai esistito, se non nella sua forma “definitiva”, ovvero l’impiego nel settore pubblico.

Certo, chi ha conquistato il posto fisso nella pubblica amministrazione dieci, venti o trent’anni fa, non ha mai avuto paura di rimanere a spasso. Tuttavia, se si parla di settore privato il discorso è diverso. In fondo, lo è sempre stato.

La verità è che quand’anche il posto fisso sia sembrato sicuro sulla carta, perché blindato da un apposito contratto, il mercato non lo è mai stato. C’è sempre stata una possibilità che un lavoratore dipendente a tempo indeterminato si ritrovasse senza lavoro. E non è nemmeno difficile capire perché: se la sua impresa non riusciva a stare sul mercato, prima o poi avrebbe chiuso e lui avrebbe dovuto ricominciare da capo.

Questa dinamica c’è sempre stata e c’è a maggior ragione oggi, in tempo di globalizzazione, di apertura ai mercati esteri, di competitività estrema.

La questione del new normal

La precarietà un tempo era vista come una eccezione. Fino agli anni ottanta (e anche novanta) il lavoro dipendente era fisso per definizione. Anche perché esistevano pochi strumenti legislativi che potessero rendere davvero precario un lavoro (i primi sono comparsi a inizio degli anni 2000).

Oggi la precarietà è vista sì come una sventura, ma non è più l’eccezione. E’ sufficiente dare un’occhiata ai dati: più della metà dei nuovi occupati hanno un contratto a tempo determinato.

Il fenomeno è globale. Dappertutto il lavoro tende a “durare poco”. In alcune realtà, come gli Stati Uniti, è così da parecchi decenni. Altre, come l’Italia, faticano di più.

Fatto sta che oggi la precarietà è considerata da molti come il “new normal”, la nuova normalità. Certo, negli estimatori di questa nuova condizione la precarietà dovrebbe evolversi prima possibilità in flessibilità, che vede il cambiamento non solo come una un qualcosa di inevitabile ma anche come una opportunità per il lavoratore. Lo può diventare, certo, ma solo se non vi è carenza di posti di lavoro.

La competizione con i mercati emergenti

Questo fenomeno non è necessariamento positivo. Anzi, se analizzato da molti punti di vita, è una sciagura. Molto banalmente, la globalizzazione, ovvero l’abbattimento delle barriere nella circolazione delle merci, dei capitali e degli uomini, la possibilità di comunicare istantaneamente e in profondità, hanno messo in competizione l’Occidente con i mercati emergenti. Lo hanno fatto su un terreno molto viscido: quello dei costi di produzione.

Ora, anche la manodopera è una costo. Non crediamo qualcuno si possa scandalizzare per questa associazione. D’altronde, corrisponde alla realtà.

Ora, se si compete da questo punto di vista è facile portare il terreno di scontro sulla questione dei diritti sociali, a cui va ascritto anche il lavoro sicuro. Certamente, com’è facile intuire, alle aziende fa comodo la possibilità di cambiare “alla bisogna” lavoratore e numero di lavoratori.

Questa è una delle tante cause che hanno portato al lavoro flessibile, lo strumento che con il passare del tempo ha fatto tramontare il mito del posto fisso.

Il pericolo della tecnologia

La stabilità del lavoro è compromessa anche dall’evoluzione tecnologica. Per la precisione, dall’intelligenza artificiale applicata ai robot. Le macchina da sempre sostituiscono i lavori ripetitivi, ma quelle di nuova generazione sostituiscono anche quelli che richiedono una interazione e una interpretazione di dati e informazioni. Tipologie di attività, queste, che spesso coincidevano con il classico lavoro a tempo indeterminato.

Ovviamente, la questione è più profonda di così. Se guardata da una specifica prospettiva, non solo è più profonda ma anche più grave.

Il progresso tecnologico non rischia solo di spazzare per sempre il posto fisso, ma anche di rimuovere dalla faccia della terra intere professioni. Stando a questo scenario, per alcuni mestieri non ci sarà lavoro in ogni caso, né precario né tanto meno stabile.

La legislazione italiana

Dopo aver discusso di massimi sistemi e di futuro, di tecnologia e di approccio mentale, possiamo tornare nel cortile di casa, in Italia.

Ebbene, le normative italiane, almeno da qualche anno, rendono il lavoro formalmente sicuro un po’ meno sicuro. Il “nuovo” contratto a tempo indeterminato non è poi così… Indeterminato. Al datore di lavoro è concesso un certo margine di discrezione per sbarazzarsi del lavoratore, magari al costo di un indennizzo.

D’altronde, può piacere e non piacere, il legislatore si è semplicemente accodato al vento del cambiamento globale, che appunto sussurra il nuovo paradigma della flessibilità. Peccato solo che in un paese in crisi come l’Italia, la parola “flessibilità” si traduca spesso in precarietà.

Perché il Posto Fisso non è morto

Il Posto Fisso è davvero morto? Morto e sepolto? Come già anticipato, alcuni elementi, per quanto in netta minoranza rispetti a quello che supportano la tesi opposta, fanno pensare che sì, il posto fisso non è morto e non morirà. Ecco quali.

La pubblica amministrazione ci sarà sempre

Abbiamo già parlato dell’incertezza endemica del settore privato, il quale sottostà alle logiche di mercato, spesso brutali Ebbene, il concetto di incertezza non si applica alla pubblica amministrazione, o almeno si applica in modo più rado e senz’altro diverso.

La verità è che lo Stato – eccetto rari casi – non può fallire, a differenza di una impresa. Certo, l’amministrazione, magari a livello centrale, potrebbe spingere verso una riduzione del personale ma, almeno in Italia, il percorso è arduo, anche perché le garanzie per chi lavora nella PA sono molto forti. A rappresentare questa difficoltà (sotto forma di commedia) è stato un film campione di incassi, il quale aveva come protagonista proprio il posto fisso.

Dunque, finché esisterà la PA il posto fisso rimarrà sempre un’alternativa percorribile. Anche se, a dire il vero, qualcosa si sta muovendo (e lo sta facendo da decenni) anche nel pubblico. Con sempre maggiore frequenza anche le amministrazioni pubbliche stanno ricorrendo ai contratti a tempo determinato.

E’ comunque indubbio che una tipologia di professione si presti per costituzione all’indeterminato (es. i professori, che devono mantenere una continuità educativa e didattica sul territorio).

Alcune imprese se la passano meglio di altre

E’ evidente: se una impresa è florida, sta bene sul mercato, cresce e si espande, non avrà certamente bisogno di ridurre il personale (anche se il rischio che possa sostituirlo con le macchine c’è sempre ed è alto). Queste imprese sono le uniche a poter garantire un indeterminato veramente sicuro, o almeno più sicuro rispetto agli altri.

Certo, entrare nelle grandi imprese, quelle ricche e famose, non è semplice. Non lo è per due motivi: in primo luogo perché il basket di competenze richiesto è generalmente alto, almeno per chi non aspira a un lavoro umile (per cui l’opzione “precarietà” è spesso preferita anche in questa fattispecie).

Secondariamente perché in tempi di crisi economica la competizione tra aspiranti lavoratori è molto accesa. Nella quasi totalità dei casi si è costretti a superare un collo di bottiglia così stretto da rendere meno improbabile una vincita alla lettera. E’ chiaramente una iperbole, ma dà l’idea di quanto sia difficile anche solo ottenere un colloquio.

D’altronde i giovani, magari speranzosi dopo aver acquisito una bella laurea, si sono visti sbattere parecchie in porte in faccia lo hanno sperimentato sulla propria pelle.

Posto fisso morto: cosa fare?

Ammettiamo che il posto fisso sia morto e che, come si evince dalla “carne al fuoco” che abbiamo messo fin cui, sia il lavoro dipendente in genere, tra precarietà e rischi tecnologici, a passarsela male.

A questo punto, che fare? C’è una opportunità che oggi è alla portata di tutti: l’investimento su se stessi.

Prima dell’epoca odierna, altamente digitalizzata, il processo di acquisizione di competenza era molto lento, complicato, difficile. Si studiava sui libri, si apprendeva di persona, spesso si dovevano sborsare parecchi soldi.

Con internet è cambiato tutto. Oggi le conoscenze sono alla portata di tutti, anche quelle specialistiche. E’ sufficiente sapere dove mettere le mani. Le opportunità della rete sono enormi.

Inventarsi un lavoro

La possibilità di crearsi una professionalità in tempi relativamente brevi, e magari senza spostarsi da casa, ha un corollario: oggi è più facile inventarsi un lavoro rispetto a qualche anno fa. E’ una opportunità da prendere in considerazione. In primo luogo per i vantaggi dell’autoimpiego (flessibilità di orari, libertà etc.).

Secondariamente perché inventarsi un lavoro, e quindi optare per l’auto-impiego, è un modo per non subire le dinamiche della globalizzazione, del cosiddetto new normale, ma anzi cavalcarle, trasformarle in una forza. Ovvero trasformare le insidie in opportunità.

Il passo successivo: la libertà finanziaria

Si fa presto a dire “autoimpiego” e “inventarsi un lavoro”. Anche perché le possibilità, per chi è dotato di buona volontà, sono enormi.

Il passo successivo, comunque, è puntare alla libertà finanziaria, crearsi un sistema di reddito che consenta di non scambiare il tempo con il denaro (cosa che accade in tutte le attività lavorative subordinate).

Ora, le attività che portano potenzialmente alla libertà finanziaria sono tantissime. Ce n’è una, però, che si presta alle dinamiche dell’oggi, a quelle che vedono la conoscenza – anche non impartita dai canali ufficiali – come risorsa di prima piano: il trading online.

Certo, il trading online è farina del sacco di tutti. E’ veramente un’attività complicata (come dimostrano le statistiche). Tuttavia, è potenzialmente molto redditizia. A costo di rimboccarsi le maniche, compiere sacrifici, impegnarsi in un progetto a lungo termine.

Appunto, a costo di investire su se stessi.

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