L’inflazione tedesca scende sotto la soglia del 2% a febbraio
L’effetto combinato del calo dei prezzi energetici su base annua e dell’attenuazione delle pressioni sui prezzi alimentari ha riportato l’inflazione tedesca all’1,9% su base annua a febbraio 2026, un dato che segna il ritorno sotto il target del 2% fissato dalla Banca Centrale Europea. A gennaio il dato si attestava al 2,1%. Anche la misurazione armonizzata europea (HICP) ha registrato un rallentamento, scendendo al 2,0% anno su anno rispetto al 2,1% del mese precedente. L’inflazione core, che esclude le componenti più volatili come energia e alimentari, è rimasta stabile al 2,5%, mentre l’inflazione nel settore dei servizi si è confermata al 3,2%, un livello che continua a destare attenzione tra gli analisti.
Cosa ha spinto l’inflazione al ribasso
I dati regionali provenienti dai singoli Länder tedeschi offrono un quadro dettagliato delle dinamiche sottostanti. Il calo dell’inflazione headline è stato trainato principalmente da due fattori: Prezzi energetici favorevoli: gli effetti base legati ai costi dell’energia continuano a esercitare una pressione disinflazionistica significativa. Il confronto con i livelli elevati registrati nello stesso periodo dell’anno precedente contribuisce meccanicamente a contenere il dato complessivo. Attenuazione dei rincari alimentari: dopo mesi di aumenti sostenuti, i prezzi dei generi alimentari hanno iniziato a mostrare segnali di stabilizzazione, alleggerendo una delle voci di spesa più percepite dai consumatori tedeschi. A limitare parzialmente il calo hanno contribuito i rialzi nei prezzi di abbigliamento e calzature, una componente stagionale che ha frenato la discesa complessiva dell’indice.
Due forze opposte dominano le prospettive inflazionistiche
Lo scenario per i prossimi mesi è caratterizzato da un equilibrio precario tra due fattori esterni che agiscono in direzioni opposte.
L’euro forte come freno ai prezzi
Il rafforzamento dell’euro sui mercati valutari sta generando pressioni disinflazionistiche attraverso il canale dei prezzi all’importazione. Un euro più forte rende meno costose le materie prime e i beni importati denominati in dollari, contribuendo a contenere i costi per le imprese europee e, di riflesso, per i consumatori finali. I dati più recenti sui prezzi all’importazione confermano questa tendenza al ribasso.
Il petrolio come rischio inflazionistico
Sul fronte opposto, il recente rialzo delle quotazioni petrolifere rappresenta una minaccia concreta per la stabilità dei prezzi. I prezzi della benzina in Germania hanno raggiunto i livelli più alti degli ultimi dodici mesi, un segnale che potrebbe tradursi in nuove pressioni al rialzo sull’inflazione nei prossimi mesi, soprattutto attraverso i costi di trasporto e logistica. Stabilire quale di queste due forze prevarrà resta al momento difficile. Per questo motivo, le previsioni più accreditate indicano un’inflazione tedesca destinata a oscillare intorno al 2% per tutto il 2026, senza una direzione univoca nel breve termine.
Implicazioni per la politica monetaria della BCE
Il dato tedesco di febbraio non modifica in modo sostanziale le aspettative sulla politica monetaria della Banca Centrale Europea. A circa tre settimane dalla prossima riunione del Consiglio direttivo, non emergono minacce immediate all’attuale posizionamento della BCE, che i vertici di Francoforte hanno definito come un punto di equilibrio soddisfacente. Anche le nuove proiezioni macroeconomiche dello staff BCE non dovrebbero discostarsi significativamente da quelle pubblicate nell’ultimo round previsionale. L’euro leggermente più forte e il petrolio marginalmente più caro tendono a compensarsi reciprocamente in termini di impatto sull’inflazione, pur risultando entrambi negativi per la crescita dell’Eurozona: il primo perché penalizza le esportazioni, il secondo perché erode il potere d’acquisto. Tuttavia, le variazioni sono troppo contenute per giustificare una revisione significativa delle previsioni o, a maggior ragione, un cambio di rotta nella strategia monetaria.
L’inflazione non è più la priorità numero uno in Europa
Il dato tedesco di febbraio conferma una tendenza ormai consolidata: l’inflazione ha smesso di essere la preoccupazione principale per i decisori politici europei. Dopo anni di emergenza sui prezzi, il focus si sta progressivamente spostando verso altre sfide, in primis la debolezza della crescita economica nell’Eurozona e le incertezze legate al contesto geopolitico e commerciale internazionale. Per gli investitori e gli operatori del mercato forex, questo scenario suggerisce che la BCE potrebbe mantenere un approccio prudente e graduale nella gestione dei tassi di interesse, evitando mosse aggressive in entrambe le direzioni. La stabilizzazione dell’inflazione intorno al target del 2% offre margini di manovra, ma la fragilità della ripresa economica europea impone cautela nelle decisioni di politica monetaria per il resto del 2026.