Roubini avverte: Trump sceglierà l’escalation in Iran

Il celebre economista Nouriel Roubini, noto al grande pubblico per aver previsto la crisi finanziaria globale del 2008, ha rilasciato una previsione tutt’altro che rassicurante durante il Forum Ambrosetti di Cernobbio: secondo lui, il presidente americano Donald Trump non ha alcuna intenzione di cercare una via d’uscita rapida dal conflitto con l’Iran. Al contrario, è molto probabile che scelga di intensificare le operazioni militari, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’economia globale. Parlando con la giornalista Carolin Roth di CNBC, Roubini ha smontato la narrativa dominante sui mercati, secondo cui Trump starebbe cercando disperatamente un accordo di pace per limitare i danni economici e politici in vista delle elezioni di metà mandato di novembre 2026.

Perché Trump non può permettersi di fermarsi

La logica politica dietro l’escalation

Roubini ha spiegato con chiarezza la sua tesi: un cessate il fuoco alle condizioni iraniane sarebbe politicamente letale per Trump. Accettare termini sfavorevoli significherebbe apparire come un perdente agli occhi dell’elettorato americano, compromettere la propria credibilità internazionale e, di fatto, consegnare la sconfitta alle elezioni di midterm. “Il danno è già stato fatto. Se c’è un cessate il fuoco a condizioni di stampo iraniano, sembrerà un perdente. La sua credibilità si indebolisce e perderà le elezioni con certezza”, ha dichiarato l’economista.

Lo scenario dell’escalation militare

Secondo Roubini, Trump potrebbe optare per un’intensificazione del conflitto attraverso operazioni concrete: la presa dell’isola di Kharg — snodo cruciale per le esportazioni petrolifere iraniane — e il proseguimento dei bombardamenti, insieme a Israele, contro la leadership di Teheran e le infrastrutture militari del paese. Nel migliore dei casi, questa strategia potrebbe portare al collasso del regime iraniano, aprendo la strada a una maggiore stabilità geopolitica nel medio-lungo periodo e a un calo strutturale dei prezzi del petrolio. Un esito che Trump ha esplicitamente auspicato più volte.

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Il rischio stagflazione: lo scenario peggiore

Il fantasma degli anni ’70

Tuttavia, Roubini non nasconde il lato oscuro di questa strategia. Se l’escalation non dovesse produrre i risultati sperati, le conseguenze economiche potrebbero essere gravi. In particolare, l’economista ha evocato lo spettro della stagflazione degli anni ’70: un mix tossico di crescita economica stagnante, inflazione elevata e disoccupazione in aumento. Lo scenario si materializzerebbe qualora l’Iran riuscisse a bloccare lo Stretto di Hormuz — attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale — o ad attaccare le infrastrutture energetiche dei paesi del Golfo Persico. Un simile shock sull’offerta di energia farebbe schizzare i prezzi del greggio, alimentando un’inflazione difficile da controllare proprio mentre l’economia globale mostra già segnali di rallentamento.

Un rischio di coda sottovalutato dai mercati

“Non è il mio scenario di base, ma è probabilmente un rischio di coda che i mercati non hanno ancora pienamente prezzato”, ha avvertito Roubini. Questa è forse la parte più rilevante per gli investitori: i mercati finanziari sembrano eccessivamente ottimisti riguardo a una risoluzione rapida del conflitto. Il Nasdaq Composite si trovava già in territorio di correzione, mentre i rendimenti obbligazionari globali stavano salendo rapidamente — segnali che, secondo Roubini, non riflettono ancora adeguatamente i rischi geopolitici in gioco.

La pressione dei mercati non basta più

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Perché questa volta è diverso

In passato, la pressione dei mercati finanziari aveva spinto Trump a fare marcia indietro su alcune decisioni — un fenomeno che alcuni analisti hanno ironicamente ribattezzato “TACO” (Trump Always Chickens Out). Ma Roubini sostiene che questa volta la dinamica sia fondamentalmente diversa. “Il problema è che se fa marcia indietro adesso, perde credibilità. Ha perso la guerra. Il regime attuale rimane al potere. E perderà le elezioni”, ha spiegato l’economista. In altri termini, la disciplina dei mercati esercita su Trump una pressione minore del solito, perché il presidente si trova in una situazione in cui l’unica scommessa razionale — dal suo punto di vista — è quella di puntare tutto sull’escalation, sperando in un esito favorevole.

Tregua temporanea e truppe in arrivo

Nel frattempo, Trump ha annunciato una proroga di 10 giorni alla sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche, con la nuova scadenza fissata al 6 aprile 2026, dichiarando che i negoziati di pace sono in corso e procedono positivamente. Parallelamente, gli Stati Uniti hanno dispiegato migliaia di soldati aggiuntivi in Medio Oriente — un segnale che, secondo molti analisti, è più coerente con una preparazione all’escalation che con una vera volontà di pace.

Cosa devono aspettarsi gli investitori

Lo scenario delineato da Roubini impone una riflessione seria a chiunque operi sui mercati finanziari. Il rischio geopolitico legato al conflitto Iran-USA è ancora largamente sottostimato nei prezzi degli asset. In caso di escalation con esito negativo, le implicazioni sarebbero molteplici:

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  • Petrolio: forte rialzo dei prezzi con impatto diretto sull’inflazione globale.
  • Equity: pressione ribassista sui mercati azionari, in particolare sui settori più esposti ai costi energetici.
  • Obbligazioni: ulteriore aumento dei rendimenti, con conseguente calo dei prezzi.
  • Forex: possibile rafforzamento del dollaro come asset rifugio, ma con dinamiche complesse legate all’inflazione americana.

Lo scenario base di Roubini rimane un semplice rallentamento della crescita economica — non una recessione né una stagflazione. Ma il messaggio centrale è chiaro: i mercati stanno prezzando il migliore dei mondi possibili, ignorando un rischio di coda che potrebbe rivelarsi molto costoso.