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Il Bitcoin è di nuovo sotto la bufera. Dopo il crollo di metà novembre, che aveva portato la criptovaluta ad abbattere (in negativo) parecchie soglie psicologiche, la criptovaluta più famosa e importante del mercato sta facendo segnare nuovi record negativi anche nel mese di dicembre. C’è chi associa a questa profonda discesa del prezzo una resa dei conti, il concretizzarsi dello scoppio di una clamorosa bolla speculativa. C’è chi, invece, tende a includere questi crolli all’interno di una dinamica più o meno fisiologica, alla luce – ovviamente – della particolarissima storia del Bitcoin. In questo articolo rifletteremo sulle ragioni del crollo e presenteremo alcuni scenari circa il 2019.

Bitcoin: il punto della situazione di metà dicembre

A metà dicembre, il Bitcoin viaggia sui 3000-3.500 dollari. Una cifra in sé alta, ma catastroficamente bassa se paragonata a quelle di solo un anno fa. A fine 2017, infatti, il Bitcoin era già salito alla ribalta, e si avvicinava di gran carriera alla psicologica soglia dei 20.000 dollari. In molti speculavano circa la possibilità che la regina delle criptovaluta potesse guadagnarsi, nel giro di qualche mese o al massimo una manciata d’anni, lo status di “nuovo oro”. Ottimismi non del tutto incomprensibili, se si pensa che in un anno il Bitcoin aveva fatto segnare ritmi di crescita vicini al 3000%. Oggi la situazione è nettamente diversa, e per capirlo è sufficiente dare un’occhiata ai grafici.

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A parte la trendline, che mostra una picchiata senza precedenti, a fare sensazione sono i tassi di decrescita. Al 12 dicembre, si parla di -80% in un anno; -48% in 6 mesi. Soprattutto, -46% in un mese e -9% in un settimana. Numeri, questi, che fanno pensare inequivocabilmente a un aggravamento pesante, praticamente drammatico negli ultimi tempi. Secondo alcuni, all’esplosione di una bolla.

D’altronde, il Bitcoin è stato sempre visto (da alcuni) come una bolla, stile tulipani del XVII secolo, solo più complessa, magari dall’orizzonte più ampio.

Il Bitcoin è veramente una bolla pronta a esplodere o già in fase di esplosione? Forse è ancora troppo presto per dirlo, anche perché alcuni simpatizzanti adducono argomenti tali per cui persino il crollo degli ultimi mesi possa essere ricondotto a una dinamica, se non fisiologica, almeno pallidamente prevedibile nel suo svolgimento e soprattutto nella sua fine.

Per comprendere se veramente di bolla si tratta, e quindi intuire se il Bitcoin è destinato all’autodistruzione, possiamo ragionare su alcune delle cause che hanno determinato questi crolli drammatici.

Perché il Bitcoin è crollato nuovamente?

I detrattori più accaniti rispondono con naturalezza e semplicità a questa domanda: perché il Bitcoin è una bolla ed è destinata a scoppiare. Anzi, si meravigliano che sia resistito tanto a lungo. A prescindere dal grado di verità che è possibile assegnare a questa affermazione, negli ultimi tempi sono emersi elementi che potrebbero aver causato il drammatico trend ribassista del Bitcoin. Come al solito, siamo di fronte a un misto tra voci di corridoio, questioni strutturali irrisolte, sentiment, provvedimenti concreti.

L’attendismo della SEC

La SEC, la Securities and Exchange Commission, è l’organo americano che vigila sui mercati e sugli investimenti. Sta a lei approvare o rigettare l’introduzione di nuovi prodotti finanziari. In questi mesi, tra le altre cose, è stata chiamata a valutare l’introduzione degli ETF sui Bitcoin, proposti da VanEck e SolidX. L’entrata in scena di questi prodotti avrebbe rappresentato un evento importante, un passo in avanti nello sdoganamento delle criptovalute, un tassello importante nel processo di “normalizzazione” delle valute virtuali.

Peccato che la SEC, un po’ a sorpresa, abbia rinviato la decisione a data da destinarsi, come dichiarato da Eduardo A. Aleman, assistant secretary di SEC. Un segnale, questo, che è stato accolto negativamente dagli investitori.

La regolamentazione USA

Sia chiaro, sono solo voci di corridoio. Queste parlano di una regolamentazione imminente da parte dei policy maker USA. Queste voci sono apparse realistiche a molti alla luce dei segnali discordanti che, ormai da un anno, vengono da importanti istituti finanziari americani, in primis dalla Fed. Se da un lato, la Fed di S. Louis ha accostato le criptovalute ai reali mezzi di pagamento; dall’altro la Fed di San Francisco ipotizzava già un Bitcoin a 1.800 dollari.

Ad aumentare l’impatto delle voci di corridoio, anche le vicende asiatiche, le quali hanno visto i vari istituti (in particolare cinesi e sudcoreani) sugli scudi proprio contro le criptovalute. Insomma, si teme che questa regolamentazione possa giungere presto e che questa possa in qualche modo porsi in contrasto con l’essenza del Bitcoin stesso.

Le dichiarazioni dei policy maker

Sullo sfondo, si susseguono le solite dichiarazione dei policy maker. Tutte in buone fede, con la genuina finalità di proteggere gli investitori, certamente sincere nei contenuti e corrette nella forma, generano però dei segnali negativi per i trader.

Di esempi se ne possono fare tantissimi. Il più rappresentativo riguarda però proprio la SEC, che per bocca del suo presidente Jay Clayton ha, di recente, sottolineato ancora una volta come il mercato del Bitcoin fornisca ben poco di garanzie e, tra le righe, evidenziato una certa pericolosità dell’investimento.

L’attacco di Bloomberg

Bloomberg, tra le autorità mediatiche in campo finanziario, ha pubblicato il 10 dicembre un articolo al fulmicotone nel quale ha, di fatto, spento le speranze di chi crede che il Bitcoin possa riprendersi (o almeno ci ha provato).

E’ partito dalle dichiarazioni di alcuni analisti o sedicenti tali che nelle ultime settimane, nonostante il crollo del bitcoin, hanno proposto stime parecchio ottimistiche circa il 2019. Bloomberg ha semplicemente confrontato la situazione attuale con le previsioni che gli analisti hanno prodotto nei mesi precedenti. Un confronto che, a ben vedere, risulta impietoso.

In realtà, Bloomberg ha inteso porre un tema più generale, ovvero la plausibilità e la reale utilità delle previsioni in campo finanziario. Fatto sta che, probabilmente, anche questo articolo abbia potuto incidere sulle sorti recenti del Bitcoin.

Il clima generale

Non è un buon periodo per gli investimenti in generale. Anzi, per l’economia nel suo complesso. Nel contesto globale, e specificatamente in alcune aree (vedi Europa) già soffia il vento della recessione. In questa situazione, gli investitori tendono a essere più sensibili ai segnali, si producono in reazioni più eccessivi.

A farne le spese, gli asset più deboli. E, checché ne dicano i simpatizzanti, il Bitcoin è un asset debole. Come minimo, perché non è dotato di meccanismi di difesa centralizzati. Le valute tradizionali hanno le banche centrali, le criptovalute, con il Bitcoin in testa, per loro stessa natura non godono del supporto di una istituzione che possa curarne la stabilità. Da qui, le dinamiche negative, e il comportamento sempre più sospettoso degli investitori.

Tra l’altro, vista che la decentralizzazione e l’indipendenza assoluta fa parte dell’essenza stessa del Bitcoin, questa tendenza a soffrire particolarmente del clima economico negativo sarà sempre una costante.

I problemi strutturali

Certamente, tali problemi non sono emersi di recente e non rappresentano la causa principale del crollo delle ultime settimane. Potrebbero, però, aver gettato ulteriore benzina sul fuoco.

Tra i tanti problemi strutturali ne citiamo due: la facilità con cui il mercato del Bitcoin può essere (anche legalmente) manipolato, dinamica che certamente fa scappare i trader retail; le continue fork che il Bitcoin subisce, alcune delle quali non hanno avuto motivazioni tecniche, bensì di policy interna.

Bitcoin 2019: tre scenari

E’ bene specificarlo: quanto segue non rappresentano previsioni, semplicemente ipotesi, per giunta determinate dalle dichiarazioni e dalle analisi di esperti di varia estrazione. Dunque, prendetele come tali.

Scenario positivo: il Bitcoin si riprende completamente

Non sono in molti a crederlo oggi, a dire il vero. Tra questi, comunque, si segnala Tom Lee, analista di Wall Street, che a fine novembre, nonostante i cali in corso, pronosticava un Bitcoin a 15.000 dollari entro qualche mese. Il motivo? Il raggiungimento della soglia di break-even (punto in cui i costi di mining eguagliano il valore del Bitcoin), che farebbe da supporto e sulla quale il prezzo dovrebbe rimbalzare.

Già oggi, con il Bitcoin a 3.000-3.500 dollari e parecchio al di sotto della soglia di break-even, l’ipotesi di Lee appare davvero ottimista. Non è escluso che l’analista possa ritoccarla al ribasso, visto che l’ha fatta già una volta nel recente passato. Prima, infatti, la stima non era di 15.000 ma addirittura di 25.000.

Scenario negativo

Ovviamente, secondo i detrattori più acerrimi, già nel 2019 il Bitcoin potrebbe esplodere, rivelando la sua vera essenza, ovvero quella di bolla speculativa. Senza scomodare paragoni con il passato, è sufficiente guardare ai numeri, secondo alcuni, per essere molto pessimisti. Secondo Money.it, che cita il parere di alcuni esperti, l’attuale impostazione tecnica suggerisce un Bitcoin a 1.500 dollari, che sarebbe più o meno il prezzo (anzi, qualche centinaio di dollari superiore), che la criptovaluta ha mantenuto prima dell’exploit del 2018. Una cifra comunque immensamente bassa, da fine ciclo, per nulla paragonabile a quelle dell’anno scorso.

C’è chi si spinge più in là, fino all’annientamento quasi completo. Per esempio, il premio nobel Stiglitz ha previsto qualche tempo fa un Bitcoin a 100 dollari. Il parere dell’economista circa le criptovalute è comunque noto. Nello specifico, egli è estremamente critico: a gennaio 2018, quando ancora il Bitcoin navigava in ottime acque, Stiglitz ebbe a dichiarare: “Regolare la moneta virtuale vorrebbe dire farla sparire: senza gli usi illeciti nessuno la vorrebbe più. Abbiamo già un ottimo mezzo di scambio, e si chiama dollaro”. Insomma, è chiara la sua idea: il Bitcoin servirebbe a scopi illeciti, o almeno è preda di questi.

Scenario mediano

C’è chi, invece, non si illude ma allo stesso tempo non si abbatte. Semplicemente, cerca di ricondurre il crollo del Bitcoin a un processo più o meno fisiologico, a una dinamica tutto sommato prevedibile. Una ipotesi che, comunque, va contro ogni accostamento al concetto di bolla speculativa.

Tra questi si schiera Marco Cavicchioli di ilbitcoin.news, che in un video fa un paragone singolare. Nello specifico, paragona il crollo del 2018, e in particolare quello degli ultimi mesi, a quello del 2014. Nel primo caso, il crollo ha avuto un’origine evidente, per quanto chiarita a posteriori: il dimezzamento “tecnico” dell’emissione di moneta. Ebbene, la tesi di Cavicchioli e che si stia ripetendo la medesima dinamica: ovvero un crollo a causa della diminuzione drastica delle emissioni.

L’implicazione è evidente: se questo accostamento è esatto probabilmente nel medio periodo (dunque non nel 2018) il Bitcoin potrebbe riprendersi.

Cavicchioli comunque ci tiene a sottolineare che le sue non sono previsioni e nemmeno stime, bensì delle opinioni frutto di una ipotesi, elaborate a seguito di una osservazione dei grafici.

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